Nella foto: Palazzo Madama, sede del Senato. Foto di ©Di Merulana - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=126533897

Settantasei favorevoli, cinquantacinque contrari. Nessun astenuto. Così, nel pomeriggio del 14 gennaio, l’Aula del Senato ha dato il via libera definitivo al disegno di legge sulla revisione dei servizi per i cittadini e le imprese all’estero

Numeri netti, che però non raccontano tutto. Perché il provvedimento, approvato dopo le modifiche introdotte a Montecitorio, continua a dividere profondamente chi vive – e rappresenta – l’Italia oltre confine.

A illustrare il testo in Aula è stato il relatore Roberto Menia (Fratelli d’Italia). Il cuore della riforma sta soprattutto nell’articolo 1: nasce un nuovo ufficio dirigenziale generale al Ministero degli Affari esteri, incaricato di gestire in modo centralizzato le pratiche di ricostruzione della cittadinanza italiana iure sanguinis. Un cambio di rotta deciso. Finora erano i consolati a occuparsene, ora il loro ruolo viene ridimensionato: resterà loro soltanto il compito di accertare il mantenimento della cittadinanza.

Una centralizzazione che, nelle intenzioni della maggioranza, dovrebbe razionalizzare e velocizzare. Ma che per l’opposizione rischia di fare l’esatto contrario.

Gli articoli successivi intervengono su vari fronti: dall’iter per la legalizzazione delle firme sugli atti esteri destinati all’Italia (articolo 2), fino alle modifiche alla legge sull’AIRE del 1988 (articolo 3). Poi passaporti e carte d’identità valide per l’espatrio, con gli articoli 4 e 5. Un pacchetto ampio, tecnico, che però incide sulla vita quotidiana di milioni di italiani nel mondo.

Ed è proprio da lì che arrivano le critiche più dure. Il Partito democratico parla apertamente di passo indietro. Francesco Giacobbe, senatore dem eletto all’estero, non usa giri di parole: «Questo provvedimento rischia di riportare indietro nel tempo i servizi per gli italiani all’estero». Tre, secondo lui, le storture principali. La prima è la distanza. «Lo Stato si allontana dai suoi cittadini. Nei Paesi lontani o complessi, i consolati sono spesso l’unico presidio dello Stato italiano. Centralizzare significa spezzare quel rapporto umano».

Poi la disuguaglianza. Vivere in Africa, Asia o Oceania diventa, nei fatti, uno svantaggio. «Alcune norme pesano di più in certi Paesi. Più sei lontano, più paghi». Infine la contraddizione: si parla di innovazione, ma si introducono procedure analogiche; si promette semplificazione, ma arrivano tetti numerici alle domande. «Il rischio – avverte Giacobbe – è la normalizzazione del ritardo».

Il suo non è, dice, un “no” ideologico. Piuttosto un avvertimento. «Possiamo ancora migliorare questa riforma. Altrimenti ai miei pronipoti racconterò che c’era una volta l’Italia degli italiani nel mondo, sparita in una sola legislatura».

Sulla stessa linea Francesca La Marca, anche lei eletta all’estero nelle file del Pd. Per la senatrice il ddl è «obsoleto, anacronistico, privo di lungimiranza». Altro che politiche per incentivare il rientro: «Si introducono nuovi ostacoli burocratici che creano solo distacco». In particolare, La Marca contesta la richiesta di documentazione cartacea. «Una procedura figlia di un altro secolo, mentre il governo continua a indicare la digitalizzazione come pilastro». Una scelta che giudica imprudente, considerando l’estensione dei territori coinvolti e i numeri dell’emigrazione italiana.

C’è poi il nodo dei consolati. «Strutture già sotto stress – denuncia – che verranno ulteriormente depotenziante». E torna il tema, mai risolto, dei consoli onorari: oltre 3.000 uffici che offrono supporto concreto, ma il cui ruolo continua a non essere riconosciuto pienamente.

Critiche arrivano anche da Italia Viva. Ivan Scalfarotto, responsabile esteri del partito, parla di «confusione estrema» da parte del governo sul tema della cittadinanza. «Per anni l’abbiamo attribuita per discendenza, mentre persone che vivono e lavorano in Italia, producendo ricchezza, restano fantasmi. Ora si interviene, ma in modo pasticciato».

Secondo La Marca uno degli aspetti più gravi è la drastica riduzione della platea di chi potrà chiedere o riacquistare la cittadinanza. «La maggioranza parla di progresso, ma fa dieci passi indietro». Emblematico, dice, l’assurdo paradosso: documenti cartacei inviati al Maeci, risposta via e-mail. Con il risultato di allungare ulteriormente i tempi e aggravare il lavoro dei consolati.

Non solo. La Marca ricorda che il suo testo sulla riforma della rete consolare onoraria è stato accorpato al ddl. «Una riforma necessaria e improrogabile. Ma l’accorpamento è servito solo a non entrare nel merito». Per questo, conclude, il Pd ha votato contro.

La legge ora è realtà. Ma il dibattito, tra gli italiani all’estero, è tutt’altro che chiuso. E forse è proprio lì, lontano dai Palazzi, che questa riforma verrà davvero messa alla prova.