Nella foto: Elena Mearini. Foto ©privat

La perdita di un compagno animale può diventare la lente attraverso cui rinegoziare il nostro posto nel mondo e il nostro rapporto con il linguaggio. Lo dimostra Elena Mearini (candidata per tre volte al Premio Strega e autrice di numerosi romanzi e raccolte poetiche) nel suo nuovo libro, Eri neve e ti sei sciolta (Re Nudo, 88 pagine, 14 euro), un’opera intima e struggente dedicata alla cagnolina Maya, „lei che era l’altra parte di me. Quella migliore“.

Il volume, con prefazione di Lello Voce e illustrazione di Laura Carabba, è un tentativo di tradurre il silenzio in parole, esplorando il confine tra l’umano e l’animale. La sua pubblicazione, prevista sul sito dell’editore Re Nudo già a fine 2025 (in libreria a marzo 2026), è stata anticipata rispetto alla distribuzione per esaudire il desiderio dell’autrice di vederla pubblicata entro l’anno della scomparsa di Maya, una richiesta che l’editore ha accolto con grande sensibilità e disponibilità. In questo dialogo, esploriamo l’intimo atto della „canizzazione“ attraverso la scrittura, il significato profondo del legame con Maya e come l’autrice gestisce il rischio di idealizzazione in un’opera così personale.

Nel testo parli dell’aspirazione a „un cervello da cane / per ripensare il mondo / tutto al presente“ e del desiderio di „farsi cane“. Quanto è stata una liberazione, e quanto un dolore, tentare di „canizzarti“ attraverso la scrittura, restando comunque „alla soglia di un mondo che ti è precluso“?

Farsi cane equivale per me al tentativo di farsi poeta, perché il cane vive sulla soglia tra due mondi, la specie umana che tenta di interpretare ogni cosa che sente e vede e quella animale, che invece abbandona l’interpretazione per vivere la cosa che accade e immergersi in essa. È quindi stata una liberazione dolorosa, come tutti gli atti che ci incitano a crescere.

C’è il rischio, in un’opera così intima, di idealizzare l’animale? E come hai gestito il bilanciamento tra l’intenso affetto personale e la necessità di una verità poetica universale?

È un rischio che non si corre, proprio perché il rapporto con l’animale è di segno diverso da quello con l’uomo. Non c’è idealizzazione perché non c’è aspettativa altra che non sia lo stare l’uno accanto all’altro, senza pretese di plasmare a proprio piacimento questo stare. Ovviamente questo accade solo se si è in grado di amare totalmente la creatura che ci accompagna i giorni.

Dopo un’opera così intensa e sentita, quali sono i tuoi prossimi progetti letterari? Continuerai l’esplorazione del rapporto tra l’umano e il mondo naturale, o ti dedicherai a nuove tematiche?

In prossima uscita, a gennaio 2026, ci sarà una nuova raccolta che esplora l’incomunicabilità, il fallimento del “capirsi” gli uni con gli altri. Il titolo è Sottozero, con prefazione di Antonio Bux.