In questo primo mese del 2026 il Corriere d’Italia celebra un traguardo che va ben oltre la semplice longevità editoriale: settantacinque anni di presenza costante accanto alla comunità italiana in Germania. Settantacinque anni di storie, volti, fatiche, speranze, conquiste e trasformazioni. Una storia che corre parallela a quella dell’Europa del dopoguerra e che, in molti passaggi, ne anticipa le tensioni, le domande e le risposte
Le origini: nascere tra le macerie
Il Corriere d’Italia nasce nel 1951, in una Germania ancora segnata dalle rovine materiali e morali della guerra. È il tempo della Trümmerzeit, delle città distrutte, delle “Trümmerfrauen” che ricostruiscono mattone dopo mattone, e di una società che cerca di ritrovare un equilibrio politico, economico e spirituale nella nuova Repubblica Federale di Germania.
Anche la Chiesa cattolica vive una fase di profonda riorganizzazione. Accanto alla ricostruzione materiale, emerge con forza il bisogno di ricucire comunità ferite, disperse, impoverite. In questo scenario si colloca anche la presenza italiana: circa 30.000 persone all’inizio degli anni Cinquanta, reduci, lavoratori isolati, artigiani, piccoli commercianti, spesso soli e privi di riferimenti.
Era evidente che servisse una voce. Un punto di contatto. Uno strumento capace di unire, informare, accompagnare.

Don Aldo Casadei e la nascita di una voce
Su impulso della Missione Apostolica Vaticana per la Germania, guidata da Monsignor Alois Muench, nel 1950 arriva a Francoforte don Aldo Casadei. Il suo compito è chiaro: comprendere le reali dimensioni della comunità italiana e porre le basi per una presenza pastorale stabile.
Attorno a lui si forma presto una piccola rete di sacerdoti italiani: don Luigi Fraccari a Berlino, don Mecheroni a Colonia, il passionista don Giulio Valentinelli a Monaco. Il 12 dicembre 1950, a Francoforte, matura una decisione destinata a segnare la storia dell’emigrazione italiana in Germania: fondare una rivista.
Il 1° gennaio 1951 esce il primo numero di La Squilla. Nell’editoriale inaugurale, don Casadei scrive parole che ancora oggi suonano attuali: una campana che chiama, che unisce, che ricorda valori morali e spirituali, che dice agli italiani dispersi “non siete soli”. Da quel piccolo foglio nasce il Corriere d’Italia.
Il 1955 e i patti bilaterali: lavoro, dignità, contraddizioni
Con il patto bilaterale tra Italia e Germania del dicembre 1955, la storia dell’emigrazione cambia radicalmente. La Germania ha bisogno di manodopera per sostenere il proprio sviluppo industriale; l’Italia, ancora prevalentemente agricola, vede nell’emigrazione una valvola di sfogo economica e sociale.
Ma dietro l’accordo si nasconde una profonda asimmetria: i lavoratori italiani sono considerati forza lavoro temporanea, Gastarbeiter, non cittadini in via di integrazione. Dormitori, baracche, isolamento linguistico, precarietà contrattuale segnano la vita quotidiana di migliaia di persone.
Il Corriere d’Italia diventa allora qualcosa di più di una testata informativa: si fa coscienza critica dei patti bilaterali. Ne riconosce l’importanza economica, ma ne denuncia i limiti etici e sociali. Racconta le condizioni di lavoro, spiega i diritti, dà voce a chi non ne ha. È un giornalismo che accompagna, educa, protegge.
Nella mia relazione dell’ottobre 2025 sui patti bilaterali italo-tedeschi ho voluto sottolineare proprio questo punto: quegli accordi furono una condizione necessaria per la ricostruzione europea, ma nacquero come contratti ineguali, in cui la persona veniva prima del cittadino solo grazie all’azione di corpi intermedi – Missioni Cattoliche, sindacati, patronati – e anche grazie al lavoro costante del Corriere d’Italia. Senza questa rete, l’evoluzione verso una maggiore dignità e stabilità sarebbe stata molto più lenta.
Gli anni Sessanta e Settanta: famiglie, scuola, integrazione

Con i ricongiungimenti familiari degli anni Sessanta, l’emigrazione diventa più stabile e più umana, ma emergono nuovi problemi: la casa, la scuola, l’istruzione dei figli. Molti bambini italiani finiscono nelle Sonderschulen, spesso per difficoltà linguistiche più che per reali limiti cognitivi.
Il Corriere d’Italia segue da vicino queste battaglie. Spiega le leggi, informa sulle riforme, denuncia le discriminazioni. Diventa un ponte pedagogico tra due culture, aiutando gli italiani a comprendere la società tedesca e, allo stesso tempo, chiedendo alla Germania di riconoscere il valore delle differenze.
Dall’emergenza all’identità: anni Ottanta e Novanta
Negli anni Ottanta molti italiani rientrano in patria, ma cresce una nuova generazione: figli e nipoti dell’emigrazione, nati o cresciuti in Germania. Giovani bilingui, europei prima ancora che italiani o tedeschi.
Negli anni Novanta, con la riunificazione tedesca e le tensioni sociali che ne seguono, riaffiora anche la xenofobia. Rostock, Mölln, Solingen segnano ferite profonde. Il Corriere d’Italia non tace: denuncia, prende posizione, difende il valore della convivenza e guarda all’Europa che nasce con Maastricht e Schengen. È tra le prime voci a parlare di cittadinanza europea come orizzonte comune.
Dal 2000 a oggi: nuove migrazioni, stessa missione
Il nuovo millennio porta con sé una nuova ondata migratoria, soprattutto dopo il 2008. Giovani laureati, professionisti, famiglie che lasciano l’Italia non per fame, ma per mancanza di prospettive. Cambiano i profili, ma non le difficoltà: lingua, riconoscimento dei titoli, precarietà.
Il Corriere d’Italia risponde rinnovando la propria missione: promuovere un’integrazione interculturale consapevole, in cui l’identità italiana non sia un ostacolo ma una risorsa. In questa direzione si inseriscono anche esperienze come la rubrica di Pasquale Marino, “Io ce l’ho fatta! Storie italiane di successi accademici e professionali in Germania”, che racconta un’emigrazione capace di costruire futuro.
Una voce che continua
In settantacinque anni il Corriere d’Italia ha attraversato crisi economiche, cambiamenti politici, rivoluzioni tecnologiche. È rimasto però fedele a se stesso: indipendente, pluralista, vicino alle persone. Presente nelle scuole bilingui, nelle università, nei ristoranti, nelle aziende, nelle parrocchie.
In un’epoca dominata dalla velocità digitale, la scelta di continuare a credere anche nella carta stampata è stata a lungo un atto culturale: significava dare tempo alle notizie, profondità alle storie, rispetto ai lettori. Oggi, pur non stampando più il giornale in forma cartacea, il Corriere d’Italia continua a essere pienamente presente e attivo attraverso il suo sito online.
La trasformazione digitale non ha rappresentato una rinuncia, ma un’evoluzione coerente con la nostra storia: cambiano i mezzi, non la missione. Anche sul web, il Corriere d’Italia resta uno spazio di approfondimento, di memoria e di servizio, capace di raggiungere nuove generazioni senza perdere il legame con quelle che hanno costruito questa comunità.
Come scrisse don Aldo Casadei nel 1951, “la nostra voce vuole essere come una campana che chiama, che unisce, che infonde coraggio”. Settantacinque anni dopo, sento la responsabilità – e l’orgoglio – di poter dire che quella campana continua a suonare.
Come detto, oggi il Corriere d’Italia non esce più in forma cartacea. È una scelta che non nasce da una mancanza di volontà o di visione, ma da condizioni oggettive che negli ultimi anni sono diventate insostenibili. I costi di stampa e di spedizione sono aumentati enormemente, rendendo sempre più difficile mantenere una diffusione regolare su carta. A questo si è aggiunta la cancellazione dei fondi che per molti anni la Conferenza Episcopale Tedesca aveva destinato al giornale e che, nell’ambito di una più ampia politica di risparmio, non vengono più erogati.
Dirlo con chiarezza è un atto di onestà verso i nostri lettori. La fine dell’edizione cartacea non rappresenta una sconfitta, ma una scelta responsabile per garantire la sopravvivenza e l’indipendenza del Corriere d’Italia. Abbiamo preferito concentrare le poche risorse disponibili sul lavoro giornalistico, sui contenuti, sulla qualità dell’informazione.
Continuiamo così a essere presenti ogni giorno attraverso il nostro sito online, che rappresenta la naturale evoluzione di una storia lunga e coerente. Cambia il supporto, non cambia la sostanza: restare accanto agli italiani in Germania, raccontarne la vita, le difficoltà, le conquiste, le trasformazioni.
Credo profondamente che il valore di una testata non stia nella carta o nello schermo, ma nella credibilità, nella libertà di pensiero, nella capacità di dare voce a chi spesso non ne ha. Anche nel digitale, il Corriere d’Italia vuole prendersi il tempo dell’approfondimento, della memoria, del rispetto per i lettori, senza inseguire la superficialità o il rumore.
Il Corriere d’Italia resta così custode di memoria e laboratorio di futuro. In un’Europa che rischia di ridursi a una semplice somma di interessi economici, continuiamo a ricordare che l’integrazione vera nasce dai diritti, dalla reciprocità e dalla dignità delle persone. “Uniti nella diversità” non è per noi uno slogan, ma una storia vissuta, raccontata e condivisa da 75 anni.




























