Ikonen allo Staatstheater di Saarbrücken si impone come un mosaico coreografico di grande forza, capace di attraversare epoche, culture e sensibilità, mantenendo sempre al centro l’essere umano e i suoi simboli.
Con Noces, Angelin Preljocaj affronta la cultura dell’Europa orientale attraverso il rituale matrimoniale, trasformandolo in una danza tesa, quasi violenta. L’amore viene mostrato come contratto sociale, come lotta di ruoli e di potere. Le figure femminili richiamano le spose-pupazzo, manovrate da una tradizione che lascia poco spazio alla scelta individuale. È un lavoro che colpisce per la sua lucidità e per la capacità di rendere universale un rito profondamente radicato in una cultura specifica.
In Alte Erde, Stijn Celis riduce il numero degli interpreti a tre soli danzatori, ma amplia lo spazio scenico grazie a un uso intelligente e poetico del video. L’omaggio all’Africa è evocativo, mai didascalico: il corpo diventa terra, origine, memoria collettiva. La tecnologia visiva dialoga con la danza, creando una stratificazione di immagini che potenzia il senso di appartenenza a una storia ancestrale.
Il trittico si chiude con ICONIC: Pink Floyd di Diego Tortelli, che si apre con un’atmosfera cupa e ipnotica, dominata da uno sguardo che osserva. Da subito lo spettatore viene catturato in un flusso di movimento che esplora la frattura interna dell’individuo: piccoli passi, micro-gesti, scarti continui tra identità personale e necessità di delimitarsi dall’altro. La danza diventa metafora dell’anima umana, sempre in bilico tra bisogno di unione e desiderio di autonomia.
Tre opere molto diverse tra loro che, insieme, restituiscono l’iconico non come immagine fissa, ma come esperienza viva e riconoscibile.
Su queste riflessioni si innesta l’intervista a Diego Tortelli, che approfondisce il dialogo con Angelin Preljocaj e Stijn Celis, il valore della musica e l’evoluzione del corpo come linguaggio simbolico offrendo uno sguardo lucido e contemporaneo sul senso di Ikonen.
Nel contesto di Ikonen, lei condivide la scena con Angelin Preljocaj e Stijn Celis. Cosa ha imparato artisticamente dagli altri due coreografi e come ha dialogato con le loro visioni differenti?
Condividere Ikonen con Angelin Preljocaj e Stijn Celis è stato prima di tutto un esercizio di ascolto, di rispetto e un grandissimo onore. Di Angelin ho sempre ammirato la precisione del pensiero e la forza simbolica delle immagini; di Stijn la libertà fisica e quella tensione emotiva che attraversa il corpo senza irrigidirlo.
Il dialogo non è mai stato quello di cercare un’estetica comune, ma piuttosto di accettare le differenze come valore fondante del progetto. Ikonen diventa così uno spazio di coesistenza: tre sguardi distinti che non si sovrappongono, ma si riflettono, permettendo allo spettatore di attraversare mondi coreografici differenti all’interno di un’unica esperienza. In fondo, non dovrebbe essere proprio questo il modo in cui osserviamo il mondo? Io credo di sì.
Guardando alla sua carriera con Miria Wurm — dove avete esplorato il corpo come linguaggio e memoria — come ha integrato questi aspetti concettuali nel lavoro creato per Saarbrücken?
Il lavoro con Miria Wurm mi ha insegnato a considerare il corpo come un archivio vivente, un luogo in cui memoria, linguaggio e identità si stratificano. In PRISMA questi elementi emergono soprattutto nel rapporto tra collettivo e individuo: il gruppo come memoria condivisa, il solo come atto di rottura e riaffermazione dell’unicità. A Saarbrücken ho portato questa tensione, lasciando che il corpo non fosse mai solo forma, ma traccia di un attraversamento emotivo e fisico che resta impresso nello spazio.
Grazie al lavoro con Miria Wurm abbiamo avuto il coraggio di creare a Monaco un vero e proprio playground: un luogo di sperimentazione in cui posso rischiare, sbagliare, azzardare. È una libertà che, per rispetto, non mi concedo mai completamente nei lavori su commissione per i teatri.
Quando entro in una compagnia che non è la mia, sento una responsabilità profonda verso la sua storia, l’estetica del luogo e la visione del direttore artistico. Mi chiedo sempre come il mio lavoro possa accompagnare il percorso della compagnia ed essere utile a loro e al loro pubblico, senza perdere me stesso. A Monaco, invece, con Miria, posso giocare e accettare anche l’eventualità dell’“insuccesso”, sapendo che ogni risultato fa parte di una ricerca che guarda oltre il prodotto finito.
La sua danza spesso destruttura il corpo e lo ricostruisce in forme geometriche o simboliche. Questo stile si è evoluto negli ultimi anni? Se sì, come lo ri-concepirebbe in un futuro progetto collettivo?
Ho sempre avuto una certa resistenza verso la parola “stile”. Per molti è un traguardo, per me rischia di diventare una gabbia.
Credo che la danza sia uno strumento potentissimo per evocare emozioni senza nominarle e, proprio per questo, debba restare in continua metamorfosi. Io non sono la stessa persona di dieci anni fa, e desidero che anche la mia danza continui a cambiare.
Amo destrutturare il corpo, ma amo anche osservarlo nella sua dimensione più organica, statica e minimale. Tutto può esistere, purché sia giustificato dalla mente o dal cuore. Non cerco di creare una tecnica riconoscibile, ma spettacoli vivi. Le idee sono più forti delle mode o degli stili.



























