La Germania sta attraversando una delle fasi economiche più difficili degli ultimi dieci anni, ma la risposta politica appare confusa, contraddittoria e sempre più distante dalla vita reale di lavoratori e imprese
La Germania sta affrontando una crisi economica che rischia di segnare una cesura storica nel modello sociale ed economico del Paese. Oltre tre milioni di persone risultano ufficialmente disoccupate, un livello che non si registrava da gennaio 2014. Ma questo dato rappresenta solo la punta dell’iceberg: oltre 5 milioni di persone ricevono Bürgergeld, il reddito minimo statale introdotto nel 2023, e non vengono conteggiate nelle statistiche ufficiali della disoccupazione. Tra questi ci sono adulti impegnati in percorsi di formazione, persone che assistono familiari o che per altre ragioni non risultano disponibili immediatamente al mercato del lavoro. Sommando queste categorie, il numero reale di persone senza un impiego stabile è molto più alto di quello che i numeri ufficiali lasciano intendere, e mostra quanto sia fragile il tessuto economico tedesco.
Interi settori industriali si riducono, chiudono o emigrano all’estero. Nel settore privato centinaia di migliaia di posti di lavoro scompaiono ogni anno, mentre lo Stato si trova costretto a sostituirsi al mercato come principale creatore di occupazione. Questo paradosso segnala una debolezza strutturale: uno Stato sempre più grande non riesce né a stimolare la vera produttività né a sostenere una crescita autonoma, e contemporaneamente grava sui cittadini con tasse e contributi crescenti.
La revisione al ribasso delle previsioni di crescita, dall’1,3 all’1 per cento per il 2026, conferma questa fragilità. Due terzi della crescita stimata dipendono da investimenti pubblici finanziati a debito, evidenziando una ripresa artificiale e insostenibile nel lungo periodo. I consumi privati aumentano solo moderatamente, la spesa pubblica cresce, ma l’effetto sulla creazione di posti di lavoro e sulla sicurezza economica dei cittadini rimane limitato.
In questo scenario, il dibattito politico assume toni drammatici. Il Wirtschaftsrat der CDU, associazione degli imprenditori vicina all’Unione, ha pubblicato la sua “Agenda per i lavoratori”, che propone meno tasse e meno prestazioni sociali. Le proposte sono radicali e, per molti versi, scioccanti: abolizione della Mütterrente, della pensione anticipata senza penalizzazioni, della pensione di base; riduzione dell’indennità di disoccupazione a un solo anno; tagli ai programmi attivi per il lavoro; esclusione delle cure dentistiche dal sistema pubblico; maggiore ricorso ad assicurazioni private; esclusione degli infortuni sul tragitto casa-lavoro dalla copertura pubblica. È una visione che mette in discussione il cuore stesso del modello sociale tedesco.
Ma ciò che rende il quadro ancora più preoccupante è il fatto che tutto ciò che negli anni si è faticosamente conquistato rischia di essere perso. Il duro lavoro fatto dai lavoratori, le riforme introdotte per sostenere il lavoratore, la mobilità sociale promossa attraverso misure di welfare e formazione, rischiano di essere cancellati. Decenni di progresso sociale e riforme strutturali potrebbero scomparire in pochi provvedimenti legislativi, lasciando milioni di persone più vulnerabili e indebolendo la coesione sociale.
In parallelo, il dibattito politico mostra contraddizioni che indeboliscono ulteriormente la fiducia dei cittadini. La ministra del Lavoro e presidente della SPD, Bärbel Bas, respinge qualsiasi riduzione delle prestazioni e definisce “sciocchezze” le osservazioni di Merz sul costo dello Stato sociale. Tuttavia ammette che lalcune riforme passate, pur impopolari, avevano rilanciato il Paese. Questa contraddizione evidenzia il paradosso tedesco: si vuole sicurezza sociale senza affrontare il problema della sostenibilità economica, e si rischia così di rimanere intrappolati tra esigenze fiscali e promesse politiche irrealizzabili.
Intanto, i lavoratori fanno i conti con un carico fiscale e contributivo che supera il 40 per cento. L’incentivo a impegnarsi di più diminuisce: non si tratta di pigrizia, ma di calcolo razionale. Il part-time e il lavoro ridotto diventano scelte logiche quando lavorare di più non conviene. Lo Stato chiede maggiore impegno e produttività, ma non riduce né la pressione fiscale né il costo del lavoro, scoraggiando così chi potrebbe contribuire alla crescita reale.
Il rischio è inquietante: la Germania rischia di trasformarsi in una società con meno lavoro, meno crescita e meno prospettive. La cosiddetta “life-work balance” rischia di diventare una scusa per giustificare la mancanza di opportunità economiche, mentre altri Paesi attraggono imprese e investimenti grazie a politiche fiscali e regolatorie più competitive. Senza una riforma profonda dello stato sociale, del fisco, del mercato del lavoro e dei costi energetici, il modello tedesco rischia di logorarsi, e a pagare il prezzo saranno i cittadini, i lavoratori e le famiglie che hanno costruito e sostenuto il sistema negli anni.
La posta in gioco è chiara: o si affrontano i nodi strutturali con coraggio, o si lascia che tutto ciò che è stato conquistato – diritti, riforme, tutele – venga cancellato. E non sarà solo una sconfitta economica, ma una sconfitta civile, con conseguenze sociali ed economiche profonde per le generazioni future.




























