Da alunni isolati e discriminati negli anni ’60-’70 a protagonisti di percorsi bilingui e interculturali: l’insegnante Maurella Carbone racconta come la scuola tedesca ha trasformato il rapporto con gli studenti italiani, tra sfide passate e opportunità presenti
Nel lungo e spesso complesso percorso dell’emigrazione italiana in Germania, la scuola è stata uno dei luoghi in cui più chiaramente si sono riflesse le contraddizioni, le fatiche ma anche le conquiste dell’integrazione. Dai primi anni dei ricongiungimenti familiari, segnati da separazioni, barriere linguistiche e discriminazioni strutturali, fino alle sfide attuali dell’interculturalità, il sistema educativo tedesco è stato uno spazio decisivo per il destino delle nuove generazioni di origine italiana.
Durante il convegno “Frontiere in movimento”, abbiamo affrontato questi temi attraverso lo sguardo di chi la scuola l’ha vissuta e costruita dall’interno. Ne abbiamo parlato con Maurella Carbone, insegnante e rappresentante del Coordinamento Donne Italiane di Francoforte, da anni impegnata sui temi dell’educazione, dell’inclusione e dei diritti linguistici e culturali.
Nell’intervista che segue, Maurella Carbone ripercorre con lucidità e profondità critica l’evoluzione della scuola tedesca nel rapporto con gli alunni di origine italiana: dai momenti più difficili degli anni Sessanta e Settanta, alle riforme nate dopo il “PISA-Schock”, fino alle opportunità – ancora parziali e diseguali – offerte oggi dall’interculturalità e dal plurilinguismo. Un contributo prezioso che aiuta a leggere il passato, comprendere il presente e interrogarsi sul futuro dell’educazione in una società sempre più plurale.
Come è cambiata, secondo lei, la scuola tedesca nel rapporto con gli alunni di origine italiana dagli anni ’70 a oggi?
In generale si è raggiunto un atteggiamento migliore nel corso degli anni verso gli alunni di provenienza migratoria soprattutto dopo il rapporto negativo del 2007 di Vernor Muñoz, l’incaricato speciale per i diritti umani nell’Istruzione dell’ONU, che criticava la Germania per il sistema scolastico selettivo e discriminate, ma i cambiamenti sono dovuti anche grazie a spinte innovatrici anche nell’interno del mondo pedagogico tedesco, in particolar modo dopo il „PISA-Schock“. Gli alunni italiani, che rappresentarono il gruppo più consistente fino alla fine degli anni ’70 di alunni stranieri, hanno vissuto un miglioramento della propria situazione rispetto agli anni ’60-’70, caratterizzata da difficoltà linguistiche e di inserimento, grazie a innovazioni sia pedagocico-didattiche, che prendevano in maggior considerazione gli aspetti linguistici, sociali, comportamentali di questi alunni, sia con l’istituzione, almeno nei Länder governati dalla SPD negli anni ’70, di percorsi formativi meno selettivi come le Gesamtschulen, che permisero a molti alunni italiani di continuare la scuola in rami più qualificanti rispetto alla Hauptschule, pur restando ancora critico il problema nelle Sonderschulen ,le scuole differenziali, dove venivano indirizzati alunni con difficoltà cognitive e/o comportamentali o portatori di handicap. Anche qui si è avuto un significativo miglioramento con la ricezione da parte dei Länder del principio di inclusione, che permette ad alunni con bisogni speciali la continuazione di un percorso scolastico regolare con l’ausilio di insegnanti specializzati. È fuor di dubbio che questo sia un aspetto ancora critico nella sua attuazione del sistema tedesco. Bisogna far presente che negli ultimi dieci anni a causa di altri movimenti migratori, sono arrivati alunni stranieri con difficoltà maggiori, anche a causa dei conflitti bellici da loro vissuti, focalizzando su di sé l’attenzione della scuola. Al contempo, per la maggior parte degli alunni italiani si trattava di terza generazione, quindi con genitori già in parte formati nel sistema tedesco, quindi con diretta conoscenza della sua organizzazione e delle sue regole. Con le nuove migrazioni di minori dall’Italia si è poi in presenza di alunni dotati di buone basi cognitive e capacità relazionali, tra cui la disponibilità ad aprirsi e scoprire la nuova realtà, segno di una migrazione più attenta all’istruzione rispetto al passato,mozivo per cui l’atteggiamento della scuola tedesca verso gli alunni italiani si è modificato, superando i pregiudizi del passato. Ora in presenza di conflitti si è inclini a considerarli come problemi del singolo alunno, senza etnicizzarli ad un’intera comunità. Dato che i cambiamenti non sono slegati dal contesto storico, va ricordato che a monte di questi si trovano le decisioni politiche che segnano diverse fasi dell’emigrazione in Germania, il passaggio da comunità „ospite“ del periodo dei Gastarbeiter a comunità stabilizzata prima e integrata poi nel mondo del lavoro e nel sociale attraverso accordi bilaterali, ma anche attraverso il processo di costruzione del progetto europeo.
Quali sono stati i momenti più difficili per i ragazzi italiani nel sistema educativo tedesco?
Penso siano stati anzitutto i primi anni dell’ondata migratoria con i ricongiungimenti familiari degli anni ’60-’70, per le difficoltà linguistiche, culturali e socio-economiche in presenza di una situazione esistenziale precaria in quanto Gastarbeiter, quindi soggetti al reintro. Il mondo scolastico tedesco non era preparato alla presenza massiccia di alunni con altre lingua e culture, che dovevano inoltre essere scolarizzati, ma per il rientro in patria. L’istituzione delle classi nazionali, con il sostegno dell’Italia, che inviava proprio personale per l’insegnamento in base a programmi nazionali, e con poco tedesco, fu un primo tentativo di ottemperare all’obbligo di frequenza scolastica, senza dover integrare. Per gli alunni una situazione di profondo disagio per la separazione in una nicchia identitaria da una realtà scolastica incomprensibile e spesso ostile e, al contempo, per lo sforzo di apprendere la lingua di una realtà da cui erano stati separati. Ne sono testimonianza due opere fondamentali su quel periodo, il libro „Francoforte è il nostro futuro“ di Giuseppe Zambon e il film „Das höchste Gut einer Frau ist ihr Schweigen“ della regista Gertrud Pinkus, che descrivono le speranze e le lotte per una esistenza stabile e al contempo il disorientamento e l’emarginazione delle famiglie italiane a Francoforte. Con la fase della stabilizzazione dei lavoratori stranieri vennero istituite le classi di preparazione per l’inserimento successivo nelle classi tedesche (Vorbereitungsklassen), che portarono un lieve miglioramento delle prospettive future, con l‘ insegnamento del tedesco e programmi della scuola regolare, fino alla loro chiusura negli anni ’80, dietro la premessa politica dell’integrazione. L’insegnamento dell’italiano venne ridotto a corsi di madrelingua, che ancora continuano oggi, anche se profondamente ridotti e trasformati in alcuni Länder, tra cui l’Assia dal 2000, quando il loro stato da obbligatorio divenne facoltativo e perse la valenza curriculare nella valutazione degli alunni. Questo fu un altro momento difficile per loro, sentendosi svalutati come soggetti portatori di un’altra lingua e cultura non degna di essere ritenuta materia scolastica e percepirono questa decisione politica come discriminazione, cosa non lontana dal vero, a sentire le dichiarazioni di alcuni politici della CDU al potere.
Oggi si parla molto di interculturalità: è davvero una realtà nelle scuole o resta ancora un obiettivo?
È intanto una realtà data la forte componente di alunni con storia migratoria e con altre lingue familiari, è una realtà se si pensa alla crescita dell‘ offerta di lingue straniere, come spagnolo e italiano e, in misura minore, turco, arabo, portoghese, russo, cinese, polacco, insegnate in molte scuole pubbliche dalla secondaria inferiore o da quella superiore. Oppure se pensiamo alla presenza di lezioni di madrelingua, ancora offerte, anche se in misura minore, dai Länder o, come in Assia, demandate ai Paesi di origine, che le svolgono o con personale proprio o attraverso associazioni e enti gestori privati, con contributi anche delle famiglie. Inoltre, con l’istituzione di percorsi bilingui a partire dalla fine degli anni ’90, si è data una grande spinta all’interculturalità. L’apprendimento della lingua materna per gli alunni italiani ad es. diventa apprendimento di una lingua di origine migratoria ( che non riguarda l’inglese o il francese, già lingue istituzionalizzate dall’Accordo di Amburgo del 1964) per gli alunni tedeschi o germanofoni. L’italiano è stata la lingua capofila di questi percorsi innovativi, resi possibili da accordi bilaterali tra Land e l’Italia e dall’invio di personale di ruolo dall’Italia, riducendo i costi per la parte tedesca. Purtroppo va fatto presente proprio la differenza di trattamento tra alunni italiani che apprendono la lingua nei corsi dati in gestione ad enti o associazioni ( con contributo delle famiglie) e alunni italiani che l‘ apprendono nelle sezioni bilingui delle scuole tedesche, senza oneri. Non è certo un aspetto che penso corrisponda ai principi della Costituzione Italiana! Infine, pensiamo alle attività che le scuole tedesche svolgono in progetti di scambio, viaggi di studio, gruppi di lavoro per incentivare, oltre alle conoscenze linguistiche, le conoscenze di altri Paesi e culture. Sicuramente è un processo che ancora può dare vita a ulteriori sviluppi, fermo restando il rispetto per l’altro e l’uguaglianza valoriale delle lingue e culture nello scambio e nel confronto reciproco. Purtroppo il sistema selettivo della scuola tedesca e la scarsa presenza della didattica interculturale nella formazine dei docenti, in molti Länder, incidono negativamente sulle potenzialità dell’interculturlità e nella scuola e nella società, lo smantellamento delle lezioni di lingua madre ne è la prova.
In che modo la conoscenza della lingua e della cultura italiana può diventare una risorsa anche per la società tedesca?
Da un punto di vista storico, la cultura italiana ha sempre suscitato un grande interesse tra gli intellettuali e studiosi tedeschi del passato ( basta pensare a Goethe ed il suo „Italienische Reise“, come sempre intensi sono stati gli scambi e contatti commerciali tra i due Paesi, che hanno determinato anche le prime „migrazioni“ per aprire nuove sedi, pensiamo ai Bolongaro ed è per questo che molti sono i prestiti della lingua italiana nel lessico tedesco relativi ad alcuni ambiti culturali, in senso ampio, che vanno dal settore gastronomico-culinario, più usati comunemente, a quelli più specifici come la musica, l’architettura, il teatro, la finanza, la pubblicistica ecc. L’interesse per la cultura italiana è rimasto sempre vivo nel corso dei secoli, modificandosi, raffinandosi a secondo del genere e dei suoi cultori: dalle opere ai concerti musicali, dalle mostre ed esposizioni di grandi artisti italiani del passato alle avanguardie del presente, dalle rassegne cinematografiche di grandi registi, e registe, o di interpreti famosi ai film d’essai su temi a sfondo socio-politico, dagli incontri con scrittrici e scrittori di fama contemporanei ( i classici restano in auge in ambiti più accademici) alle presentazioni di nuovi talenti. L’interesse per la lingua e cultura italiana da parte tedesca o germanofona è tangibile nei diversi eventi culturali promossi in Germania sia dagli Istituti Italiani di Cultura, purtroppo a Francoforte venne chiuso, sia da altri istituti locali, che promuovono anche la conoscenza della lingua, come la Deutsch-Italienische Vereinigung. Con il dopoguerra ad un interesse per la cultura, l’alta cultura, si sono aggiunti settori più „popolari“ come la moda e lo sport, che hanno arricchito la lingua tedesca non solo di lemmi, ma anche di altra sintassi („Ich habe fertig“) e di nuove risorse per il commercio, con l’apertura di punti di vendita di case di moda e di marchi sportivi, al pari della gastronomia. E questi tre settori, insieme alla storia, all’arte figurativa e all’architettura, rappresentano i centri di maggior interesse che muovono il turismo verso l’Italia, che risultano essere un volano per alcuni territori e per lo studio della lingua italiana. Se consideriamo la società tedesca nel suo complesso, possiamo dire che l’italiano ha una primaria valenza identitaria: è lingua di comunicazione all’interno della comunità italiana, anche nelle sue varianti regionali, una comunità che, o per acquisizione della cittadinanza o per lunga residenza, è di fatto parte attiva ed integrata della società in Germania. Inoltre, in alcuni settori, come la gastronomia, l’edilizia e ora anche la sanità l’italiano diventa una lingua di comunicazione tra addetti parlanti nativi e altri con esperienze lavorative in Italia, facilitando nell’interscambio anche la conoscenza del tedesco. Con le emigrazioni soprattutto di giovani donne e uomini italiani, in crescita dal 2008, anche se ora diminuite, c’è stato un apporto di parlanti portatori di un maggiore bagaglio linguistico e culturale rispetto all’emigrazione di 70 anni fa. Loro vedono nel plurilinguismo e non nel monolinguismo la chiave per un migliore inserimento professionale e sociale e con questa consapevolezza diventano promotori della lingua italiana, anche nelle sue varietà. E data la crescente richiesta dell’italiano per i propri figli da parte di questa nuova migrazone, l’organizzazione di ulteriori classi bilingui potrebbe risultare la strada migliore per la cura e lo sviluppo della madrelingua, l’apprendimento di un’altra lingua e la promozione dell’interculturalità. Negli accordi di coalizione tra CDU ed SPD in Assia è stata inserita la volontà di ampliare l’offerta di madrelingua non più demandandola ai Paesi d’origine, ma in propria regia. Quale occasione migliore?




























