Foto simbolica. Foto di ©carlo sardena su Pixabay

La Germania tra insicurezza percepita, dati reali e narrazioni che alimentano la paura

In questi ultimi mesi si ha l’impressione che qualcosa si stia inclinando. Come se il clima generale fosse diventato più fragile, più teso. Le persone sembrano avere la pelle più sottile, reagire più in fretta, con maggiore aggressività. Una discussione sui mezzi pubblici, uno sguardo interpretato come provocazione, una parola fuori posto – e all’improvviso una situazione degenera, laddove un tempo forse si sarebbe risolta con un gesto di sprezzo o un silenzio ostinato. Quando poi qualcuno perde la vita, resta una sensazione opprimente, quasi soffocante. Come nel caso di Serkan C., il capotreno di 36 anni, “colpevole” di aver fatto il suo lavoro: il 2 febbraio scorso, in treno, aveva semplicemente chiesto al suo imminente assassino, un greco 26enne che in quel momento si trovava in compagnia di altre persone di età compresa tra i 20 e i 30 anni, di esibire il proprio titolo di viaggio. Niente di più.

Ma cosa sta succedendo, davvero?

A questa inquietudine se ne affianca quasi sempre un’altra. La domanda sull’origine:

«Ancora uno straniero!», «Ancora un rifugiato!», «Una volta non accadeva!».

Questa percezione è reale. Ma le percezioni, da sole, non costituiscono una prova. Se ci si concede un passo indietro e si osservano i fatti con distacco e lucidità, emerge un quadro differente. Più complesso e, dunque, più scomodo.

La Germania oggi non è più pericolosa di un tempo. Al contrario. Trenta, quarant’anni fa la violenza era significativamente più diffusa – semplicemente meno visibile. Negli anni ‘90 il numero degli omicidi era quasi il doppio rispetto a quello attuale. Da allora si è registrata una diminuzione marcata e duratura. Anche la criminalità violenta grave, nel suo complesso, è calata nel corso dei decenni. Se confrontiamo la situazione con gli anni ‘70 e ‘80, oggi viviamo uno dei periodi più sicuri dell’intera storia tedesca del dopoguerra.

Ciò che è mutato, dunque, non è tanto la violenza in sé, quanto il modo in cui viene percepita. Un’aggressione con coltello, in passato, trovava forse spazio il giorno seguente in un breve trafiletto di cronaca locale. Oggi, nel giro di pochi minuti, è ovunque: notifiche push, video, commenti, ondate di indignazione. Ogni singolo episodio viene elevato a simbolo, a segno di una società che non è più sicura. Ogni caso isolato diventa la prova di un presunto collasso generale. Più persone. Più media. Più immagini. Ma non necessariamente più violenza.

Perché, allora, gli stranieri compaiono così spesso in questi racconti?

Perché molti di loro vivono proprio nei contesti in cui i conflitti tendono a emergere: grandi città, quartieri segnati da difficoltà sociali, condizioni di forte pressione. Perché sono più frequentemente giovani, più spesso uomini, più spesso poveri. Non si tratta di tratti culturali. Si tratta di fattori di rischio.

Gli stessi che operano anche tra i cittadini tedeschi. Ovunque nel mondo, le statistiche mostrano che i giovani uomini commettono più reati violenti, indipendentemente da origine, religione o nazionalità. Chi è giovane, privo di prospettive, segnato da traumi o sottoposto a stress costante, è più incline a esplodere. L’origine, in tutto questo, gioca un ruolo sorprendentemente marginale.

Esiste poi un aspetto più scomodo, di cui si parla raramente: non tutti i conflitti vengono denunciati allo stesso modo. Quando autore e vittima sono tedeschi, più spesso si sceglie il silenzio. Quando l’autore è percepito come “estraneo”, la polizia viene chiamata con maggiore rapidità. Questo meccanismo distorce le statistiche e rafforza i pregiudizi.


E sì, esistono problemi reali.

Molte persone arrivano da contesti di guerra, di violenza, di perdita totale di controllo. Portano con sé traumi, rabbia, diffidenza. Se poi vengono collocate in grandi strutture collettive, senza lavoro, senza routine, senza prospettive concrete, ciò che ne risulta non è integrazione. È una polveriera sociale.

Allo stesso tempo, tutti noi viviamo in una società diventata più irritabile. Pandemia. Incertezza economica. Crisi permanenti. Social media. Meno pazienza. Meno prossimità. Più ripiegamento sull’“io”. L’aggressività raramente è un segno di forza. Più spesso è il sintomo di una profonda inquietudine.

Che cosa aiuta davvero, allora?

Non l’indifferenza. Ma nemmeno la ricerca di colpevoli collettivi. Aiuta un’integrazione precoce, invece di anni di attesa sospesa. Lingua, lavoro, quotidianità condivisa. Contatto, anziché isolamento. Regole chiare, sì – ma accompagnate da opportunità reali. Prevenzione nelle scuole, nei quartieri, tra i giovani, prima che i conflitti esplodano. E soprattutto: onestà. Affrontare i problemi senza trasformare interi gruppi in capri espiatori. Condannare la violenza, da chiunque provenga. E al tempo stesso riconoscere che le condizioni sociali possono generare violenza. E che su quelle condizioni è possibile intervenire.

Perché una cosa è certa: una società – o delle forze politiche – che produce paura in modo permanente non produce sicurezza. Una società che spiega, contestualizza e agisce, ha molte più possibilità di farlo.

E che effetto ha tutto questo su di noi, come individui? Non è il singolo episodio a destabilizzarci, ma la sua ripetizione incessante. Il flusso continuo di notizie crea l’impressione che ovunque e in ogni momento tutto possa precipitare. Questo lascia un segno: diventiamo più diffidenti, più timorosi, più rapidi nel giudizio. La violenza, purtroppo, è sempre esistita – in Germania come altrove, in ogni epoca. Ciò non la rende meno grave, ma ridimensiona l’idea che tutto stia improvvisamente sfuggendo al controllo. Talvolta, per questo, è salutare prendere distanza consapevolmente. Non solo dalle notizie, ma anche da narrazioni politiche e mediatiche che si nutrono quasi esclusivamente di paura, rabbia e divisione. Chi suggerisce costantemente che tutto stia per crollare e che il nemico sia ovunque, finisce per deformare il nostro sguardo sulla realtà. I problemi reali non mancano, e molti di essi stanno effettivamente crescendo. Proprio per questo è essenziale restare lucidi, contestualizzare e osservare il mondo per ciò che è – non per come ci viene presentato in uno stato di allarme permanente.