Le colpevoli contraddizioni e l’ipocrisia dei regolamenti Ue sulla migrazione

Ormai è chiaro, l’Europa non è all’altezza di affrontare la migrazione. Le migliaia di vite perse nel mediterraneo sono un atto di accusa all’incapacità dell’Ue di governare in modo condiviso, coordinato e unitario l’ondata migratoria che negli ultimi quindici anni si è riversata sui paesi del vecchio continente. Ma non solo di incapacità si tratta. Una parte del problema è causata non dal fenomeno in sé, sicuramente complesso, ma dalle regole che l’Europa si è data. Queste regole si trovano nella miriade di trattati, convenzioni, regolamenti e direttive che rappresentano l’impalcatura della costruzione europea. L’analisi approfondita ed esaustiva di questi documenti non è possibile nello spazio ridotto di un articolo. Qui citeremo solo alcuni di essi e ne evidenzieremo gli aspetti problematici. Vediamo.

Cominciamo con Dublino. L’accordo risale al 1990 quando i flussi migratori erano ancora molto limitati. Successivamente sono state fatte diverse modifiche ed oggi è in vigore Dublino III (Regolamento Ue 604/2013). Ma tutte le modifiche non hanno cambiato il punto più problematico: lo Stato competente a esaminare una domanda di asilo è quello sul cui territorio il richiedente giunge inizialmente. Chi ha scritto Dublino, prima di farlo, non ha guardato l’atlante geografico. Oppure ha immaginato che i migranti potessero distribuirsi uniformemente tra i paesi europei scegliendosi liberamente quello in cui chiedere asilo e arrivandoci comodamente in aereo, con tanto di visto rilasciato dai consolati nei paesi di origine. Nel Consiglio europeo di fine giugno si è riparlato della necessità di modificare il regolamento, ma nulla di concreto è stato fatto.

Dublino è solo la punta dell’iceberg del sistema di accordi UE che dovrebbero garantire la gestione ordinata dei flussi di profughi e migranti, nonché rispettosa dei principi umanitari racchiusi nella Convenzione di Ginevra del 1951 e recepita dalla Carta dei diritti fondamentali della Unione Europea (2012/C 326/02). Di tale sistema fa parte il regolamento n. 2009/810/CE che ha istituito il cosiddetto codice comunitario dei visti la cui applicazione mette in luce aspetti singolari che non è esagerato definire paradossali e grotteschi.

Esso fissa le procedure burocratico-amministrative e i requisiti necessari per presentare la domanda per il rilascio di un visto di “transito” o per “soggiorni della durata di non più di tre mesi” su un periodo di sei mesi dalla data di primo ingresso nel territorio di uno degli Stati membri. Dall’esame del testo emerge chiaramente che il codice comunitario dei visti è stato concepito per persone che arrivano in Europa per motivi diversi da quelli legati ad emergenze umanitarie. Dunque non per coloro che fuggono dalle guerre e che in Europa vorrebbero restarci sicuramente più a lungo di tre mesi. La parola “profugo” è del tutto assente nel testo, mentre l’aggettivo umanitario è usato 5 volte, ma sempre e solo incidentalmente. Se i requisiti previsti per il rilascio dei visti non sono soddisfatti la domanda è ritenuta “irricevibile” e il consolato “senza indugio” deve respingerla.

Ma ecco, inaspettatamente, uno squarcio di luce in 58 pagine di testo, il paragrafo 4 dell’articolo 19. Che recita: “A titolo di deroga, una domanda che non soddisfi i requisiti di cui al paragrafo 1 può essere considerata ricevibile per motivi umanitari o di interesse nazionale”. A titolo di deroga. Cosa voglia dire questa espressione è tutt’altro che assodato e l’interpretazione del paragrafo è lasciata, presumibilmente, al buon cuore dell’impiegato consolare di turno che può chiudere un occhio o no, che può fare o non fare un favore al malcapitato che gli sta di fronte, derogando dalla norma. Non è dato sapere se questa scappatoia burocratica alimenti un traffico di visti concessi da generosi impiegati più o meno liberamente. Tuttavia, se la quasi totalità di migranti ne è sprovvista, vuol dire che la loro domanda è stata ritenuta irricevibile, oppure, ipotesi più plausibile, che molti di loro una domanda neanche l’hanno presentata. Forse non ne hanno avuto il tempo, occupati com’erano a raccogliere le proprie masserizie e a scappare. Questo è successo certamente ai milioni di sfollati siriani, ma anche afgani e iracheni che negli ultimi anni sono arrivati in Europa.

Abbiamo citato Dublino e il codice comunitario dei visti. C’è un’altra direttiva, la n. 2001/51/CE, che vale la pena menzionare e che rappresenta un corollario delle disposizioni previste dagli accordi di Schengen e ne precisa le condizioni di applicazione. Siglati nel 1985 gli accordi hanno eliminato i controlli alle frontiere interne dell’Ue consentendo la libertà di circolazione dei cittadini dei paesi firmatari. L’articolo 26 della convenzione di applicazione degli accordi di Schengen, Documento 42000A0922(02), afferma che se ad uno straniero viene rifiutato l’ingresso in uno Stato dell’Ue, la compagnia aerea, marittima o terrestre che lo ha trasportato è tenuta a ricondurlo a proprie spese nel paese di provenienza che gli ha rilasciato il documento di viaggio. La direttiva 2001/51/CE ribadisce gli obblighi imposti alle compagnie di viaggio e, per di più, stabilisce gli importi minimi e massimi delle sanzioni pecuniarie da pagare per ogni persona trasportata (minimo importo non inferiore a 3000 a, massimo importo non inferiore a 5000 euro) e per ogni infrazione commessa (massimo importo non inferiore a 500.000 euro). Nel testo della direttiva si afferma che essa rientra in un “dispositivo globale di controllo dei flussi migratori e di lotta contro l’immigrazione clandestina” e che la sua applicazione non pregiudica “gli impegni derivanti dalla Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati”. Non potendo per ragioni di spazio esaminare la Convenzione di Ginevra invitiamo il lettore a farlo e a verificare se non esistano delle contraddizioni.

Il riferimento alla Convenzione di Ginevra, spesso presente nei regolamenti riguardanti i movimenti di persone nel cosiddetto spazio Schengen, risponde ad una necessità certamente formale, ma finisce con l’introdurre un carattere di ipocrisia, vaghezza e approssimazione in normative che dovrebbero essere a prova di errori di interpretazione. Quando una legge è ambigua la prima cosa che si fa è accertare che non sia in contrasto con il dettato costituzionale. L’Europa una sua costituzione non ce l’ha. Dopo la bocciatura referendaria di Francia e Olanda i tentativi dell’Unione di darsi una costituzione hanno partorito il Trattato di Lisbona, un surrogato di carta costituzionale detto anche Trattato sull’Unione. In esso l’articolo 67 dice che l’Unione “sviluppa una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi. Nel trattato, inoltre, è presente un capitolo dal titolo “Aiuto Umanitario” dove si afferma che le azioni dell’Unione nel settore dell’aiuto umanitario “mirano a fornire, in modo puntuale, assistenza, soccorso e protezione alle popolazioni dei paesi terzi vittime di calamità naturali o provocate dall’uomo”. Belle parole. Ci si aspetterebbe che tali affermazioni trovassero pieno riscontro nei regolamenti applicativi, cosa che però non sembra che accada a meno dei ridotti margini lasciati alle libere interpretazioni dei testi.

Ma è proprio nelle intercapedini interpretative di convenzioni, trattati, regolamenti e direttive che si consuma il dramma del diritto di asilo in Europa: i profughi hanno diritto di avere asilo e protezione, tuttavia affinché questo diritto gli venga riconosciuto avrebbero bisogno di un visto che è praticamente impossibile ottenere. Ed è chiaro che senza visti, o documenti di viaggio assolutamente ineccepibili, nessuna compagnia aerea o navale o terrestre si assume l’onere, soprattutto economico, di trasportare dei profughi. Ed è altresì chiaro che, in mancanza dei visti, i profughi per salvarsi la vita sono costretti a rischiarla la loro vita, costretti ad affrontare il viaggio con altri mezzi, disposti a pagare a trafficanti e scafisti due, cinque, dieci volte più di quello che gli sarebbe costato un biglietto regolare su una nave regolare.

La notte del 19 aprile 2015 circa 800 migranti eritrei morirono al largo delle coste della Libia. Probabilmente fu la più grave tragedia marittima accaduta nel mediterraneo dall’inizio del XXI secolo. Tre giorni dopo i capi di Stato dell’Unione Europea si riunirono a Bruxelles per decidere misure straordinarie per evitare nuove simili tragedie. In quella sede avrebbero potuto riconoscere l’inadeguatezza dei regolamenti in vigore (e magari ammettere che alla loro applicazione sono legate le tragedie e le drammatiche condizioni a cui sono soggetti i migranti durante le loro odissee). Avrebbero potuto discutere se non fosse il caso di abolire la direttiva 2001/51/CE o se non fosse necessario introdurre, nel codice comunitario dei visti, la nozione di profugo e una procedura semplificata per ottenere un visto per motivi umanitari. Le decisioni prese furono altre e si tradussero nel rafforzamento dell’agenzia Frontex, che è un organo di polizia, assegnando più fondi e mezzi per le operazioni militari EuNavFor Med e Sophia. Operazioni che si sono aggiunte, non sempre in armonia di intenti, a quelle di salvataggio delle ong internazionali. Le cronache delle ultime settimane hanno evidenziato che tanto le operazioni di Sophia quanto quelle delle ong sono diventate oggetto di scontro politico. E mentre i politici litigano non si ferma il tributo di vite umane perse nelle acque del mare che fu culla di civiltà.

Post Scriptum: i regolamenti citati nel presente articolo sono tutti in vigore. Chi volesse può visionarne i testi in rete nel sito EUR-Lex dell’Ue.

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