Toni Ricciardi, deputato eletto nella circoscrizione Estero, spiega perché, a suo avviso, la riforma rischia di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e di indebolire l’autonomia della magistratura
In vista del prossimo referendum costituzionale, il Corriere d’Italia ha raccolto il punto di vista dei rappresentanti degli italiani all’estero per offrire ai lettori un quadro chiaro delle diverse posizioni in campo su una riforma che tocca temi delicati come l’organizzazione della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Dopo l’intervista all’onorevole Simone Billi, favorevole al Sì, pubblichiamo ora il contributo dell’onorevole Toni Ricciardi, che sostiene invece il No alla riforma.
On. Ricciardi, perché è importante partecipare al voto in questo referendum?
Partecipare è importante perché parliamo di un tema che riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la qualità della nostra democrazia. Il referendum è uno strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione: consente ai cittadini e alle cittadine di esprimersi in prima persona su scelte fondamentali per l’assetto istituzionale del Paese. A maggiora ragione, è un voto imprescindibile in quanto siamo dinanzi ad un referendum costituzionale confermativo senza quorum; quindi, ogni voto pesa e contribuisce a definire il risultato. Non votare significa lasciare che siano altre persone a decidere su una materia che incide direttamente sulle garanzie e sui diritti di tutte e tutti.
Qual è l’argomento più convincente a sostegno del No?
Un potere, quello esecutivo, ha deciso di modificare unilateralmente un altro potere, quello legislativo, rischiando di alterare un equilibrio che la Costituzione ha costruito con attenzione, per garantire indipendenza sia al pubblico ministero che al giudice. Votare No significa difendere un modello che ha come obiettivo primario la tutela dei diritti e l’uguaglianza di cittadini e cittadine davanti alla legge. Questa riforma non rende la giustizia più veloce, non la rende più giusta e non la rende tantomeno più vicina ai cittadini. Il No non è un voto di conservazione, ma di responsabilità. È la scelta di difendere l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’indipendenza della magistratura e i diritti delle persone comuni, che hanno bisogno di una giustizia efficiente.
Perché per chi sostiene il No è fondamentale che non venga introdotta la separazione delle carriere nella magistratura, mantenendo un unico Consiglio Superiore della Magistratura come organo di autogoverno sia per i magistrati requirenti sia per quelli giudicanti?
Non è questo il tema. La separazione delle carriere in Italia esiste già dal 2022 (riforma Cartabia), ergo non è questo il problema. Inoltre, il mantenimento di un unico Consiglio Superiore della Magistratura garantisce coerenza e indipendenza all’intero dell’ordine giudiziario. La separazione delle carriere, accompagnata dalla creazione di organi distinti di autogoverno, rischia di aprire la strada a una differenziazione eccessiva tra pubblico ministero e giudice, con il rischio di avvicinare il PM al potere esecutivo. L’attuale assetto, invece, rafforza l’idea che il pubblico ministero sia parte integrante della giurisdizione e non uno strumento del governo di turno.
In che modo, secondo Lei, l’esito del referendum potrebbe mettere a rischio l’autonomia della magistratura?
Se passasse la riforma, si creerebbe una frattura strutturale che potrebbe rendere il pubblico ministero più esposto a pressioni esterne. L’autonomia e l’indipendenza sono pilastri costituzionali: indebolirli significa mettere a rischio la capacità della giustizia di operare senza condizionamenti politici. Per noi, difendere l’autonomia della magistratura significa tutelare i cittadini e le cittadine. E poi, il sorteggio finto ci palesa il vero obiettivo che è quello di sottomettere alla politica la giustizia.
Perché, a suo parere, non si è riusciti a creare un consenso più ampio su un tema così delicato, ricorrendo invece a un quesito referendario costituzionale confermativo, complesso e privo di quorum?
Temi di questa portata richiederebbero il massimo della condivisione parlamentare e istituzionale, mentre questa riforma è stata costruita senza un vero confronto con le forze politiche, la magistratura e la società civile. Purtroppo, il Governo ha scelto una strada divisiva. Il referendum confermativo è uno strumento previsto dalla Costituzione, ma quando manca un consenso largo significa che il testo non ha saputo unire. Per fare una riforma della giustizia serve dialogo, equilibrio e senso delle istituzioni, non forzature che rischiano di spaccare il Paese. Infine, in qaunto l’obiettivo non era quello di unire il Paese, la politica e di trovare un compromesso, bensì, quello di scassare letteralmente il funzionamento del potere che infastidisce. D’altronde, la storia ci insegna che su una democrazia si incide progressivamente, “a pezzi”, un pezzo alla volta per depotenziarla. Prima la stampa, poi la magistratura puntando ai pieni poteri.
Al di là delle diverse posizioni politiche, un elemento resta centrale: la partecipazione al voto. Essendo un referendum costituzionale confermativo senza quorum, ogni voto ha un peso determinante. Per questo è fondamentale che anche gli italiani residenti all’estero esercitino il proprio diritto di voto.




























