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Politica, lavoro e pensioni. Quando a pagare sono sempre gli stessi

Seguire la politica tedesca negli ultimi mesi è diventato per me, ma non solo, credo anche per molti cittadini che vivono in Germania, un esercizio estenuante.

Il dibattito pubblico appare dominato da parole altisonanti, annunci muscolari e prese di posizione perentorie, mentre manca quasi del tutto l’ascolto di chi lavora ogni giorno e tiene in piedi il Paese. Si discute dei lavoratori, ma raramente con i lavoratori. E quando il confronto si fa più acceso, il tono che arriva dai vertici istituzionali – a partire dal Cancelliere – dà spesso l’impressione di uno sguardo distante, dall’alto verso il basso, più incline alla predica che al dialogo sociale. Un approccio che rischia di allargare ulteriormente la frattura tra politica e società.

È in questo clima che si inserisce il dibattito esploso giovedì sera nello studio di Maybrit Illner, su ZDF, dedicato a una domanda tanto semplice quanto divisiva: “Lavorare di più per salvare il benessere?” Una discussione che, più che offrire soluzioni, ha messo a nudo tutte le contraddizioni di una Germania in affanno, sospesa tra crisi economica, cambiamento demografico e riforme sociali sempre più controverse.

A infiammare il confronto sono state alcune proposte che, fino a poco tempo fa, sarebbero sembrate impensabili: abolire un giorno festivo, limitare la possibilità della malattia telefonica, superare la giornata lavorativa di otto ore e rimettere in discussione il diritto al part-time. Misure presentate come necessarie per rilanciare la competitività, ma che per molti rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della dignità del lavoro.

Il primo grande terreno di scontro è stato proprio il diritto al lavoro part-time, che l’Unione (CDU/CSU) vorrebbe restringere. Per Katharina Dröge, capogruppo dei Verdi al Bundestag, il part-time è una storia di successo: ha permesso a molte donne di entrare o restare nel mercato del lavoro e ha reso possibile una migliore conciliazione tra occupazione, famiglia e cura. Definirlo “lifestyle”, come fatto inizialmente in ambienti vicini alla CDU, è stato giudicato un’espressione offensiva e profondamente distante dalla realtà quotidiana di milioni di persone.

Dal fronte sindacale, la presidente del DGB Yasmin Fahimi ha denunciato una narrazione “sbagliata e fuorviante”, che scarica la responsabilità della crisi economica sui lavoratori, accusati implicitamente di non essere abbastanza disponibili o produttivi. Una lettura che ignora un dato cruciale: 2,5 milioni di persone cercano un lavoro a tempo pieno, ma ricevono solo offerte part-time, spesso per la mancanza di servizi essenziali come asili nido e strutture di assistenza.

È proprio qui che il dibattito mostra tutte le sue debolezze: si invoca “più lavoro”, ma senza creare le condizioni concrete per lavorare di più.

L’economista Michael Hüther, direttore dell’Istituto dell’economia tedesca di Colonia, ha riportato l’attenzione sul vero nodo strutturale: il crollo demografico. Tra il 2025 e il 2029, ha spiegato, 5,1 milioni di persone andranno in pensione, mentre solo 2 milioni di giovani entreranno nel mercato del lavoro. Una perdita netta di 3,1 milioni di lavoratori, conseguenza diretta dell’invecchiamento della popolazione e del cosiddetto Pillenknick, il drastico calo delle nascite iniziato negli anni Sessanta.

Ma anche in questo caso, la soluzione proposta – lavorare più a lungo e aumentare il volume complessivo di lavoro – rischia di restare incompleta.

Fahimi ha ricordato che la Svizzera, spesso citata come modello, non lavora solo di più, ma offre salari più alti, un salario minimo che arriva fino a 25 euro e un’economia più avanzata sul piano tecnologico e produttivo.

Il confronto si è fatto ancora più teso quando si è parlato della possibile abolizione dell’attuale legge sull’orario di lavoro, sostituendo il limite giornaliero di otto ore con una settimana da 48 ore. Per i sindacati, non si tratta di flessibilità ma di una riduzione delle tutele: senza limiti giornalieri, il rischio è che l’organizzazione del lavoro venga dettata unilateralmente dalle esigenze aziendali. Per i Verdi, quei limiti rappresentano una garanzia di sicurezza e prevedibilità.

Sul fondo di tutto resta la grande partita della riforma delle pensioni, che il cancelliere Friedrich Merz vuole avviare già quest’anno. L’idea è un cambio di paradigma: la pensione pubblica resterebbe, ma perderebbe centralità a favore della previdenza privata e aziendale. Un’impostazione che solleva forti critiche per il rischio di indebolire il sistema pubblico e aumentare la povertà in età avanzata.

In questa direzione vanno anche le proposte del Wirtschaftsrat, vicino alla CDU, che chiede di eliminare la pensione a 63 anni e la Mütterrente, collegando l’età pensionabile all’aspettativa di vita. Una linea sostenuta anche dall’economista Veronika Grimm, secondo cui la spesa pubblica sarebbe ormai insostenibile. Eppure, proprio l’estensione della Mütterrente è stata approvata solo pochi mesi fa, nel recente pacchetto pensioni: un esempio emblematico di una politica che prima promette e poi rimette tutto in discussione.

Come ha osservato il giornalista Robin Alexander, il rischio è di trovarsi nel “peggio dei due mondi”: tutti riconoscono che le riforme sono necessarie, ma il confronto resta superficiale, condizionato da calcoli elettorali e da un linguaggio che genera più paura che consenso.

Alla fine, la domanda resta aperta: si può davvero salvare il benessere chiedendo semplicemente di lavorare di più, più a lungo e con meno tutele? Senza ascolto, senza coinvolgimento dei lavoratori e senza una visione sociale equilibrata, il rischio è che la risposta dei cittadini sia sempre la stessa: stanchezza, sfiducia e distanza crescente dalla politica.