Il fotografo inglese Barry Cawston non esce, quasi mai, senza la sua fotocamera. Oltre a possedere l’occhio, sa trovarsi al momento giusto nel posto giusto. In esposizione fino al 4 novembre, alcune delle sue fotografie delle opere di Bansky, ma non solo

Sei il fotografo ufficiale per di Bansky?

Sarei piuttosto cauto in una definizione del genere, perché non veritiera. Vero è che mi è stato chiesto, diverse volte di fotografare delle opere di Bansky. Sicuramente i suoi lavori sono un soggetto interessante da fotografare. Ci sarà chi documenta il suo lavoro, ma non sono io. Io presento la mia visione delle sue opere, producendo qualcosa di complementare al suo lavoro. Non una spiegazione ma un punto interpretativo diverso. Per quanto riguarda il mio lavoro su Dismaland, sono stato contatto per l’incarico di scattare delle foto del progetto, dopo che Banksy aveva visto alcune mie foto su Instagram. Le foto di Dismaland, tuttavia, non sono una semplice riproduzione di cosa ci fosse a Dismaland, bensì una mia visione di quella specifica e atipica realtà. In effetti, è un approccio più consono al mio modo di operare, visto che sono piuttosto indipendente e fedele alla mia impostazione. Io avevo fatto, già di mio, alcune foto dell’installazione Dismaland e le avevo postate su Instagram. Intorno al periodo di Natale poi lui postò, su Instagram circa una quarantina delle foto che avevo fatto. Quasi a documentare al progetto (non sono certo che, all’epoca, lui avesse altre foto). Per me è stato un bel riconoscimento, inaspettato. E visto che era sotto Natale, ancora meglio. Lo stesso vale per l’hotel a Betlemme. Io mi trovavo già lì per motivi miei, ero in viaggio per scattare delle foto di Betlemme. Anche in quell’occasione si trattava di Natale ed erano state messe in piedi bancarelle per vendere regali ai turisti. E quello mi ispirò a scattare le foto. Vorrei precisare, anche, che non sono in contatto con lui e, tantomeno, so di chi si tratti, ovvero se Bansky sia uomo, donna o un collettivo. Anche la foto dell’ultima opera che ho scattato a NewYork, è stata una fortunata, e incredibile, coincidenza. Ero a New York per altri lavori, e venni a sapere della nuova installazione sull’artista turca imprigionata. Così mi recai lì per scattare una foto, cosa che si rivelo no tanto facile. Infatti ho cercato di scattare la foto da diverse angolature e poi presi un taxi e provai a scattare le foto stando sdraiato sul sedile posteriore. Fu proprio in quel momento che passò una donna e scattò una foto con il suo iPhone e io lo ripresi così. Sono queste fortunate coincidenze che io cerco e apprezzo. Sono proprio questi momenti che creano die momenti particolari.

E sei riuscito a definire una divisione chiara?

No, non sono riuscito. La mia linea era molto sfocata. Ho colto dei momenti, secondo me narrativi, di questa integrazione dissociazione. Come l’immagine, presente nella mostra, della Regina Elisabetta. O anche l’immagine Fish & Chips. Adoro quell’immagine: non è nulla di esotico, bensì un’immagine della società occidentale, ma trascendente, quasi si trattasse di un mondo completamente differente. Pensavo che avrei finito il progetto ad Aprile per poi rendermi conto che avevo finito per scattare foto durante tutta la stagione invernale-primaverile, senza la stagione estiva. Per cui ho proseguito con il progetto fino ad Agosto, riuscendo anche a fare scatti della spiaggia (apparentemente durante l’estate più affollata degli ultimi 15 anni). Alla fine il progetto mi ha preso più o meno un anno dalla prima foto alla pubblicazione. Dismaland aprì a Settembre e durò appena qualche mese, anche se l’impressione che si ha è che sia stato aperto per più tempo (alcuni pensano perfino che sia ancora aperto). L’inaugurazione fu in sordina, ma dopo poco tempo si era creata una sorta di leggenda urbana, che portava persone a festare in fila mezza giornata, pur di riuscire ad entrare in questo parco del divertimento distopico. Ho conosciuto perfino una donna che arrivò, in aereo First Class dal Giappone, per visitare Dismaland per qualche ora e per rientrare.

In un anno avrai scattato tantissime foto è stato facile selezionare poi quelle che sono entrate a far parte del progetto libro?

Se non sbaglio nel libro ho inserito circa 200 foto, ma non ho idea di quante foto io abbia scattato nel corso del progetto. Sicuramente saranno state almeno un paio di migliaia. Fotografare è un po’ come pescare: hai la sensazione che qualcosa stia per succedere, quindi rimani in attesa del momento perfetto da catturare. E visto che i momenti possono essere diverso, a volte è necessario poi selezionare quello più espressivo e con maggiore forza narrativa nel contesto. È sicuramente il progetto più lungo a cui io abbia lavorato. Ex è stato una bella sfida. Perfetto per chi, come me, ama le sfide. Non era nemmeno certa, all’inizio, la struttura del progetto. Non sapevo se sarebbero rimasta una serie di foto o se il tutto avrebbe confluito in un libro. I progetti, come in questo caso, sviluppano una propria energia e modalità comunicativa.

Tu e la tua fotocamera siete inseparabili? Quale è il momento in cui senti la necessità di scattare una foto?

Non proprio. Ci sono delle volte in cui non ce l’ho proprio. Ovviamente non manca quando fotografo su commissione o mi trovo in un paese straniero. Finora, fortunatamente, non ci sono state molte occasioni in cui ho voluto scattare una foto e non avessi la fotocamera con me. Sembra strano, ma voglio fotografare quando mi sento di farlo, o meglio ne sento la necessità. Sicuramente sento questa necessità quando mi trovo in posti diversi da quelli in cui sono cresciuto e vivo abitualmente, e, specialmente, s e sono in posti esotici. Dismaland, per esempio, era una struttura molto dinamica, con continui impulsi fotografici.

Hai detto che adori le sfide. Che sfide ti piacerebbe ricevere? E cosa non accetteresti?

Fino allo scorso maggio non avevo mai fatto, finora, una art residency. La bellezza di questo tipo di progetto, è che può scattare quante foto vuoi, senza una fissa struttura, con i tuoi tempi. 2 settimane in Sudafrica per scattare 10 foto che esibiremo, con 10 quadri realizzati da un altro artista. Era trascorso tanto tempo dall’ultima volta in cui ho scattato foto di puri paesaggi. Per quanto riguarda cosa non farei, devo dire che ci sono stati anche dei momenti in cui ho messo via la mia fotocamera. Quando i sono trovato in Palestina, per esempio, ho percepito che in alcuni momenti, sarebbe stato troppo da fotogiornalismo e inappropriato dal punto di vista emozionale. C’è stato anche un volta, nel passato, in cui mi è stato chiesto di scattare delle foto per una campagna pubblicitaria. Ero eccitato per questa nuova opportunità, ma, quando mi dissero che si trattava di una campagna per sigarette decisi di dire no. Qualche volta so anche dire no.

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