Dal sostegno psicologico alla costruzione di reti di solidarietà, un racconto che unisce esperienze personali, identità biculturale e memoria storica delle migrazioni. Intervento della Dott.ssa Alessia De Carlo al Convegno di Acli Germania e Delegazione MCI Germania “Frontiere in movimento”

In occasione del convegno “Frontiere in Movimento” , svoltosi a Frankfurt il 18 ottobre scorso, ho avuto il piacere di partecipare alla tavola rotonda in chiusura all’evento e di avere l’occasione di rispondere ad alcune domande che mi ha posto Licia Linardi, direttrice del Corriere d’Italia e ad alcune domande del pubblico.
E‘ doveroso precisare che, come donna italiana che vive in Germania da ormai 6 anni, la scelta di dedicare la mia pratica al sostegno delle donne italiane nasce da una profonda fusione tra il mio percorso personale e la mia identità professionale.
Ho iniziato come loro, una donna italiana che si è trasferita per amore o per carriera e che ha dovuto ricostruire la propria vita. Una ri-negoziazione della propria identità tout-court.
Come psicologa, mi sono accorta che le mie connazionali spesso sentono la mancanza di uno spazio in cui non dover “tradurre” il proprio dolore o il proprio stress. Le difficoltà legate all’integrazione, ai rapporti con la famiglia d’origine, al senso di colpa per la distanza o le sfide della genitorialità biculturale sono temi che risuonano in modo diverso quando si ha un background migratorio.
C’era l’urgenza di creare un ponte culturale e linguistico, un luogo dove le donne italiane possano sentirsi comprese ad un livello profondo, anche perché le sfide sono molte.
Ci sono sfide nel mondo del lavoro, anche per quella generazione più giovane di donne che arriva in Germania con hard e soft skills, come il mancato riconoscimento dei titoli e delle esperienze pregresse; la lotta contro il pregiudizio inconscio (il “tetto di cristallo” etnico-linguistico); l’estenuante gestione del doppio carico (lavoro e famiglia) in un contesto che non è la loro rete di supporto abituale.
Molte si trovano a dover dimostrare il proprio valore professionale più dei colleghi autoctoni.
A livello sociale ed emotivo, il bisogno primario è superare la “solitudine da alta prestazione”. Sono donne che riescono, che si integrano, ma spesso pagano un alto prezzo emotivo. Hanno bisogno di uno spazio dove non essere forti, dove possono lamentarsi, piangere e negoziare la propria identità biculturale: non si sentono più completamente italiane, ma non sono ancora pienamente tedesche. Questo può portare a un senso di profondo smarrimento e ansia.
Se parliamo di forme di supporto psicologico, l’approccio più efficace è, a mio avviso, un intervento integrato e culturalmente informato. La lingua madre è già uno strumento terapeutico perchè è la lingua delle emozioni più profonde; costringere una persona a tradurre il proprio dolore significa anestetizzare una parte della cura.
Un approccio Sistemico-relazionale aiuta ad inquadrare le difficoltà individuali nel contesto più ampio: la coppia, la famiglia (in Italia e in Germania) e il nuovo contesto sociale. Spesso la crisi è sistemica, non solo individuale.
La crisi del sistema familiare implica una rinegoziazione dei ruoli e la creazione di un nuovo equilibrio funzionale al nuovo contesto. Offrire gruppi di auto-aiuto rompe l’isolamento e normalizza le sfide che le donne affrontano, rendendo evidente che non sono sole in questa esperienza.




























