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Libia: il made in Italy degli armamenti

I soldi e le armi che Gheddafi sta utilizzando per riprendersi la sua Libia potrebbero essere in gran parte italiani. È dagli anni ’70, infatti, che riforniamo il Paese di armamenti e lo abbiamo fatto fino al 2010, proprio alla vigilia dello scoppio della crisi.

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Valentina Vella

21 marzo 2011
5 min di lettura
Ciò che deve far scalpore, quindi, non è il fatto che tra Italia e Libia ci sia un rapporto commerciale intenso. Anzi, se ben regolato, il commercio con il Medio Oriente rappresenta il migliore strumento per prevenire dittature ed immigrazione clandestina. Il problema è che il nostro tipo di interscambio va esattamente nella direzione opposta, per il tipo di prodotti che ci scambiamo e il modo in cui lo facciamo. E la cosa riguarda un po’ tutt’Europa. Le regole di mercato internazionali, infatti, permettono all’Occidente di decidere quanto e cosa vendere, mentre lasciano agli altri poco accesso al nostro mercato. Ad esempio, dei Paesi da cui importiamo, la Libia è il quinto, il primo non europeo, con  una percentuale del 4,5% sul totale importato. Del totale di prodotti importati dalla Libia, invece, quelli italiani costituiscono ben il 17,5%, la gran parte in assoluto. E soprattutto, in questo interscambio, ci sono solo armi e grandi progetti da un parte e gas e combustibili fossili dall’altra, mentre neanche l’ombra di prodotti che potrebbero aiutare quei Paesi a svilupparsi in maniera sana e strutturale. In Tunisia, Marocco ed Egitto, ad esempio, c’è un’industria tessile che cerca di farsi avanti, così come quella alimentare. È un campo che non fa concorrenza alla nostra produzione, visto che è da tempo ormai che l’Italia ha abbandonato il tessile per lavorare solo sulla moda. Avremmo potuto incrementare questo tipo di interscambio e invece, dal 2005 al 2009, abbiamo comprato dalla Libia principalmente petrolio: 63mld di dollari, circa 12 mld di euro l’anno. Un po’ meno abbiamo fatto da Russia, Arabia Saudita, Iran ed Iraq. Insomma, sui 5 maggiori nostri fornitori di petrolio, 4 sono dell’area del Medio Oriente e questo di per sé non è cosa strana, se non per il fatto che rende difficile credere che non avremmo potuto prevedere e pervenire quanto sarebbe successo. In ogni caso, il rapporto energetico tra Paesi europei e Medio Oriente è una cosa piuttosto comune; diversamente dagli altri, abbiamo solo una mole di importazioni superiore, ma questo perché non abbiamo puntato sulle fonti alternative. Così, per noi, la Libia è anche il terzo fornitore di gas naturale, dopo Algeria e Russia. Ciò che è invece solo “italiano” è il fatto che tra le merci di scambio ci abbiamo messo una marea di armi, delle quali proprio la Libia è stata la nostra prima acquirente. Le nostre forniture sono esplose negli anni ’70, cioè quando dal Paese iniziavano a crescere quelle di petrolio, che noi ripagavamo proprio in armamenti. In questo l’Italia non era l’unica, con noi c’erano Francia e Russia, ma di certo eravamo i più importanti. Contemporaneamente, partivano anche una serie di grandi progetti di edilizia ed infrastrutture realizzate da diverse imprese italiane:  di costruzioni, come l’Impregilo, di telecomunicazioni, come Telecom e Sirti, di trasporti, come la Ideco della Fiat, ma anche di  imprese nelle forniture meccaniche e di alcuni prodotti agricoli. Perché si parla allora tanto di Gheddafi e Berlusconi? Perché dopo un allentamento dei rapporti tra i due Paesi, dovuto anche all’entrata in vigore della legge 185 del ’90 che regola le esportazioni di armi, è proprio in questi ultimi 3 anni, con il suo governo, che i rapporti con la Libia hanno subito una nuova impennata, anche nel campo militare. Pensiamo all’accordo del 2008, con il quale l’Italia si impegnava a dare alla Libia 5 miliardi di dollari in vent’anni come pegno da pagare per i danni coloniali. E pensiamo anche alle autorizzazioni ad esportare armamenti per 5 milioni di euro in due anni, 2008-2009. E secondo le ultime osservazioni dei servizi di sicurezza italiani, anche nel 2010 ci sarebbero state importanti forniture: si parla di apparecchiature elettroniche militari per 13 milioni di euro e di una trattativa in corso riguardante materiali per le navi da guerra che potrebbe arrivare a valere 500 milioni di euro. Fortunatamente, anche se tardi, oggi è stato stabilito l’embargo e di questa trattativa per adesso non se ne fa più nulla. In questo senso, la tragedia potrebbe essere la giusta molla per invertire le cose. Su questa scia, già da qualche tempo, circola in Europa una nuova idea, quella di utilizzare il deserto, anziché per estrarci petrolio, come luogo ideale in cui realizzare centrali di energia solare.