Cronologia di un pasticcio tedesco

Secondo la Treccani, con il termine “pasticcio” si può indicare in senso figurato un lavoro, anche intellettuale, mal fatto, disordinato, confuso. Il lavoro di cui parliamo è quello svolto dalle autorità tedesche per ottenere l’espulsione di un tunisino (reso noto dalla stampa con “Sami A.” perché non è consentito pubblicare il suo cognome per esteso) ritenuto un pericoloso salafista.

La televisione, un giorno sì un giorno no, ci ha raccontato della vicenda soprattutto sotto l’aspetto delle complicazioni giuridiche che ha causato. Si parla di competenze politiche che hanno scavalcato quelle dei tribunali, si parla della polizia che avrebbe eseguito ordini politici e non giudiziari, insomma tutta roba da far rivoltare tre volte nella tomba la buonanima di Montesquieu.

La stessa televisione ci ha fatto vedere nelle ultime settimane e mesi come stava per crollare il governo Merkel proprio a causa della gestione delle espulsioni, dell’immigrazione e dei profughi in generale. Ci hanno mostrato un Ministro dell’interno Seehofer battersi i pugni sul petto per ottenere il respingimento dei richiedenti asilo direttamente alla frontiera e la loro rispedizione al primo paese in cui sono approdati.

Abbiamo visto come all’intellighenzia tedesca e all’opposizione di sinistra al Bundestag è venuta la pelle d’oca al momento in cui si è parlato di “Lager” per tenere fermi i richiedenti asilo, evitando loro di sfuggire ai controlli. Alla parola “lager” (anche se si parlava di “Auffangslager”, campi di accoglimento) la pelle d’oca è venuta a tutti i tedeschi ragionevoli, di cui non fanno certamente parte i simpatizzanti del movimento di estrema destra PEGIDA e del partito AfD la “Alternative für Deutschland”.

Le argomentazioni della CSU, il partito di Seehofer, con una radicalizzazione mai vista attorno al problema dei profughi, hanno innanzitutto mostrato di cosa si stia realmente parlando: il pericolo di perdita di voti a destra. In ottobre la CSU affronta le elezioni regionali in Baviera. Il partito teme, come il diavolo l’acqua santa, la AfD e crede di poterla combattere solo scavalcandola a destra nella questione dei profughi e degli immigrati.

Ma prima di continuare a speculare attorno alla confusione che s’è creata attorno all’espulsione di Sami A., cerchiamo di vedere la cronologia del suo caso veramente particolare. Cominciamo a stabilire che il Tribunale Amministrativo “Oberverwaltungsgericht” di Münster ha deciso: il tunisino deve essere riportato in Germania! La storia di questo soggetto risale al 1997 quando venne a Krefeld con un visto per studenti. Nel 1999 il caro Sami fa un giretto per andare a trovare i suoi compagni di al-Qaeda alla frontiera tra Afghanistan e Pakistan dove, a quanto pare, avanza a guardia del corpo del defunto Osama bin Laden, cosa che però lui e i suoi avvocati negano con veemenza. Tra il 2000 e il 2005 torna in Germania e lascia stare l’elettronica che aveva studiato all’università di Colonia, per dedicarsi all’attività di predicatore salafista. In quel periodo i servizi lo tengono d’occhio e lo classificano come un pericoloso “incendiario ideologico”. Si apre un’inchiesta nel 2006, con il sospetto che sia membro di un’organizzazione terroristica. L’Ufficio per gli stranieri di Bochum inizia la pratica di espulsione. Sami A. presenta nel frattempo la domanda di asilo politico, poi respinta nonostante che nel frattempo sia la moglie sia i figli abbiano acquisito la nazionalità tedesca. Nel 2007 si chiudono le indagini poiché i sospetti non sembrano supportati da riscontri oggettivi. Qualche anno dopo, nel 2010 il Tribunale Amministrativo di Düsseldorf si pronuncia: Sami A. non può essere espulso perché in Tunisia (suo Paese di destinazione) vige un regime carcerario inumano, inclusa la pratica della tortura. La sentenza è confermata dal Tribunale di Münster e di conseguenza l’Ufficio Federale per i Migranti e Profughi rilascia il decreto che ferma l’espulsione. Ma non è finita qui. Nel 2014 lo stesso Ufficio rivede la sua decisione considerato che, dopo la “primavera tunisina” del 2011, le condizioni carcerarie di quel Paese sarebbero cambiate e Sami A. non deve più aspettarsi d’essere torturato. La questione torna a occupare il tribunale. Il TAR di Gelsenkirchen si pronuncia nel 2016 nuovamente a favore di Sami A. La questione passa al Tribunale superiore e anche il tribunale “Oberverwaltungsgericht Münster” decide nel 2017 che effettivamente maltrattamenti inumani sono ancora praticati anche nella Tunisia postrivoluzionaria.

Giugno 2018: ancora movimento nel caso Sami A. Il Governo del Land Nord-Reno Westfalia dispone l’espulsione e chiede alla Bundes-polizei di metterla in atto. Il 25 giugno la polizia prenota i posti su un aereo di linea per il 12 luglio e arresta Sami A. La questione a questo punto diventa chiaramente politica quando il Ministro Federale dell’interno Horst Seehofer dichiara di voler fare di tutto per cacciare dalla Germania il tunisino Sami A. Gli avvocati del tunisino si rivolgono al tribunale, lanciando l’allarme dell’espulsione prevista per il 29 Agosto. Il Tribunale chiede conferma all’Ufficio per gli stranieri e chiede anche della data prevista per un’estradizione che non è stata mai permessa. Il volo di linea è disdetto. Il governo del Nord-Reno Vestfalia insiste sulla polizia con l’ordine di estradizione. Il 13 luglio Sami A. viene portato a bordo di un volo charter e trasportato in Tunisia. Il Tribunale reagisce: riportatelo indietro! L’aereo ritorna, ma senza Sami A., che resta in Tunisia e che dopo una breve detenzione nel suo Paese natale è rimesso in libertà.

Il 13. Agosto la città di Bochum emette un divieto di rientro in Germania nei confronti di Sami. Due giorni dopo, il 15 di agosto è emesso il decreto del Tribunale di Münster che ordina il suo rientro in Germania poiché la sua espulsione è chiaramente illegale. Bella storia vero? E comunque non è finita. Però torniamo alla nostra televisione che ci racconta insieme alla storia di Sami A. anche quella di migliaia d’immigrati e richiedenti asilo politico che nel frattempo si sono ben integrati e che nel frattempo vanno a scuola e seguono l’addestramento professionale. Secondo Seehofer anche queste persone vanno espulse. Un tribunale ordina il rientro di un salafista pericoloso. Altri tribunali ordinano l’espulsione di gente onesta.

Abbiamo quindi da un lato il senso d’umanità dei tedeschi che non vogliono scacciare via chi si è sforzato per integrarsi e rispetta la società che l’ha accolto, dall’altro lato i partiti politici (anche quelli al governo) alla caccia di consensi elettorali e i tribunali che, codice alla mano, applicano i paragrafi, siano essi a favore o a svantaggio di personaggi inquietanti.

La Kanzlerin Merkel, pragmatica com’è, ha ricevuto a sua volta un chiaro segnale dai capitani d’industria tedeschi. Entro i prossimi dieci anni, la Germania ha bisogno di ottocentomila lavoratori qualificati. L’andamento demografico dice che tedeschi a sufficienza non ce ne saranno. E allora? Allora Mercedes, BMW, BASF, Siemens e compagnia bella dicono: prendiamo i profughi, addestriamoli, integriamoli e mettiamoci in una posizione di vantaggio per tutti. Questo è quello che chiede l’economia tedesca che è da sempre il faro e l’orientamento della cancelliera Merkel. Ma non tutti la pensano così. Ci sono ancora quelli che scendono in piazza come ultimamente a Chemnitz e che parlano dell’inquinamento della cultura tedesca e poi quelli che parlano del pericolo d’infiltrazione straniera nella loro amata Germania, per la quale lo straniero è un corpo estraneo, dannoso e pericoloso. Sono quelli che voteranno AfD ed è questa la paura di Seehofer. Ed è per paura che si fanno pasticci come quello di Sami A., dimenticando che la legge va applicata ed è uguale per tutti, anche per l’ex guardaspalle di Osama Bin Laden.

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