“Josephine” di Beth de Araújo e “Moscas” di Fernando Eimbcke mettono al centro le fragilità dell’infanzia
Una Berlinale più moscia del solito si è conclusa con l’attribuzione dell’Orso d’oro al regista turco-tedesco Ilker Catak con il suo Gelbe Briefe (“Lettere gialle”), una storia ambientata in Turchia sulla repressione di una famiglia di artisti da parte dello Stato. Un film di eccellente qualità, che presto uscirà sugli schermi delle sale cinematografiche tedesche. «Una terrificante premonizione che guarda al futuro prossimo che potrebbe accadere anche nei nostri paesi», ha commentato Wim Wenders, presidente della giuria nell’atto di porgere la statuetta al vincitore. Così la politica, esplicitamente dichiarata estranea al festival, alla fine è rientrata dalla finestra, e forse era inevitabile. In assenza di pellicole italiane ci pare giusto approfondire due film che sono stati presentati nella sezione ‘Concorso’ e che, pur non ricevendo premi, hanno colpito in modo particolare. Due film distanti per stile e coordinate culturali che però finiscono per dialogare tra di loro in modo evidente. Il primo, Josephine della regista americana Beth de Araújo è un thriller psicologico ambientato nell’upper class californiana; il secondo Moscas (“Mosche”) del messicano Fernando Eimbcke è un melodramma neorealista in bianco e nero ambientato nella periferia di Città del Messico. Le due pellicole condividono un aspetto fondamentale: lo sguardo di un bambino di otto o nove anni posto davanti a un mondo che si rivela improvvisamente ostile.
Josephine si apre come un racconto quasi domestico, fatto di giochi tra padre e figlia in un garage buio da cui bisogna correre fuori prima che la saracinesca si chiuda. È una metafora trasparente ma potente: imparare a superare la paura, attraversare l’oscurità per raggiungere la luce. Subito dopo, però, quella metafora si fa realtà brutale. La piccola protagonista, bambina di nove anni (interpretata da Mason Reeves), assiste a uno stupro in pieno giorno, in un parco di San Francisco. La violenza non è suggerita: è vista, condivisa con lo spettatore, impressa come immagine indelebile. Da quel momento il film si trasforma in uno studio sul trauma e sulle sue onde d’urto. Non solo sulla bambina, incapace di elaborare ciò che ha visto, ma sull’intero nucleo familiare. I genitori – amorevoli, responsabili, interpretati da star hollywoodiane (Gemma Chan e Channing Tatum) chiamate a un registro trattenuto – si scoprono impreparati. Come si spiega l’orrore a una bambina? Quali parole usare? E soprattutto: è giusto chiederle di testimoniare, di entrare nel meccanismo di un sistema giudiziario che, pur animato da buone intenzioni, si rivela freddo, burocratico, invasivo? De Araújo costruisce un racconto teso, scandito da conversazioni a tavola, litigi sommessi, sedute con consulenti minorili e passaggi in tribunale. L’America che emerge è quella di un apparato legale efficiente ma disumanizzante, dove la ricerca della giustizia rischia di trasformarsi in una seconda esposizione al trauma. La famiglia si sfalda non per mancanza d’amore, ma per eccesso di impotenza. E Josephine, al centro di tutto, diventa il luogo in cui si depositano paure, proiezioni, sensi di colpa.

Se il film di De Araújo racconta l’irruzione della violenza e l’incapacità adulta di contenerla, Moscas di Fernando Eimbcke lavora in sottrazione, partendo da un dolore silenzioso e stagnante. Qui il bambino di otto anni, Christian (interpretato da Bastian Escobar), non è testimone di un crimine ma figlio di una malattia: la madre, infatti, è ricoverata per un cancro e lui non può andarla a trovare. Vive temporaneamente in casa di Olga (Teresita Sanchez), una donna scorbutica e solitaria, perseguitata dalle mosche e da una vita che sembra essersi fermata. Il regista sceglie il bianco e nero e un impianto dichiaratamente debitore del neorealismo – da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica a Il monello di Charlie Chaplin – per raccontare un incontro tra solitudini. Ma ciò che rende Moscas qualcosa di più di un omaggio cinefilo è la precisione con cui si mette all’altezza del bambino. Christian vuole battere il record di un videogioco rétro, Space Invaders Pro, e vuole portare delle pantofole alla madre in ospedale. Due missioni semplici in apparenza, ma titaniche per chi non ha soldi e non può entrare nel reparto.
Il film trova la sua idea più felice nel parallelismo tra gli invasori spaziali del videogame e le cellule maligne che invadono il corpo materno. La fantascienza infantile diventa linguaggio per nominare l’indicibile. Dove Josephine resta muta davanti alla violenza, Christian traduce la malattia in battaglia cosmica. E se nel film americano l’apparato legale si erge come barriera, qui è l’istituzione ospedaliera a impedire l’accesso: anche in Moscas il bambino si scontra con regole pensate dagli adulti e per gli adulti. La differenza decisiva sta nel movimento emotivo. Josephine è un film centripeto, che si chiude sempre più su una famiglia sotto pressione, fino a sfiorare il collasso. Moscas è centrifugo: dalla casa infestata di Olga si apre uno spazio di relazione inatteso. È il bambino, con la sua ostinazione e la sua fantasia, a smuovere l’immobilità dell’adulta. Se nel film di de Araújo l’infanzia è ciò che va protetto – e che tuttavia viene esposto –, in quello di Eimbcke è ciò che salva, che riattiva il desiderio di vivere. Entrambi i registi evitano però la trappola della santificazione. Josephine non è un simbolo innocente: è instabile, rabbiosa, imprevedibile. Christian non è un angelo: è caparbio, talvolta manipolatore, testardo. In modi diversi, i due film rifiutano la retorica dell’infanzia come luogo puro e separato. Al contrario, mostrano come a otto o nove anni si possa essere già costretti a confrontarsi con il sesso, la violenza, la malattia, la morte.


























