Nella foto: Friedrich Merz. Foto di ©Deutsche Bundestag, Fotografo: Thomas Köhler / photothek

C’è un momento, nella vita democratica di un Paese, in cui le parole di chi governa smettono di essere semplici dichiarazioni politiche e diventano rivelatrici di una visione del mondo. La recente uscita del cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla “scarsa propensione al lavoro” dei cittadini tedeschi appartiene a questa categoria. Non è solo una frase infelice: è un atto d’accusa rivolto verso il basso, contro chi lavora, produce, paga le tasse e tiene in piedi il sistema

Davanti a una platea di imprenditori della Camera di Commercio e dell’Industria di Halle-Dessau, Merz ha affermato che la Germania lavora troppo poco, che la produttività non è sufficiente e che con “work-life balance e settimana corta” il benessere futuro non può essere garantito. Tradotto: se il Paese arranca, la colpa è dei lavoratori. Se il “modello Germania” scricchiola, non è per errori politici, scelte energetiche sbagliate, precarizzazione del lavoro o redistribuzione iniqua della ricchezza, ma per una presunta pigrizia collettiva.

È una narrazione comoda. E profondamente ingiusta.

Merz arriva persino a suggerire che i cittadini tedeschi siano “malati troppo a lungo”. Come se la malattia fosse una scelta individuale, un capriccio. Come se burnout, problemi muscolo-scheletrici dopo decenni di lavoro fisico, esaurimento psicologico non fossero il prodotto di un sistema che consuma le persone fino all’osso. Accusare chi si ammala di scarsa etica del lavoro non è solo falso: è moralmente meschino.

Il messaggio che passa è chiaro e inquietante: lavorate di più, lavorate più a lungo, accettate di guadagnare relativamente meno, e soprattutto non protestate. Chi non regge il ritmo, chi si ferma, chi cade, perde valore come cittadino. Non è più una persona, ma una “risorsa difettosa”.

È difficile ricordare un precedente simile: mai un cancelliere tedesco aveva messo sotto processo la propria popolazione attiva, mai aveva trasformato lavoratori, malati, famiglie e pensionandi in un bersaglio retorico così diretto. Non un’analisi strutturale, non un’assunzione di responsabilità politica, ma una colpevolizzazione dall’alto verso il basso.

Eppure, le affermazioni di Merz non trovano riscontro nei fatti.

Le statistiche del Deutscher Gewerkschaftsbund (DGB) mostrano da anni una realtà opposta: milioni di lavoratrici e lavoratori accumulano straordinari, spesso non retribuiti; la pressione sul lavoro è aumentata; le assenze per malattia sono in larga parte riconducibili a carichi fisici e psicologici sempre più elevati. Non a una presunta pigrizia nazionale. La Germania non è un Paese che “lavora poco”, ma un Paese in cui il lavoro pesa sempre di più sulle stesse spalle.

A smontare apertamente la narrazione del cancelliere è intervenuta anche la presidente del DGB, Yasmin Fahimi, che ha lanciato un allarme chiaro: il 2026 rischia di diventare un anno perso per i lavoratori.

In un’intervista alla Neue Osnabrücker Zeitung, Fahimi ha criticato duramente la linea portata avanti dal governo e dagli ambienti datoriali: “Il dibattito, costantemente rilanciato anche dal cancelliere, sui tagli alle conquiste sociali ignora completamente gli interessi dei lavoratori e non genererà alcuna crescita”.

Fahimi mette il dito nella piaga: „ogni settimana emergono nuove richieste di riduzione delle tutele, di innalzamento dell’età pensionabile, di maggiore flessibilità unilaterale“. Ma – avverte – “Mandare le persone malate al lavoro o costringerle a lavorare più a lungo non porterà un solo nuovo ordine nel nostro Paese”.

Il rischio, secondo la leader sindacale, è enorme: sostituire una politica di crescita e innovazione con un “taglio sociale” sistematico equivale a gettare benzina sul fuoco della crescente insoddisfazione sociale. E non è solo una questione economica, ma democratica. Fahimi parla esplicitamente di una “pericolosa spaccatura sociale” e avverte che questo clima rischia di rafforzare ulteriormente l’AfD.

Sono parole che un Cancelliere dovrebbe ascoltare. Invece, Merz sembra procedere nella direzione opposta.

Milioni di lavoratori tedeschi fanno già straordinari, accumulano ore non pagate, reggono settori interi con salari che non tengono il passo con il costo della vita. Affitti, energia, spesa alimentare: tutto aumenta. Tranne la sicurezza, la prospettiva, la fiducia nel futuro. In questo contesto, dire che “le persone devono lavorare di più” senza parlare di salari, redistribuzione, servizi pubblici, infrastrutture e dignità del lavoro non è leadership: è arroganza di classe.

Merz sostiene che il problema siano i “costi del lavoro troppo alti” e che la soluzione sia aumentare l’orario complessivo. Più lavoro per lo stesso salario, dunque. Una ricetta che funziona solo per chi non vive del proprio stipendio. Per chi è già in alto nella catena del valore, mentre per la classe lavoratrice significa solo maggiore fatica senza contropartita.

Colpisce anche il tentativo di liquidare conquiste sociali storiche – come la riduzione dell’orario di lavoro – come residui del passato. La settimana di 35 ore, conquistata con dure lotte sindacali negli anni Ottanta per l’industria metalmeccanica, non era un capriccio ideologico: era il frutto del progresso tecnologico e di una visione che metteva al centro la qualità della vita. Oggi, in un’epoca di automazione e digitalizzazione, quelle conquiste vengono rimesse in discussione non per necessità oggettiva, ma per scelta politica.

Ancora più grave è la proposta di smantellare le tutele dell’orario di lavoro in nome della “sburocratizzazione”. In un Paese in cui piccoli imprenditori, artigiani e commercianti sono già schiacciati da obblighi, controlli e tasse, questa retorica suona come una beffa. Più lavoro, più adempimenti, più imposte. Ma per quale “benessere”?

Merz tace su tutto ciò che davvero incide sul declino della fiducia sociale: l’aumento delle insolvenze aziendali, la disoccupazione mascherata, i licenziamenti legati alla “razionalizzazione”, i profitti privatizzati e le perdite scaricate sulla collettività. Tace sulle scelte energetiche costose, sull’aumento delle spese militari, su un modello economico che chiede sacrifici sempre agli stessi.

E tace anche sulle contraddizioni demografiche. Chiedere di lavorare di più e più a lungo, mentre mancano asili, servizi, sostegno alle famiglie, è un esercizio di cinismo. Le persone non fanno figli in un sistema che le logora e le colpevolizza.

Alla fine, la domanda è semplice: per chi dovrebbero lavorare di più i tedeschi? Per un’idea di “prosperità” che coincide con riarmo, competizione permanente e crescita fine a sé stessa? Per un’élite politica ed economica che predica sacrifici senza mai praticarli?

Il benessere non nasce dall’obbedienza né dall’estorsione morale. Nasce da politiche sociali eque, da salari giusti, da rispetto e riconoscimento. La work-life balance e persino la settimana di quattro giorni non sono una minaccia alla prosperità: ne sono parte integrante. Perché le persone lavorano per vivere, non vivono per lavorare.

Un cancelliere dovrebbe ricordarlo. Perché non è un tutore morale del popolo, né il suo giudice. È un dipendente pubblico. E il suo compito non è dire ai cittadini cosa devono sopportare, ma creare le condizioni affinché possano vivere e lavorare con dignità.

Così com’è, quella di Friedrich Merz non passerà alla storia come una grande “lezione di responsabilità”. Ma come l’ennesima occasione mancata per stare dalla parte di chi questo Paese lo manda avanti davvero.