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Voto all’estero: „Essere o non essere, questo è il dilemma“

Arriverà tra qualche settimana la solita lettera del Consolato, come sempre quando ci sono le elezioni e i referendum.

Per le elezioni politiche il gioco è semplice. I partiti li conosciamo. Le simpatie e le antipatie sono già sistemate in quella parte del nostro cervello dedicata alla politica, così come è già pronta la domanda fondamentale: cosa fa quel partito per me, italiano che vive all’estero?

E allora mettiamo presto la crocetta, imbuchiamo la lettera e ringraziamo la buonanima di Mirko Tremaglia, quel politico che ci rese possibili le partecipazioni al voto dall’estero in maniera così comoda e diretta.

Lo stesso meccanismo del voto per corrispondenza vale anche per i referendum.

E qui sorge spontanea la prima domanda: che cos’è un referendum? Andiamo a vedere. L’intelligenza artificiale — che in questo caso non fatica a distinguersi da quella umana — ci spiega che il “referendum è uno strumento di democrazia diretta con cui i cittadini vengono chiamati a votare su una determinata questione”.

I cittadini vengono chiamati. I cittadini, non la popolazione.

Sembra una sottigliezza, ma noi italiani all’estero non siamo considerati quando si parla di “popolazione” italiana. Non ne facciamo parte, almeno nelle statistiche quotidiane.

Eppure, facciamo parte del Popolo italiano. Perché? Perché siamo cittadini italiani. E sono i cittadini a essere interrogati direttamente su questioni che riguardano la nostra Nazione, il nostro Stato.

Quando arriva a casa la lettera del Consolato con la scheda del referendum, con essa arriva, pertanto, una constatazione fondamentale: è il Popolo che viene chiamato a decidere. E tu, italiano all’estero, di questo Popolo fai parte. Non ci si può dimenticare di te.

E questo, bisogna ammetterlo, è proprio una bella cosa.

Come recita l’Inno nazionale? “L’Italia chiamò!” E subito dopo risuona il grido: “Sì!”.

Rispondiamo allora con un SÌ fermo e deciso alla prima domanda implicita che il referendum ci pone: “essere o non essere… parte del Popolo italiano?”

Rispondiamo allora con un fermo NO all’insinuazione che cerca una nuova conferma: “Gli italiani all’estero non votano. A loro del Paese non gliene frega niente!”

Rispondiamo con un sì deciso a questa appartenenza e con un no determinato a chi ci vuole lontani e dimenticati, nel momento in cui scegliamo di non buttare nella spazzatura la lettera del consolato.

L’Italia ci ha chiamati. Ci pone una domanda. Sarebbe, per altro, davvero poco rispettoso ignorare questo segno di considerazione, anche se viviamo — magari da seconda o terza generazione — lontano dai confini nazionali.

Dunque, da persone educate e consapevoli quali siamo, apriamo la busta e leggiamo le carte.

La risposta richiesta è semplice: un Sì o un No.

L’argomento è la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri nell’ordinamento giuridico italiano.

Ma Gesù! È veramente necessario interpellare il Popolo per decidere quale percorso debbano seguire in futuro questi laureati in giurisprudenza? A quanto pare sì. Si tratta infatti di un referendum costituzionale confermativo.

Questo significa che non si vota per cancellare una legge, ma per confermare o respingere una modifica della Costituzione già approvata dal Parlamento.

Una modifica della Costituzione?

Ora la questione si fa decisamente più seria.

Se voglio rispondere con coscienza alla domanda che l’Italia mi pone, devo chiarirmi concetti che, ammettiamolo pure, non fanno certo parte delle mie preoccupazioni quotidiane. Non è che io mi svegli al mattino e sotto la doccia mi preoccupi più di tanto di giudici e pubblici accusatori, delle loro carriere e di tribunali in genere, da cui preferisco stare ben lontano.

Però io devo mettere la crocetta e obbligatoriamente devo capirci qualcosa. Cominciamo allora con il concetto di “separazione delle carriere”.

Attualmente, in Italia, i magistrati appartengono allo stesso ordine e possono svolgere sia la funzione di giudici — che decidono le cause — sia quella di pubblici ministeri, che rappresentano l’accusa nel processo.

La riforma propone di separare definitivamente le due carriere, creando percorsi e regole distinte per magistrati giudicanti e magistrati requirenti (pubblici ministeri).

Di conseguenza, verrebbero istituiti due distinti Consigli Superiori della Magistratura.

Oggi esiste un unico CSM, organo di autogoverno della magistratura.

 La riforma prevede invece un CSM per i giudici e un CSM per i pubblici ministeri.

Ed è qui che entra in gioco la Costituzione. Perché è la Costituzione la legge fondamentale che regola la vita del nostro Paese. E in essa è previsto un solo Consiglio Superiore della Magistratura. Per istituirne due, occorre modificarla.

E ogni volta che si mette mano alla Costituzione, è il Popolo a essere chiamato a decidere.

Noi siamo parte di quel Popolo. E dobbiamo decidere, mettendo la crocetta sul Sì o sul No.

Questo referendum pone quindi un problema tecnico, ma solo apparentemente.

Riflettiamo insieme. La nostra legge fondamentale stabilisce l’esistenza di un Consiglio Superiore della Magistratura che è l’organo di autogoverno dei magistrati in Italia e che garantisce l’indipendenza e l’autonomia della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato, come il Parlamento o il Governo.

 Il Consiglio è presieduto dal Capo dello Stato, dal Presidente della Repubblica Italiana. Attenzione: Il Consiglio garantisce che la magistratura non subisca pressioni politiche e possa operare con imparzialità e indipendenza, come previsto dalla Costituzione italiana. Infatti, attualmente, ben 24 membri sono eletti dagli stessi magistrati mentre solo 8 membri sono eletti dal parlamento, per portare nel Consiglio un punto di vista esterno e decisamente di matrice più” politica”.

Con la separazione delle carriere finisce l’aspetto apparentemente tecnico del referendum che riguarda, appunto, i principi della Costituzione e di chi l’ha scritta, ben consapevole di cosa facesse e perché lo facesse.

 Toccare la Costituzione significa, infatti, mettere mano ai pensieri guida che sono alla base del nostro ordinamento statale. E non è cosa da poco. Si parla pertanto di nuovi principi, di rivisitazione di un’etica professionale e della calibrazione di nuovi pesi e misure.

Nuove regole per limitare individuali influenze ideologiche nelle funzioni o nuove regole per aumentare il potere partitico-politico verso questo pilastro dell’ordinamento statale?

Vediamo alcune tra le più frequenti argomentazioni per il SÌ avanzate, prevalentemente, da chi al momento è al governo:

Chi sostiene il SÌ dice che la riforma:

✔️ Aumenta l’imparzialità del giudice

  • Separare giudici e Pubblici Ministeri renderebbe più chiaro e imparziale il ruolo di chi giudica e di chi accusa.

✔️ Riduce l’influenza delle correnti interne della magistratura

  • Con due CSM distinti e nuove regole di sorteggio/candidatura si limita il “correntismo”.

✔️ Migliora la responsabilità disciplinare

  • L’Alta Corte disciplinare potrebbe essere più efficace nel correggere errori di magistrati.

✔️ Potrebbe aumentare la fiducia nella giustizia

  • Per i promotori, le modifiche rendono la giustizia più trasparente e vicina ai cittadini (soprattutto fuori da logiche e correnti interne).

I partiti all’opposizione e diversi magistrati chiedono, invece, ai cittadini un netto “NO” per questi motivi:

Chi sostiene il NO ritiene che la riforma:

❌ Metta a rischio l’indipendenza della magistratura

  • Separare carriere e cambiare i meccanismi di autogoverno potrebbe aumentare l’influenza politica o esterna sui PM, indebolendo l’indipendenza garantita dalla Costituzione.

❌ Non risolva i veri problemi della giustizia

  • Critici sostengono che le lungaggini processuali, la scarsità di personale e la digitalizzazione restano irrisolte, quindi, la riforma non migliora l’efficienza reale del sistema.

❌ Rischi di ingerenza politica

  • Alcuni temono che il nuovo sistema possa essere usato per influenzare le indagini o l’azione penale, dando al potere politico più controllo sulla magistratura requirente.

❌ Critiche sulla chiarezza e utilità delle modifiche

  • Secondo alcuni costituzionalisti, il testo contiene lacune o ambiguità e rimanda a future leggi ordinarie, aprendo incertezza su come funzionerà concretamente.

E a noi italiani residenti all’estero, tutto questo in che misura ci riguarda?

Diciamolo senza ipocrisie: è difficile che domani ci ritroveremo in un’aula di tribunale italiana, davanti a un giudice e a un pubblico ministero.

È ancora più difficile che, in quel momento, ci metteremo a riflettere se quei due siano andati a scuola insieme, condividendo o meno la stessa carriera.

Ma il punto non è questo. Il punto è che quando il Popolo viene chiamato, noi siamo Popolo.

E allora votiamo. Votiamo in massa. Votiamo con convinzione. Votiamo Sì o No ma votiamo.

Perché ogni scheda spedita dall’estero è un messaggio chiaro: noi non siamo un’appendice folkloristica della Nazione. Non siamo una nota a piè di pagina. Siamo cittadini italiani.

E, attenzione, non sono pochi quelli che stramazzano, chiedendo di abolire il voto all’estero. C’è chi lo considera inutile e c’è chi ci vorrebbe silenziosi, lontani e irrilevanti.

Ebbene, rispondiamo con i fatti. Rispondiamo riempiendo le urne postali.
Rispondiamo, facendo pesare la nostra presenza e rispondiamo, dimostrando che la distanza geografica non cancella l’appartenenza civile.

Perché quando si discute di IMU sulla prima casa, noi paghiamo. Quando si parla di sanità, noi veniamo esclusi. Quando si adeguano le pensioni, spesso restiamo fuori.
Quando si tagliano i servizi consolari, siamo noi a fare file infinite e chilometri di viaggio.

E allora sì, questo referendum ci riguarda.

Ci riguarda perché riguarda il nostro diritto di esserci.

Ci riguarda perché riguarda la nostra voce. Ci riguarda perché ogni voto è una dichiarazione di esistenza. Un’alta percentuale del voto all’estero ci rende finalmente oggetto di attenzione da parte della società italiana -e dei governi che la guidano- la quale, altrimenti, agisce come sempre secondo la regola del “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Sta per arrivare la busta del consolato. Non buttiamola via. Non lasciamola sul tavolo. Non diciamo “non serve”. Serve eccome.

Mettiamo quella croce con coscienza, con responsabilità, con orgoglio.
Spediamo quella scheda. E diciamolo forte, senza esitazioni: Noi ci siamo, non siamo lontani, non siamo invisibili.
Siamo Popolo italiano. E i nostri voti contano.

L’ultima domanda sul come votare non può e non vuole essere discussa qui. Io ho le idee ben chiare ma prevale il dovere di informazione e di divulgazione civica, occupando lo spazio di questo giornale e svolgendo la mia attività di giornalista radiofonico alla Saarländische Rundfunk.

Prima di tutto l’informazione a tutti.