Adesso succede. Non ieri, non in astratto. Adesso.
In Iran la gente scende in strada per una cosa semplice e smisurata insieme: la libertà. Donne e uomini che sanno benissimo cosa rischiano. Lo sanno, eppure vanno. Perché restare dentro quel sistema – fatto di imposizioni religiose, botte, umiliazioni quotidiane – non è più sopportabile.
I ragazzi vengono presi per un ballo, per una protesta, per una ciocca di capelli fuori posto. Portati via. Torturati. In alcuni casi uccisi. Succede davvero, mentre noi scorriamo notizie e storie su uno schermo.
E intanto, proprio mentre succede, nelle capitali europee cala un silenzio che non è più distrazione. Berlino, Parigi, Londra, Bruxelles. Non è che “non sanno”. Sanno. È che tacciono. E a questo punto tacere è già una forma di decisione.
Colpisce, più di tutto, la postura di una certa sinistra occidentale. Quella che, quando vuole, si muove in un attimo. Bastano poche ore e le piazze si riempiono, le parole d’ordine circolano, i profili social cambiano cornice. Soprattutto se si parla di Israele e Gaza.
“All Eyes on Gaza”: slogan, cortei, prese di posizione, adesioni entusiaste. Amnesty, attivisti, associazioni, una parte consistente del mondo progressista tedesco ed europeo. L’indignazione pronta, il linguaggio sicuro, il tono morale ben calibrato.
Poi c’è l’Iran. E lì qualcosa si inceppa. Si prende tempo. Si cambia argomento. Si resta vaghi. Nessun “All Eyes on Iran”. Nessuna urgenza. Ancora oggi, se si va a cercare prese di posizione ufficiali, si trovano analisi su altri Paesi, ma sull’Iran poco o nulla. Come se fosse sempre un momento sbagliato.
Non è un caso. Questa difficoltà viene da lontano. Nel 1979, una parte della sinistra occidentale guardò alla Rivoluzione islamica con una specie di entusiasmo ideologico. Anti-imperialismo, riscatto, popolo in marcia. Michel Foucault parlò di “spiritualità politica”. Suonava bene.
Che da lì sarebbe nata una teocrazia feroce, capace di schiacciare le donne, eliminare gli oppositori, perseguitare chiunque deviasse, fu qualcosa che molti preferirono non vedere. E chi non ha mai fatto davvero i conti con quell’errore, oggi fatica ancora.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I raid israeliani vengono condannati in tempo reale, spesso senza contesto, senza sfumature. Le esecuzioni in Iran finiscono in fondo ai notiziari. Per Gaza si pretende solidarietà immediata; per le donne iraniane si chiede, al massimo, pazienza. Attendere. Capire la complessità.
Ma questa non è complessità. È una morale a intermittenza.
Il cortocircuito diventa evidente nei movimenti identitari. Quelli che parlano – giustamente – di visibilità, di corpi, di diritti negati. Eppure tacciono quando le donne vengono uccise perché sono visibili. Perché non abbassano lo sguardo.
“Queers for Palestine” sanno essere molto chiari su Israele. Molto meno su un regime che considera l’omosessualità un crimine capitale.
C’è anche un altro livello, di cui si parla poco. L’Iran è sciita. E nel mondo musulmano la solidarietà non segue linee automatiche. In molti contesti sunniti gli sciiti sono visti come eretici, come devianti. Vecchie fratture teologiche, politiche, di potere. Tutte cose scomode, che spiegano forse perché da alcune grandi organizzazioni musulmane europee non arrivi praticamente nulla.
Ma attenzione: il silenzio non è mai neutro. Non protegge chi subisce. Protegge chi opprime.
Dice una cosa molto semplice, anche se sgradevole: che i diritti umani, per alcuni, valgono solo in certi casi. A seconda del contesto. A seconda di chi è coinvolto. Magari smettono di valere quando entrano in scena gli ebrei.
Per questo l’Iran è uno spartiacque. Un test.
Chi alza la voce per Gaza e abbassa gli occhi sull’Iran non sta difendendo un principio universale. Sta scegliendo, selezionando, decidendo chi merita attenzione e chi no.
E adesso succede. Proprio adesso.
E il silenzio, ormai, ha smesso di essere una distrazione. È una posizione. E come tutte le posizioni, racconta molto più di quanto vorrebbe.






























