Nella foto: Folla durante le proteste a Qazvin il 2 gennaio 2026. Foto By Tasnim News Agency, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=181120755

Il regime dei mullah vacilla, mentre la piazza iraniana continua a sfidarlo notte dopo notte. Per il dodicesimo giorno consecutivo migliaia di persone sono tornate a manifestare contro il potere islamista, in una protesta che da rivolta sociale si è trasformata in aperta contestazione politica. Il bilancio provvisorio è drammatico: almeno 45 morti, secondo le organizzazioni per i diritti umani, tra cui otto minorenni. Teheran parla di numeri più bassi, ma le immagini che filtrano dal Paese raccontano tutt’altro

In Iran sta succedendo qualcosa di grosso. Qualcosa che non si vede tutti i giorni in un Paese abituato alla repressione, al silenzio forzato, alla paura come regola di vita. Da dodici notti consecutive le piazze non si svuotano. Anzi, si riempiono. E il messaggio che sale dalle strade è chiaro, brutale, senza giri di parole: «Morte al dittatore», «Morte alla Repubblica Islamica»

Giovedì sera Teheran è esplosa. Migliaia di persone in strada, fiumi umani che scorrono tra i palazzi della capitale. I video che riescono a uscire dal Paese – pochi, frammentari, spesso girati di nascosto – mostrano una folla che non chiede riforme, ma la fine del sistema. Non è una protesta qualunque. È una sfida diretta al cuore del potere dei mullah.

Il regime ha capito il pericolo. E ha reagito come sa fare: con il pugno di ferro. Le forze di sicurezza sparano, arrestano, picchiano. Secondo Iran Human Rights, i morti sono almeno 45, tra cui otto minorenni. Le autorità parlano di numeri più bassi, ma è una vecchia storia: quando il potere mente, lo fa sempre in difetto.

E poi c’è l’arma più subdola: spegnere Internet. L’organizzazione NetBlocks parla di un blackout quasi totale. Tradotto: niente messaggi, niente video, niente coordinamento. E soprattutto niente testimoni. L’attivista Nazanin Boniadi lo ha detto senza diplomazia: il blackout serve a impedire che gli iraniani si organizzino e a nascondere la violenza agli occhi del mondo. Funziona? Fino a un certo punto. Perché la rabbia, quando cresce, non ha bisogno del Wi-Fi.

Tutto è iniziato con l’inflazione, i prezzi fuori controllo, la povertà che morde. Ma oggi nessuno scende in strada solo per il pane. Qui si parla di dignità, di quarantacinque anni di dittatura religiosa, di sharia imposta, di donne controllate, di minoranze perseguitate, di un Paese spremuto per finanziare milizie all’estero e un programma nucleare che non migliora la vita di nessuno.

Le proteste si sono allargate a oltre 50 città, da Teheran a Täbris, fino a Mashhad, uno dei centri religiosi più importanti del Paese. E quando anche Mashhad scende in strada, il segnale è forte: il malcontento ha superato la paura.

In mezzo a questo caos controllato, un nome torna a farsi sentire: Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. Non governa, non comanda, non promette miracoli. Ma parla una lingua che molti iraniani vogliono sentire: elezioni libere, democrazia, Stato laico, diritti per tutti, minoranze comprese.

Dall’esilio, Pahlavi lancia un avvertimento diretto al regime: il mondo guarda. E guarda anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che è stato netto nel suo comunicato: „se le forze di sicurezza continueranno a uccidere i manifestanti, le conseguenze saranno pesanti“. Parole che, nel linguaggio della politica internazionale, pesano più di quanto sembri.

Pahlavi lo dice chiaramente: „quel sostegno non è simbolico. È benzina sulla speranza di chi, in Iran, rischia tutto pur di non tornare a casa in silenzio“.

Secondo l’analista israeliano Raz Zimmt, uno dei massimi esperti di Iran, il regime è più fragile che mai. Non tanto per la forza delle proteste in sé, ma per un fattore decisivo:“la fiducia interna. Se chi sta intorno al potere smette di credere che la repressione basti a salvare il sistema, allora il castello comincia a creparsi“.

E intanto le immagini fanno il giro del mondo, edifici governativi incendiati, scontri notturni, slogan urlati contro i mullah. E un grido che suona quasi anacronistico, ma dice molto: «Dschawid Schah!» – «Viva lo Scià!». Non è nostalgia pura. È il rifiuto radicale di ciò che è venuto dopo.

Nessuno sa come finirà. Il regime è ancora armato, organizzato, spietato. Ma una cosa è certa: qualcosa si è rotto. E quando in un sistema autoritario la paura cambia campo, non torna indietro facilmente.

Forse non succederà domani. Forse non succederà presto. Ma da dodici notti l’Iran ha ricominciato a pronunciare a voce alta due parole che fanno paura al regime: Iran libero.