
Dall’Olocausto alle guerre di oggi: ricordare non basta, serve vigilare contro l’odio e l’indifferenza
C’è una parola che torna ogni anno, il 27 gennaio, e che rischia di scivolare via come una formula rituale: Memoria. La Giornata della Memoria non dovrebbe essere un appuntamento di calendario, ma un esercizio scomodo, vivo, quotidiano. Perché ricordare l’Olocausto non significa soltanto guardare indietro, ma avere il coraggio di guardare dentro il nostro presente.
L’Olocausto non è nato all’improvviso. Non è stato solo il prodotto di un regime o di una guerra. È stato preparato lentamente, con parole avvelenate, con la disumanizzazione dell’altro, con l’indifferenza trasformata in normalità. Prima dei campi di sterminio ci sono stati gli sguardi che si voltavano altrove, le battute accettate, l’odio tollerato perché “non ci riguarda”.
Ed è qui che la Memoria ci interroga oggi.
Viviamo in un tempo in cui l’odio torna a circolare con inquietante facilità. Lo vediamo nelle guerre che devastano intere popolazioni, nei civili trasformati in bersagli, nei bambini che crescono sotto le bombe. Lo vediamo nel linguaggio pubblico sempre più aggressivo, nella polarizzazione, nel bisogno di trovare un nemico per sentirsi dalla parte giusta. Lo vediamo nell’intolleranza verso chi è diverso per origine, religione, orientamento, idee. Lo vediamo anche nelle nostre comunità, nelle nostre città europee, nei social, nei commenti che feriscono più delle armi perché preparano il terreno alla violenza.
La Memoria dell’Olocausto non serve se resta confinata nei musei o nelle cerimonie ufficiali. Serve solo se ci costringe a porci domande scomode:
quando oggi accettiamo l’odio senza reagire, da che parte stiamo?
quando riduciamo una persona a un’etichetta, non stiamo ripetendo un meccanismo già visto?
quando giustifichiamo la violenza “perché è lontana da noi”, cosa stiamo insegnando ai nostri figli?
Ricordare significa anche riconoscere che nessuna società è immune. Che la democrazia non è garantita per sempre. Che i diritti possono essere erosi poco alla volta, senza rumore. E che l’intolleranza non nasce solo nei grandi eventi storici, ma nei piccoli gesti quotidiani: nel rifiuto dell’ascolto, nel disprezzo dell’altro, nel cinismo che ci fa dire “è sempre stato così”.
Per chi vive fuori dall’Italia, come molti lettori del Corriere d’Italia, la Memoria assume un significato ancora più profondo. Vivere tra culture diverse è una ricchezza, ma anche una responsabilità. Significa scegliere ogni giorno se costruire ponti o alzare muri. Se difendere la dignità umana anche quando non conviene. Se ricordare che l’Europa, nata dalle macerie della Shoah, ha senso solo se resta fedele ai suoi valori di pace, pluralismo e rispetto.
La Giornata della Memoria non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di essere vigili. Di non abituarci all’odio. Di non considerare normale ciò che normale non è. Di avere il coraggio, quando serve, di dire “no”, anche a voce bassa, anche da soli.
Perché la Memoria non è solo un dovere verso il passato.
È una responsabilità verso il presente.
Ed è, soprattutto, una promessa verso il futuro.
Morti nei campi di concentramento e di sterminio nazisti
Durante la Seconda Guerra Mondiale, i campi di concentramento e di sterminio nazisti furono teatro di una tragedia senza precedenti. Milioni di persone furono deportate, sfruttate come forza lavoro o assassinate sistematicamente in base alla loro origine, religione, appartenenza politica o condizioni fisiche. I numeri che seguono aiutano a comprendere l’immane portata di questa catastrofe umana, ricordando che dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte e storie personali che non possono essere dimenticate.

- Ebrei – circa 6 milioni – Provenienza principale: Polonia, Unione Sovietica, Ungheria, Germania, Romania, Cecoslovacchia, Paesi Bassi, Francia, altri.
- Polacchi non ebrei – circa 1,8–2 milioni – Vittime della politica di sterminio dei civili e deportazioni nei campi di concentramento.
- Sovietici – circa 2,5–3 milioni – Principalmente prigionieri di guerra catturati sul fronte orientale. Molti morirono nei campi di prigionia o di lavoro forzato.
- Rom e Sinti (Zingari) – circa 220.000–500.000 – Tra deportazioni, fame e esperimenti medici nei campi.
- Persone con disabilità fisiche o mentali – circa 200.000–250.000 – Vittime del programma di eugenetica “Aktion T4” e dei campi.
- Oppositori politici, partigiani, altre religioni – circa 100.000–150.000 – Deportati per motivi politici o religiosi, molti nei campi di lavoro forzato.
- Altri gruppi (omosessuali, prigionieri comuni, cittadini di varie nazionalità) – Deportati principalmente in Germania o Polonia, con tassi di mortalità elevati.
I numeri riportati non sono precisi al singolo: molti registri sono incompleti o distrutti, e le stime possono variare leggermente tra gli storici.
Totale stimato: circa 11–12 milioni di morti, di cui circa 6 milioni erano ebrei.
I campi principali dove avvenivano stermini di massa erano Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Sobibor, Majdanek, Belzec, Dachau, Bergen-Belsen, Mauthausen, e molti altri.

























