Giacomo Sergio, imprenditore tra Italia e Germania, racconta come la tecnologia possa favorire autonomia, dignità e inclusione delle persone con disabilità
Per molto tempo l’innovazione tecnologica è stata raccontata quasi esclusivamente come una leva di efficienza, produttività e competitività. Poi, a volte, accade qualcosa che sposta il punto di vista. Per Giacomo Sergio, ingegnere informatico e imprenditore livornese, questo cambiamento ha un nome preciso ed è entrato nella sua vita privata prima ancora che in quella professionale. Essere padre di una bambina con Sindrome di Down ha trasformato radicalmente il suo modo di guardare alla tecnologia: non più soltanto uno strumento per ottimizzare processi aziendali, ma una possibilità concreta per aumentare autonomia, partecipazione e inclusione sociale.
Da questa consapevolezza nasce YouDoTools Srl, startup innovativa che utilizza l’Intelligenza Artificiale per supportare le persone con disabilità intellettiva nei percorsi di vita quotidiana e lavorativa. Un progetto che si affianca all’attività di Wondersys, azienda fondata da Sergio e specializzata nello sviluppo di soluzioni tecnologiche avanzate, con sede operativa in Italia, una filiale a Francoforte e un importante supporto logistico a Vienna. Tra questi Paesi si muove anche la sua vita personale, in una dimensione che supera i confini nazionali e guarda all’Europa come spazio naturale di lavoro, confronto e crescita.
Abbiamo incontrato Giacomo Sergio per parlare di Intelligenza Artificiale, etica, disabilità e futuro: un futuro in cui la tecnologia, se progettata con responsabilità, può diventare uno strumento di emancipazione e non di esclusione.
Con le etichette di oggi, come si definirebbe? Cross-border worker, digital nomad o altro ancora?
Più che un nomade digitale, mi definisco un ‚cittadino europeo‘. Da imprenditore, questo status mi ha permesso di far crescere l’azienda in una dimensione internazionale e più ampia. Ma senza la tecnologia, tutto questo sarebbe stato complesso, se non impossibile. Il mio pendolarismo tra Italia, Germania e Austria non è solo una necessità logistica, ma un arricchimento costante. Vivere e lavorare quotidianamente in culture differenti mi permette di unire la creatività e la flessibilità italiana con il pragmatismo e la visione strutturata tipica dell’area tedesca. In fondo, non mi piacciono i confini: nel mondo ce ne sono ancora troppi e sono spesso all’origine di ogni conflitto.
Quanto è grande il vostro team e come si svolge il lavoro?
In Wondersys siamo un team di circa 25 professionisti. La nostra forza è la diversificazione: non abbiamo solo sviluppatori, ma architetti di sistemi, esperti di sicurezza delle informazioni, di qualità, di Machine Learning e Intelligenza Artificiale. Lavoriamo in modo fluido tra le due sedi, utilizzando una modalità ibrida che privilegia il risultato alla presenza fisica. Questo ci permette di attrarre talenti da diverse aree geografiche, mantenendo una visione internazionale che è fondamentale quando si sviluppano soluzioni che, per definizione, non devono avere barriere.
Per la tua azienda l’affermarsi dell’Intelligenza artificiale ha rappresentato un pericolo o un’opportunità?
L’IA è senza dubbio l’opportunità del secolo, ma è anche una rivoluzione che porterà profondi stravolgimenti sociali. Come ogni grande salto nel buio, genera fazioni, scetticismo e paure. Dal punto di vista imprenditoriale la considero un’opportunità straordinaria, ma a una condizione: non si può pensare di affrontare il futuro con le logiche di ieri. Nel settore IT siamo abituati al cambiamento; da quando ho fondato Wondersys nel 2000, non abbiamo mai smesso di studiare e cambiare strategie. Tuttavia, questa volta il salto è diverso. Non si tratta solo di imparare un nuovo linguaggio o migrare a una nuova tecnologia, ma di cambiare paradigma. Dobbiamo spostarci dall’esecuzione tecnica pura alla progettazione di senso. L’IA ci libera dal ‚dettaglio‘ per permetterci di concentrarci sulla creatività, sull’etica e sull’impatto sociale. In sintesi: l’IA fa il lavoro, ma è l’uomo che deve decidere perché e per chi farlo. Ovviamente i pericoli esistono. Dobbiamo garantire che l’IA sia sicura, minimizzando le ‚allucinazioni‘ e vigilando affinché sia imparziale e libera da bias che potrebbero discriminare proprio i più fragili. L’Europa con l’AI Act ha posto basi fondamentali per un controllo etico, ma serve un accordo globale: la sicurezza non deve diventare uno svantaggio competitivo. Purtroppo abbiamo visto in altri contesti, come il cambiamento climatico, quanto sia difficile implementare accordi globali, ma è una sfida che non possiamo ignorare.
Ai prodotti che offrite, come per esempio nel campo della logistica e della nautica, se ne é aggiunto recentemente uno nuovo: quello dello sviluppo, attraverso l’Intelligenza Artificiale, di applicazioni per sostenere e promuovere l’autonomia delle persone disabili. Come possiamo immaginarci concretamente questo supporto?
Oggi nessuno considera gli occhiali un dispositivo ’strano‘: sono uno strumento che colma una fragilità visiva. Allo stesso modo, non ci sentiamo incapaci se usiamo il navigatore per una strada già fatta; deleghiamo semplicemente uno sforzo cognitivo. Ecco, l’IA può agire come una ‚protesi cognitiva‘ per colmare il divario tra i limiti individuali e le richieste della società. Se gli occhiali sono un diritto per un bambino perché gli permettono di leggere, allora gli strumenti basati sull’IA devono essere un diritto fondamentale per le categorie fragili. Permettere a una persona con disabilità intellettiva di gestire la giornata o lavorare senza la presenza costante di un tutor è una conquista di dignità. Per questo a Novembre dello scorso anno, assieme e Guido Marangoni, ingegnere e padre, anche lui, di una bambina con Sindrome di Down e Stefano Rognini, avvocato, impegnato nell’ambito della disabilità intellettiva, abbiamo deciso di fondare YouDoTools Srl, una startup innovativa che ha come obiettivo proprio quello di supportare le persone con disabilità intellettiva nel percorso di autonomia. E il primo passo è il lancio della App YouDoToo che, come dice il nome vuole aiutare le persone con disabilità „a fare anche loro“ quello che oggi non riescono a fare in autonomia.
C’è poi una frontiera entusiasmante: la capacità empatica dell’IA. È il punto dove la scienza incontra l’emozione. Penso all’incredibile lavoro fatto a Pisa con il Robot Abel, capace di comprendere lo stato emotivo e reagire di conseguenza. Per aiutare davvero una persona in compiti complessi, la macchina deve capire come si sente: se percepisce ansia, non deve insistere con un comando, ma deve sapersi fermare o cambiare tono. In YouDoTools la nostra sfida è tradurre queste altissime ricerche di laboratorio in strumenti quotidiani e accessibili.
Di quali tecniche e mezzi, per esempio software/hardware, intende giovarsi il vostro progetto?
Per noi la tecnologia supporta, non sostituisce la relazione umana. Il nostro metodo è la co-progettazione: dialoghiamo costantemente con persone con disabilità, caregiver, psicologi e medici. Le IA generaliste sono pensate per chi ha uno sviluppo neuro-tipico; noi creiamo software ritagliati sulla disabilità intellettiva, curando usabilità e linguaggio.
Il nostro obiettivo con YouDoTools è un ecosistema che accompagni la persona in ogni fase: dalla burocrazia all’organizzazione settimanale. Anche la domotica integrata all’IA è cruciale: permette di vivere in un appartamento gestendo in sicurezza fornelli o serrature. Lato hardware, privilegiamo lo smartphone perché è alla portata di tutti e non stigmatizzante. Stiamo però studiando come usare gli smartwatch: monitorando il battito cardiaco, l’IA può intercettare uno stress eccessivo prima che diventi crisi, suggerendo una pausa o allertando il caregiver. È la tecnologia che si adatta all’uomo.
Che cosa può cambiare nella vita quotidiana di queste persone e per la loro sfera sociale?
Per la persona cambia la percezione di sé: si passa dal sentirsi ‚oggetto di assistenza‘ al sentirsi ’soggetto capace‘. Questo trasforma la società: una persona autonoma diventa una risorsa attiva. Dobbiamo passare da un welfare di spesa assistenziale a uno di investimento nell’abilitazione.
Ma la sfida più grande è il cambio di sguardo. Spesso, davanti a una persona con disabilità, gli altri si rivolgono al genitore, rendendo la persona invisibile. Vogliamo restituire la dignità di essere l’interlocutore diretto. Se la tecnologia ti aiuta a capire e rispondere, riprendi il tuo posto nel mondo. Non sei più qualcuno ‚di cui parlare‘, ma qualcuno ‚con cui parlare‘. Il vero potere dell’IA non è rendere le macchine più umane, ma permettere agli umani di essere pienamente se stessi.
Dopo aver illustrato i vantaggi di queste nuove applicazioni viene sottolineata, nella vostra homepage, l’ importanza del rispetto della privacy e della protezione di dati sia per i diretti utenti ovvero le persone disabili che per i loro accompagnatori. Si ritorna ai rischi dell’Intelligenza artificiale. Quali possono essere in questo caso?
Il rischio è delegare troppo senza controllo. La privacy dei dati sensibili, come quelli biometrici o le abitudini domestiche, deve essere blindata. Poi c’è il rischio del bias: se l’IA impara solo da modelli standard, esclude chi è neuro-divergente. Con YouDoTools lavoriamo per garantire che l’algoritmo sia addestrato sulla diversità e non sulla media statistica.
Quando vedremo le prime applicazioni?
La prima applicazione uscirà a brevissimo. Inizialmente sarà testata da gruppi ristretti e controllati con il supporto delle associazioni e di esperti del settore. Solo quando i risultati saranno sicuri e validati, inizieremo ad allargare l’utilizzo a un pubblico più vasto. La sicurezza e l’efficacia, per noi, vengono prima di tutto.


























