V-Waffen, le armi della vendetta, di Luigi Mirabella
Ogni studente pronto a sostenere un esame di maturità – come oggi l’attuale Governo ha voluto riesaminare il notorio esame di licenza superiore – sa che Manzoni, padre del romanzo storico italiano, in ambito letterario romantico, distingueva tre stadi di composizione, o meglio tre momenti che in successione conflittuale e poi nelle relativa mediazione, danno luogo al romanzo storico, prodotto della letteratura dell’epoca posteriore a Napoleone. Egli distinse l’elemento della verità razionale, frutto della documentazione dei fatti; il vero poetico, contrapposto al precedente perché si sviluppa sulla base dei sentimenti e delle passioni che agitano gli uomini e le donne; mediati però dal verosimile, cioè il romanzo storico cornice di una situazione reale, vale a dire l’invenzione di personaggi credibili in una logica mediazione fra la verità oggettiva e soggettiva, unite alla scopo di fornire l’interesse per i lettori a ribadire la necessità pedagogica che il romanzo deve comunque manifestare nella società civile. Cosa che il coevo Verdi riproponeva nella versione operistica e che lo storico De Sanctis rilevava nella sua storia letteraria italiana.
Montanelli, illustre storico divulgatore, non farà che ripetere questa triade di presupposti nella sua monumentale Storia d’Italia, dall’età greca alla prima repubblica di Andreotti e Craxi, dove il contesto storico rappresenta la cornice degli eventi che altro non sono che i fatti minuscoli del quadro che è vivificato dalle vicende di Renzo e Lucia per i Promessi Sposi, oppure Rigoletto ed il Duca di Mantova per Verdi, fino a ENNE 3, capitano dei partigiani nella Milano di Vittorini occupata dai Nazisti. Una poetica del vero, dell’utile e dell’interessante, che ben si attagliano all’ultimo romanzo storico di Luigi Mirabella, V-Waffen, le armi della vendetta, Lupi editore, 2025 pagg. 668. Preceduto dal non meno efficace Sarissa, il vaso di Pandora (ed. sempre di Lupi, 2023), un’altra avvincente vicenda thriller, condita di episodi militari durante la guerra in Afghanistan accaduti ai soldati del contingente italiano. V-Waffen, le armi della vendetta, a dispetto dell’apparente prolissità – perché il volume di dialoghi è alquanto imponente – manifesta una singolare capacità dell’autore nel c.d. montaggio alternato nella scrittura, trasferendo nella scrittura un’abilità propria di un regista cinematografico.
Ci spieghiamo partendo dal dato cronologico: le vicende di guerra e di persone narrate si snodano dal 21.12.1941 (il prologo della storia, quasi un’ouverture di opera lirica che già racchiude l’epilogo in 650 circa pagine dopo) al 2 settembre del 1945, un lasso di tempo scandito appunto da un prologo, da 95 capitoli e da un epilogo, il cui filo rosso generale è dato da alcune peculiari vicende del Secondo Confitto Mondiale poco note nei particolari, legate da un coacervo di complotti, di battaglie sul campo, spionaggio e Superarmi naziste, sistematicamente prese di mira da commandos alleati – con origini europee e perfino italiane – volte a distruggere sul nascere il terribile piano delle SS e della Wehrmacht diretto con i missili V1 e V2 e con l’atomica puntati su Londra e New York. Un diario di guerra e di eventi alternati dall’Argentina alla Germania, dalla Polonia agli Stati Uniti, da Parigi a Calais, fino alla stanza Ovale di Washington, il Virushaus della Baviera, la Cancelleria di Berlino e Downing Street a Londra, dove Hitler, Roosevelt e Churchill dialogano a distanza serratamente su come rispettivamente accelerare la fine della guerra in Europa e nell’Atlantico.
Nondimeno, molte pagine sono dedicate alla guerra sul campo, specialmente dopo lo sbarco in Normandia fino al Reno, senza contare i non pochi attentati alle basi tedesche in Norvegia, in Baviera e nel Baltico, sedi delle rampe missilistiche che veramente colpirono duramente Londra e dintorni fra il 1944 ed il 1945. Non pochi film hanno miscelato la consueta narrazione militare sul campo con la realtà operativa dei commandos: citiamo per esempio, Quella sporca dozzina (1967), Dove osano le aquile (1968); oppure Platoon (1986). Film che scendono nel particolare filo logico che regge l’intera narrazione, vale a dire le avventure di un gruppo di uomini d’azione che realizza quella considerazione passionale verosimile in uomini della Resistenza dei Gruppi di azione partigiana a Milano or ora citata. Tanto che la verosimiglianza di Manzoni si materializza nella persona di Michel Hollard che veramente lungo le coste del nord della Francia capitanò un commandos di resistenti che sabotarono misteriose rampe di lancio costruite dai tedeschi da cui lanciavano le V1 verso Londra. Come Vero – cioè un evento corredato da documenti reali (vd. fra i primi autori che ricercavano le operazioni clandestine vd. Chester Wilmot, La lotta per l’Europa, Milano, 1953, più volte riedito) – fu anche il c.d. raid di Telemark, quando il 16.2.1943 avvenne un complesso di operazioni poste in essere dai British Commandos in Norvegia rivolto a distruggere in Norvegia l’acqua pesante necessaria per la costruzione da parte dei Nazisti di armi nucleari. Operazioni condotte da vari gruppi spionistici e militari per studiare l’impianto e per poi sabotarlo.
Evento che Mirabella al Capitolo 18 segnala come nel 23.3.1943 nasceva una Task Force alleata di uomini addestrati per azioni di guerra rapide ed improvvise. La loro azione rappresenta la vera storia che regge il filo rosso particolare di tutta la vicenda, come il paziente lettore scoprirà. Eppure, anche altri destini compaiono lungo il plot di Mirabella: una spy story degna di Fleming, il padre di 007, dove una bella nazista riesce a far invaghire di sé ufficiali di marina americana ed inglese pur di carpirne i segreti militari e perfino a piazzare un radio ricevitore in piena New York nell’autunno del 1944, quando degli U-Boot tedeschi circolavano nelle acque antistanti pronti a lanciare missili, anticipando di più di mezzo secolo i fatti del’11 settembre del 2001.
Evento che richiama il reale supporto che molti documenti narrano da parte di Lucky Luciano, capo della mafia portuale della Metropoli che patteggiò la sua liberazione dal carcere a vita in cambio di una fattiva collaborazione delle maestranze portuali e delle flotte pescherecce locali fornendo un aiuto formidabile alla Guardia Costiera statunitense per impedire l’attacco ai sottomarini nazisti (vd. al riguardo, Salvatore Lupo, Quando la mafia trovò l’America, Einaudi, 2008, pagg. 127 e ss.). Non mancano incontri e dialoghi plausibili fra i Governanti ed i Generali di ciascuno dei due fronti. E‘ il classico dilemma delle paure e dei pentimenti fra gli scienziati delle due parti, specie per la questioni dall’uso militare della energia atomica.
Anche la stessa dinamica delle battaglie è ben narrata e spiegata da dialoghi esplicativi necessari, cose che rendono la vicenda sempre più intrigante, specialmente per l’uso sincopato ed alternato di una folla di personaggi degna di un Guerra e Pace, o di un Via col vento, stile che sicuramente ne costituisce un carattere ineludibile e positivo. Ma alla fine di questa appassionante saga di uomini e donne impegnate in una guerra devastante; ci permettiamo di ricordare una delle frasi più coinvolgenti e profetiche che l’autore cita come epigrafe per ogni Parte del volume (in tutto 7 spezzoni di pensiero, detti da Einstein, Hitler, Eisenhower, Montgomery e ben tre frasi di Goebbels). Una di esse, ci sembra di scottante attualità, la settima, a pag. 521. Sarà l’ultimo avvertimento, dopo di ché scateneremo l’inferno. Basteranno quattro o cinque missili con carica atomica per distruggere New York e Londra. Oltreoceano, per via dell’Atlantico. credono di stare al sicuro. Ma si ingannano. La gettata delle tele armi è enorme. Per di più, per colpire il cuore degli U.S.A. lanceremo i nostri razzi da sommergibili che potranno raggiungere le coste americane compiendo l’intera traversata dell’oceano in immersione.
Non c’è chi non veda in questa dichiarazione da capogiro – certamente in linea col personaggio, uno dei fondatori del deprecato Nazionalsocialismo – profonde analogie con il pensiero di Trump, Putin e Netanyahu, pronunziata, in più occasioni negli ultimi anni in assoluto dispregio delle persone umane colpite collateralmente per gli effetti dei loro indiscriminanti bombardamenti su città coinvolte nelle loro guerre. Infine, una parola sul titolo. Se V-Waffen, riguarda la nascita e la produzione dei prototipi missilistici ed atomici, le armi della vendetta, è un sottotitolo che illustra la relazione fra prologo ed epilogo, su un modello collaudato da Omero a Pirandello. Come gli dei per il greco giocavano sulle pelli degli uomini scatenando passioni che produssero infiniti lutti agli Achei a Troia; come Pirandello spiega la vendetta degli uomini contro i loro simili, perché non sono capaci di capire le ragioni degli altri che hanno provocato i danni subiti; così nel Capitolo 2 Mirabella tratta l’attività spionistica del futuro capo della squadra di commandos di cui si disse.
Le torture che questi – il sedicente William Garret – subirà da parte del Comandante Schneider, capo dell’U-Boot che lo aveva raccolto in acque argentine dopo l’affondamento della nave dove Garret aveva viaggiato sotto mentite spoglie per sapere notizie sull’uranio che la nave argentina trasportava verso la Germania; saranno la causa della sua vendetta. Infatti l’americano sfuggirà alla prigionia, ma resterà col dente avvelenato contro il nazista seviziatore, tantochè dopo più di 600 pagine, i due si incontrano per caso a ranghi invertiti e finirà con una tradizionale esecuzione fatta dall’ex vittima sul suo aguzzino. Una scelta che il Manzoni non fece e che invece Mirabella preferisce invece praticare. Il perché non spetta a noi giudicare. Ma un giudizio ci rimane però da esprimere: il poderoso volume merita comunque di essere letto per la coerenza e l’abilità narrativa che lo rende di viva attualità.





























