In una Berlinale di qualità medio bassa come quella di quest’anno, a lasciare il segno più che le pellicole sono le polemiche. E il tema del contendere è quello del rapporto tra cinema e politica. C’è un nesso tra l’arte dei fratelli Lumière e l’impegno politico? E se c’è si tratta di un legame necessario o superfluo? Un festival cinematografico è tenuto necessariamente a commentare gli eventi che si svolgono nello scenario mondiale o deve accontentarsi di presentare buone pellicole senza prendere posizione sui fatti del mondo?
L’aspetto più stravagante è che questa discussione abbia luogo proprio al Festival di Berlino, che da sempre, molto più di quello di Cannes o di Venezia, ha iscritta nel DNA la dimensione politica. Quante volte abbiamo sentito in passato registi e attori, in occasione del lancio di un loro film, lanciare appelli contro guerre e massacri, contro ingerenze e politiche imperialiste. Per restare ai tempi recenti, nel febbraio di tre anni, fu ospite illustre della cerimonia di apertura della Berlinale niente meno che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale tenne un accorato discorso per ringraziare gli europei degli aiuti forniti alla guerra di resistenza contro l’invasore russo. E l’anno seguente, nel 2024, fu presentato alla Berlinale il film documentario No Other Land, prodotto e diretto da un collettivo israelo-palestinese, che racconta le violenze vergognose dei coloni israeliani che si appropriano della terra palestinese al di fuori di ogni convenzione e diritto. Ricordiamo bene le proiezioni di quella pellicola alla presenza dei registi che si trasformarono in happening contro il genocidio di Gaza.
Tutto questo, piaccia o non piaccia, ha sempre fatto parte della Berlinale. Ed è per ciò che ha destato non poca sorpresa la dichiarazione di Wim Wenders, padre nobile del cinema tedesco, presidente della giuria che assegna l’Orso d’oro, il quale nel corso della conferenza stampa di presentazione del festival ha detto che gli artisti dovrebbero «stare fuori dalla politica, perché se realizziamo film che sono espressamente politici, entriamo in quel campo. Noi registi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici». Ed ha pure aggiunto: «I film possono cambiare il mondo, ma non in senso politico. Nessun film ha davvero cambiato le idee di un politico, ma possiamo cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere».
Sono parole che hanno lasciato di stucco molti habitué del Festival berlinese e che hanno scatenato un’aspra polemica, anche considerando l’importanza di un regista come Wenders, che è parso improvvisamente rinnegare il suo stesso passato. Siccome la dichiarazione di Wenders era conseguente ad una domanda sul genocidio palestinese, molti lo hanno accusato di vigliaccheria, di non avere il coraggio di dire ciò che pensa per non mettersi in contrapposizione col governo tedesco. La direttrice artistica della Berlinale, l’americana Tricia Tuttle, ha reso pubblica una sua nota ufficiale che recita: «La libertà di parola è una realtà alla Berlinale. Sempre più spesso ci si aspetta che i registi rispondano a qualsiasi domanda venga loro posta; vengono criticati se non rispondono, o criticati se rispondono e non ci piace quello che dicono. E vengono criticati se non riescono a condensare pensieri complessi in un breve frammento sonoro quando un microfono viene piazzato davanti a loro, mentre pensavano di parlare di qualcos’altro».
Incidente chiuso? Assolutamente no, anche perché la presa di posizione della direzione del festival è parsa a tutti un modo tartufesco per evitare il peggio. E infatti è subito arrivata una seconda ondata polemica: decine di attori, registi e altri artisti (tra i quali figurano Javier Bardem, Tilda Swinton, Mike Leigh, Lukas Dhont, Nan Goldin, Miguel Gomes, Adam McKay e Avi Mograbi) hanno sottoscritto una lettera aperta, pubblicata sulla rivista “Variety”, in cui denunciano l’assordante silenzio del Festival berlinese di quest’anno su Gaza e ricordando che oltre 5.000 lavoratori del cinema, tra cui diversi grandi nomi di Hollywood, si sono rifiutati di lavorare con «aziende e istituzioni cinematografiche israeliane ritenute “complici”». E la scrittrice indiana Arundhati Roy ha deciso di rinunciare a venire a Berlino, visto che suoi eventuali commenti di carattere politico sarebbero risultati sgraditi o fuori luogo.
L’ultimo capitolo della querelle, almeno fino ad ora, è la nuova replica della direttrice della Berlinale, la quale ha respinto l’accusa di censurare le voci critiche sulla guerra nella Striscia di Gaza. «Non è vero che abbiano “messo a tacere” o “intimidito” i registi», ha dichiarato Tricia Tuttle alla Deutsche Presse-Agentur. Ha poi aggiunto: «Esorto Israele a rispettare il diritto internazionale. Ritengo inoltre che i governi e i partner di Israele debbano garantire il rispetto del diritto internazionale al fine di proteggere la vita della popolazione civile. Ma si tratta di una questione la cui complessità e delicatezza possano essere trasmesse in una breve dichiarazione. Ritengo molto pericoloso che il festival prenda posizione, perché così facendo esclude alcune persone e segnala loro che non sono invitate a partecipare alla discussione e non possono esprimere la propria opinione». Di nuovo parole cerchiobottiste che vorrebbero salvare capra e cavoli. Il cronista veterano della Berlinale rimane interdetto e si chiede che male ci sia, al di là della ovvia complessità e delicatezza che ogni evento bellico comporta, ad alzarsi e dire “basta” ad ogni forma di violenza bellica e di sterminio, senza paura di usare il bilancino e di irritare qualche premier di governo. Alla Berlinale registi e attori lo hanno sempre fatto e non si vedono motivi per smetterla.

























