Licenziamenti, imprese sotto pressione e tasse sempre più alte. Il giornalista e columnist di FOCUS Jan Fleischhauer giudica profondamente fuori luogo le misure del governo tedesco. Nel suo podcast „Der Schwarze Kanal“ non nasconde l’irritazione: “si sente chiaramente venir meno la pazienza”
Nel 2026 la situazione economica e politica della Germania continua a destare preoccupazione. Non si tratta più di una difficoltà passeggera, ma di problemi che durano da anni e che ora incidono direttamente sulla vita quotidiana di lavoratori, famiglie e imprese. Secondo il giornalista Jan Fleischhauer, il rischio maggiore è che la politica non stia affrontando la crisi nel modo giusto.
La Germania era considerata il “motore economico” d’Europa. Oggi quel motore fatica ad avviarsi. La crescita è debole, gli investimenti rallentano e molte aziende riducono la produzione. I costi dell’energia restano elevati, soprattutto per l’industria, e questo rende meno competitivi i prodotti tedeschi rispetto a quelli di altri Paesi.
Molte imprese, in particolare le aziende familiari e le piccole e medie imprese, si trovano strette tra tasse alte, burocrazia complessa e regole sempre più rigide. Alcune scelgono di delocalizzare, altre chiudono. A pagare il prezzo più alto sono i lavoratori, che vivono con il timore di perdere il posto o di non trovare alternative stabili.
Negli ultimi anni i licenziamenti sono aumentati, anche in grandi gruppi industriali. Il lavoro stabile, che per decenni è stato una garanzia in Germania, non è più scontato. I contratti a tempo determinato e il lavoro precario crescono, mentre molte famiglie fanno fatica a pianificare il futuro.
Per i cittadini che vivono in Germania questo significa maggiore incertezza, soprattutto nei settori industriali e artigianali. Chi lavora come dipendente teme per il posto, chi ha una piccola attività deve fare i conti con costi sempre più alti.

Secondo Fleischhauer, la politica – in particolare la SPD – risponde alla crisi quasi sempre allo stesso modo: parlando di redistribuzione e di nuove imposte. L’idea è che “chi ha di più deve dare di più”. Ma in un’economia che non cresce, questa strategia rischia di indebolire ulteriormente il sistema produttivo.
La riforma dell’imposta di successione è un esempio chiaro. Anche se presentata come una misura di equità sociale, potrebbe colpire molte imprese familiari, costringendole a vendere, ridimensionarsi o trasferirsi all’estero. Questo non crea nuovi posti di lavoro e non rafforza l’economia.
Accanto alle tasse, emergono proposte come il controllo dei prezzi su alcuni beni di prima necessità. Misure che possono sembrare utili nel breve periodo, ma che – secondo il giornalista – non risolvono i problemi alla radice e ricordano modelli di economia pianificata già falliti in passato.
Uno degli aspetti più critici riguarda il modo in cui la situazione viene raccontata. Fleischhauer parla di una vera e propria distanza tra realtà e comunicazione politica. I toni ufficiali sono spesso ottimistici, mentre cittadini e imprese vivono una quotidianità molto più difficile.
Anche tra i ministeri emergono forti divergenze: alcuni descrivono una situazione economica seria, altri chiedono di “non dipingere tutto di nero”. Questa mancanza di una diagnosi condivisa rende difficile prendere decisioni efficaci.
Diversi economisti parlano apertamente di un problema di comprensione della crisi. Non si tratta solo di attuare le riforme, ma prima ancora di riconoscere la profondità dei problemi.
Secondo Fleischhauer, il pericolo più grande è l’abitudine alla crisi. Se la politica continua a minimizzare, i cittadini rischiano di perdere fiducia nelle istituzioni. A lungo andare, questo può rafforzare il malcontento sociale e la sfiducia verso la democrazia.
La Germania ha ancora grandi risorse: competenze, industria, lavoratori qualificati. Ma senza una politica industriale chiara, senza investimenti mirati e senza un confronto onesto con la realtà, la crisi rischia di diventare permanente.
Il messaggio finale di Jan Fleischauer è semplice: „servono meno slogan e più realismo. Solo riconoscendo i problemi si può iniziare a risolverli“.


























