Il tema: Referendum sulla separazione delle carriere in magistratura (22-23 marzo 2026). Per chi vota all’estero: il plico elettorale va rispedito al Consolato competente non oltre 10 giorni prima della data del voto referendario, in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026.

Maria Teresa Capozza è impegnata nel Comitato tedesco per il NO al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura e in quello cittadino del suo paese d’origine. Docente di Italiano e Latino nei licei italiani, ha concluso la sua carriera insegnando presso il Königin Katharina Stift di Stoccarda e attualmente vive tra Puglia e Baviera. Non ha tessere di partito e indirizza la sua inclinazione per la cittadinanza attiva in associazioni come ANPI e nel Comitato contro qualunque autonomia differenziata, per l’unità della repubblica e l’uguaglianza dei diritti.
Qual è argomento più forte e più convincente per votare NO al referendum?
Che questo non è per niente un referendum che renderà più giusta e veloce la giustizia, ma un referendum fatto per stracciare l’art. 3 della Costituzione, quello che ci dichiara tutti uguali, politici compresi, davanti alla legge. Dicendo SÌ alla riforma Meloni-Nordio, che modifica 7 dei 13 articoli sulla magistratura, i giudici perderanno la loro autonomia e indipendenza e la giustizia passerà nelle mani della politica e dei comitati d’affari collegati. Il risultato? Una giustizia forte con i “senza potere”, ossia noi cittadini comuni, e debole di fronte a chi è politicamente, economicamente o socialmente forte. E magari la mia fosse solo una lontana ipotesi! Lo stesso ministro della Giustizia Nordio ha detto in più occasioni che la riforma vuole far tornare (riferendosi evidentemente alle norme mussoliniane, quando i giudici dipendevano dal governo?) “sotto controllo” la magistratura. Sotto controllo di chi? Del governo di turno, ovviamente, che oggi è targato Meloni e domani avrà un altro nome. Ma chi vota NO vuole proteggere l’art. 104, secondo cui “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, come vuole la nostra Costituzione del 1948, nata dalla Resistenza al fascismo.
E attenzione: questa indipendenza non è un privilegio che tutela i giudici, come il SÌ sostiene, ma è una polizza assicurativa per noi cittadini: noi possiamo avere giustizia solo se i giudici rimangono sottoposti esclusivamente alla legge!
Perché per il NO è così importante che non ci sia la separazione delle carriere in magistratura e che rimanga un solo CSM, ossia un unico organo di autogoverno dei magistrati, siano essi requirenti o giudicanti?
Perché la separazione di carriere (non di funzioni, che sono già divise e quindi non sono in discussione), lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della magistratura, e la creazione dell’Alta corte disciplinare costituiscono la strada per rendere la magistratura debole di fronte al potere politico e di conseguenza noi cittadini meno tutelati dalla legge.
Partiamo da un dato di fatto paradossale: la riforma Meloni-Nordio, che ha come obiettivo dichiarato quello di separare le carriere dei magistrati giudicanti (giudici) dai requirenti (pubblici ministeri), non dice nulla di questa separazione, ma semplicemente la dichiara (art. 104 riformato). Ma attraverso quali vie si arriverà alla separazione? Non si sa!
Oggi funziona così: chi si laurea in giurisprudenza, se vuole diventare magistrato dovrà superare un concorso, poi frequentare la Scuola di formazione e infine imparare attraverso un lungo tirocinio sia a giudicare, sia a svolgere le indagini. Se il CSM in base ai risultati stabilirà che è idonea, quella persona verrà chiamata a scegliere finalmente quale carriera vuole intraprendere: giudice o pubblico ministero?
Ma se la riforma passerà, come saranno separate le carriere? Con concorso doppio? Doppia scuola di formazione? Doppio percorso tirocinante? Dunque quando si deciderà la biforcazione? E come lieviteranno i costi a carico dei cittadini, tenuto conto che oggi il CSM unico costa all’incirca 50 milioni annuali? Tutto questo ce lo dirà una legge ordinaria successiva alla riforma, quindi ora si vota al buio. Preoccupa però, che giudici e PM debbano avere una formazione diversa e si punti ad isolarli l’uno rispetto all’altro, smembrando in 3 il CSM e quindi indebolendolo. Ridotta in condizione di debolezza, la magistratura diventerà facilmente condizionabile dalla parte politica, parte che, con varie misure, la riforma Meloni-Nordio rende invece più forte. Esempi concreti? Un cittadino denuncia un reato commesso da un politico, una donna denuncia uno stupro da parte del grande elettore di un amministratore pubblico, una piccola rete di cittadini porta in tribunale la potente azienda che continua ad avvelenare terre e acque. Che succede oggi? Il magistrato – giudice o pubblico ministero che sia – sa di dover rispondere solo alla legge e di avere alle spalle un CSM unico, forte dei suoi poteri costituzionali e in grado di tutelarlo da pressioni che vogliano condizionarne l’imparzialità. Quel magistrato oggi può procedere nel suo lavoro libero e sereno e quei cittadini hanno fiducia che il giudizio – qualunque esso sia – non sarà inquinato da favoritismi. Ma se i pubblici ministeri saranno condizionati nella loro libertà di indagine e i giudici verranno ridotti nella loro libertà di giudizio, noi cittadini potremo sentirci tutelati? Quale magistrato ci conviene di più, allora: quello che risponde solo alla legge o quello al guinzaglio del potente che vuole l’impunità, per sé e per i suoi amici?
Lei sta dicendo che se vincesse il SÌ, la politica arriverebbe a controllare la magistratura e i magistrati potrebbero non essere più imparziali con noi cittadini. Come si arriverebbe a questo?
Con tre mosse che moltiplicano il peso politico all’interno dei due CSM e dell’Alta Corte.
Oggi nel CSM siedono sia magistrati eletti da tutti i 9.400 in servizio, sia liberi professionisti esperti di diritto, eletti dal Parlamento. I membri togati sono 2/3, mentre quelli laico/politici 1/3. Il CSM ha un doppio compito: da un lato amministra la carriera di tutti i magistrati (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, incarichi, promozioni ecc.), dall’altro dispone provvedimenti disciplinari (censura, ammonimento, sospensione, rimozione ecc.) nel caso in cui qualcuno di loro commetta infrazioni disciplinari o reati (ovviamente in quest’ultimo caso i magistrati sono anche sottoposti ad un procedimento penale, come ogni altro cittadino).
I CSM pertanto – come gli Uffici superiori o gli Ordini di altre professioni – con le loro decisioni incidono sia sulla vita professionale che su quella privata dei magistrati e delle loro famiglie: un trasferimento concesso o negato, una promozione che produca un miglioramento economico, ben si sa, possono cambiare la qualità della vita di ogni lavoratore.
La riforma Meloni-Nordio trasferisce le leve decisionali nelle mani del potere politico. Come?
Prima mossa: come si è detto, sdoppia il CSM unitario, indebolendolo, e isola il PM perché costituisce la parte più “appetitosa”: se ha notizia di un reato, è lui che avvia le indagini, anzi è obbligato a farlo (art.112), coadiuvato in questo da forze dell’ordine ai suoi ordini (polizia giudiziaria). Isolare il PM significa, dunque, aver già fatto un terzo del “lavoro” verso l’impunità…
Con la seconda mossa si lasciano ai due CSM le competenze sulla carriera dei magistrati, ma si trasferiscono quelle più delicate, relative ai procedimenti disciplinari, che passano ad un organismo nuovo, l’Alta Corte disciplinare, in cui c’è un membro laico/politico in più e uno togato in meno rispetto alla proporzione del CSM unico. E siamo a due terzi della strada…
L’ultima mossa dà scacco matto: il sorteggio con cui si decidono i nomi dei magistrati e i politici che fanno parte dei due CSM e dell’Alta corte disciplinare. Dea bendata uguale per tutti? No: sorteggio secco per i magistrati, “taroccato” per i laico/politici. Infatti mentre i membri togati saranno estratti a sorte tra gli oltre 9.000 magistrati in servizio (con buona pace di meriti, competenze, esperienze, capacità), quelli laico/politici saranno sorteggiati entro una lista prima preparata dal Parlamento tra i professionisti del diritto, ovviamente amici della maggioranza di turno. Anche questa sarà una lista di migliaia di nomi? Non se ne conosce il numero e proprio per questo potrà anche essere cortissima, se non addirittura giusta per farci rientrare il numero richiesto.
Il “gioco” è completato: i magistrati, non più eletti in rappresentanza di raggruppamenti (le “correnti”), avranno come riferimento solo se stessi: individui che non si conoscono, che provengono dalle esperienze più diverse, con competenze molto differenti e forse anche non adatte al nuovo incarico, ma soprattutto tra loro isolati e dunque più deboli, meno autorevoli, più orientabili. Invece i membri laico/politici, anche se di numero inferiore rispetto ai togati, per via della comune matrice politica “faranno squadra” e diventeranno il potente ago della bilancia dei tre organismi.
Più tardi, a riforma approvata e a riflettori spenti, sarà completata l’opera di devastazione, già ampiamente annunciata: insieme al PM, anche la polizia giudiziaria passerà agli ordini del ministro, parola del vicepresidente del Consiglio dei ministri, Tajani, e si applicherà la norma Cartàbia che toglie al PM l’obbligo di avviare le indagini e consegna al governo la decisione se avviare oppure no le indagini sul signor Tizio. Con buona pace della giustizia uguale per tutti!
E allora pensiamoci: ma vale davvero la pena rischiare di scardinare la Costituzione, sapendo che a farne le spese saremo solo noi comuni cittadini?
Lei ha accennato alle correnti interne alla magistratura: cosa ne pensa il NO?
Che non potendo essere iscritti a partiti, le correnti rappresentano il modo che i magistrati hanno per esprimere la propria formazione e il proprio pensiero sulle molteplici tematiche connesse alla giustizia. L’Associazione Nazionale Magistrati, a cui oggi è iscritto il 96% dei magistrati, ha al suo interno diverse correnti che vanno da quelle più conservatrici (a cui aderiva Borsellino, per fare un esempio) a quelle più progressiste (a cui invece aderiva Falcone). Secondo i sostenitori del NO, le correnti sono legittime e costituiscono anche una linfa di pensiero che alimenta il dibattito all’interno della magistratura tutta. Non credo che la ragione degli illeciti disciplinari come quello di Palamara siano frutto delle correnti più di quanto non siano parte del velenoso e nocivo spirito di corruttela diffuso in molteplici settori della società. Ma è proprio la sanzione con cui il CSM ha punito Palamara, la rimozione dalla magistratura, a farci capire l’importanza di un CSM libero.
Spesso viene richiamata la figura del giurista Vassalli per sostenere il SÌ al referendum. Vassalli ha modificato il codice di diritto penale. I sostenitori del SÌ ritengono che con la separazione delle carriere si avrebbe un processo più equo perché giudice e pubblico ministero non farebbero più parte dello stesso organismo di autogoverno, il CSM. Come vedete questo aspetto?
Secondo i sostenitori del SÌ, le carriere vanno separate perché la vicinanza tra giudici e pubblici ministeri comprometterebbe l’imparzialità del processo. E come prova delle “pericolose vicinanze” si portano momenti di vita quotidiana – il caffè preso insieme al bar, la partita di calcetto, i comuni studi giovanili, il taxi condiviso – a (buffa) dimostrazione che di fronte all’amicizia non c’è dignità e onestà che tenga. A me sembra un’ipotesi francamente inconsistente e soprattutto offensiva. Per chi vuole tuttavia delle prove, bastano i dati del ministero della Giustizia da cui si scopre che nella maggioranza dei casi la sentenza del giudice differisce del tutto da quanto richiesto dal PM
Passando a Vassalli e al codice da lui introdotto circa 40 anni fa, dalle fila del SÌ si sente dire che la riforma sulla magistratura mira a realizzare finalmente il processo così come lui lo intendeva: ciò vuol forse dire che per quasi 40 anni si sono celebrati processi viziati, non equi, addirittura fuori legge? Ma c’è di più: il fronte del SÌ crede forse che per portare a compimento una legge ordinaria come è il codice Vassalli si debba scardinare la Costituzione?
In Germania per esempio, le carriere sono separate e lo Staatsanwalt (il PM) è, come dice la parola, un avvocato dello Stato, ossia fa parte del ministero della Giustizia del Land. La separazione delle carriere in magistratura allineerebbe l’Italia alle altre democrazie occidentali.
Secondo me, pretendere di omologare tra loro sistemi che nel tempo hanno attentamente tradotto in forme istituzionali le storie, le culture, le sensibilità diverse dei popoli è frutto di un’allarmante pochezza culturale. Ma veniamo a quello che la domanda sottintende: se la separazione delle carriere consegna al governo il controllo della magistratura, come mai la Germania ha scelto questa strada, mentre il NO italiano vi si oppone per paura di sfracelli? La mia risposta? perché la Germania è la Germania e l’Italia è l’Italia: sono diverse. In Germania un ministro accusato di plagio del dottorato si dimette, come insegna la vicenda del ministro della Difesa zu Guttenberg, mentre in Italia una ministra rinviata a giudizio per falso in bilancio, Santanchè, ministra del Turismo, rimane al suo posto. Chiaro, no? E allora, secondo me, se noi Italiani vogliamo utilmente allinearci alle altre democrazie occidentali, non lo dobbiamo fare sacrificando l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero, ma imitando i punti di forza altrui e mettendo a fuoco le nostre debolezze: la riforma Meloni-Nordio accelera i processi? rende più efficiente la giustizia? aumenta gli organici? moltiplica le dotazioni strumentali degli uffici? potenzia la digitalizzazione? affronta i problemi dell’affollamento carcerario? combatte l’evasione fiscale? La risposta è sconsolata su tutti i fronti: negli 8 articoli della riforma non c’è una sola parola a riguardo, come ha ammesso finalmente lo stesso ministro della Giustizia Nordio. Eppure la Costituzione a chiare lettere (art. 110) affida a lui e non ad altri la soluzione di questi problemi.
Perché non si è cercato un consenso più ampio su un tema così delicato, invece di ricorrere a un quesito referendario costituzionale confermativo che è complesso e senza quorum?
Lei ha pienamente ragione a porre la domanda, perché una riforma della Carta fondativa ha assoluto bisogno di confronto, mediazione, condivisione, ha bisogno di un Parlamento che dialoghi e trovi punti di intesa, ha bisogno “che i banchi riservati al governo siano vuoti”, per lasciare la discussione ai rappresentanti del popolo, come raccomandava Pietro Calamandrei.
E invece, come si può leggere nel Dossier studi del Senato e della Camera n. 431/3 (http://www.senato.it/show-doc?id=1474731&leg=19&tipodoc=DOSSIER&rif=0),
il disegno di revisione costituzionale ha marciato con modalità del tutto diverse. È stato presentato non dal Parlamento ma dal governo, è stato portato avanti in tempi brevissimi nonostante determinerà anche l’avvenire di molteplici generazioni future, è stato approvato senza che in Parlamento né l’opposizione né la maggioranza abbiano potuto modificare una sillaba in nessuna delle quattro sedute (due della Camera, due del Senato) previste per legge. Questo è un fatto scandaloso per una democrazia. Il governo – che secondo la nostra Costituzione ha un potere circoscritto al solo ambito esecutivo – ancora una volta ha “scippato” al Parlamento il suo potere legislativo e lo ha fatto addirittura per una modifica costituzionale che sancisce lo squilibrio dei poteri, mettendo il bavaglio a tutti i rappresentanti eletti dal popolo sovrano, cioè a noi elettori.
Per nostra fortuna il testo non ha raggiunto la maggioranza qualificata che avrebbe portato all’approvazione, e di conseguenza si chiede a noi se questa riforma la vogliamo o no. Perché non si è cercato un consenso più ampio? Lei mi chiede. La domanda va girata alla presidente Meloni, al ministro Nordio, a tutto il governo in carica. Per arroganza? Paura del confronto? Desiderio di agitare il bastone del comando? Incapacità di governare il pluralismo? Forse perché nessuna delle tre forze al governo ha scritto la Costituzione del ’48? O perché si vogliono fare le prove generali in vista delle prossime due disgrazie a cui sta lavorando il governo, l’autonomia differenziata e il premierato? Non saprei. Tuttavia il 22 e 23 marzo non si vota per promuovere o bocciare il governo Meloni: chi vota NO, vuole impedire che qualsiasi governo, di qualunque colore, rubi ai cittadini l’uguaglianza sostanziale di fronte alla legge. Per questo motivo dobbiamo andare tutti a votare con consapevolezza, sapendo che questo referendum si può vincere o perdere anche per un solo voto.



























