Nella foto: Bandiere Europa. Foto di © Dušan Cvetanović su Pixabay

Il Parlamento europeo approva la riforma che accelera le espulsioni: detenzione fino a due anni, divieti d’ingresso quasi illimitati e accordi anche con Stati non legati all’origine dei migranti. Polemiche sui diritti fondamentali e sui nuovi equilibri politici a Bruxelles

Il Parlamento europeo cambia mossa sulla politica migratoria e approva una delle riforme più controverse degli ultimi anni. Con 389 voti favorevoli, 206 contrari e 32 astensioni, Strasburgo ha dato il via libera al nuovo “regolamento sui rimpatri”, destinato a rafforzare in modo significativo gli strumenti di espulsione delle persone migranti prive di diritto legale di soggiorno nell’Unione europea.

La misura introduce un principio destinato a segnare una svolta, i rimpatri potranno avvenire anche verso Paesi terzi che non hanno alcun legame con l’origine delle persone migranti. Gli Stati membri potranno infatti stipulare accordi bilaterali con Paesi extra-UE per creare centri di espulsione, definiti “hub di rimpatrio”, nei quali trasferire chi riceve un ordine di allontanamento dal territorio europeo.

L’obiettivo dichiarato è aumentare il tasso di rimpatri, storicamente molto basso nell’Unione, trasformando il regolamento nella pietra angolare della nuova strategia europea contro l’immigrazione irregolare. Subito dopo il voto, gran parte dell’emiciclo è esplosa in un applauso, segnale politico della crescente convergenza su un approccio più restrittivo.

Tra le novità più discusse c’è l’inasprimento della detenzione amministrativa: il periodo massimo per trattenere una persona in attesa di espulsione potrà arrivare fino a 24 mesi. Il Parlamento ha scelto una linea leggermente meno severa rispetto agli Stati membri, che avevano proposto un limite di 30 mesi.

La riforma introduce inoltre divieti di ingresso nell’Unione europea potenzialmente illimitati per le persone rimpatriate e permanenti nei casi considerati un rischio per la sicurezza. Un’altra modifica significativa riguarda i ricorsi contro l’espulsione che non avranno più automaticamente effetto sospensivo. Saranno i giudici a decidere, caso per caso, se bloccare temporaneamente il rimpatrio.

Il testo apre anche alla possibilità di negoziare accordi di riammissione con “entità di Paesi terzi non riconosciuti”, una formula che ha immediatamente sollevato forti critiche. Sul piano umano e politico, uno dei passaggi più sensibili riguarda le famiglie con bambini. Sia Parlamento sia Consiglio intendono includerle nelle deportazioni verso Paesi terzi, escludendo soltanto i minori non accompagnati.

Il Parlamento ha invece eliminato una disposizione molto contestata che avrebbe autorizzato le autorità a effettuare perquisizioni nei luoghi di residenza o in altri spazi dove una persona destinataria di espulsione poteva trovarsi. Ong e organizzazioni della società civile temevano operazioni simili ai raid condotti negli Stati Uniti dall’Immigration and Customs Enforcement.

Il voto ha evidenziato anche nuovi equilibri politici a Bruxelles. I conservatori del Partito Popolare Europeo si sono allineati con i gruppi della destra per garantire l’approvazione del testo, nonostante le polemiche sulla collaborazione durante i lavori preparatori. Solo pochi deputati popolari di Lussemburgo, Belgio, Irlanda e Finlandia hanno votato contro o scelto l’astensione.

Tra i sostenitori della riforma, l’eurodeputato francese François-Xavier Bellamy, relatore del provvedimento, ha rivendicato un principio chiaro: «Chi entra illegalmente in Europa non può restare».

Il fronte contrario non è però apparso compatto, infatti alcuni deputati socialdemocratici provenienti da Danimarca, Malta e Lettonia hanno sostenuto la riforma, così come i rappresentanti tedeschi del gruppo liberale Renew Europe, riflettendo le politiche migratorie più restrittive adottate dai rispettivi governi nazionali.

Il testo dovrà ora essere negoziato con il Consiglio dell’Unione europea. I colloqui si preannunciano relativamente rapidi, poiché le differenze tra le due versioni sono limitate.

Se confermata, la riforma segnerà uno dei cambiamenti più profondi della politica migratoria europea degli ultimi decenni, spostando l’equilibrio tra controllo delle frontiere e tutela dei diritti verso un approccio più orientato alla sicurezza e destinato a restare al centro del dibattito politico europeo.