Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma che tocca uno dei pilastri dello Stato: la giustizia. Si tratta del referendum costituzionale sulla cosiddetta separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, un tema tecnico solo in apparenza, ma dalle conseguenze politiche e istituzionali profonde.
Per chi vive all’estero, e voterà per corrispondenza, orientarsi non è semplice. Per questo è utile andare oltre gli slogan e capire che cosa prevede davvero la riforma, che cosa significa votare SÌ o NO e quali scenari si aprirebbero dopo il voto.
Quello di marzo non è un referendum abrogativo, ma un referendum costituzionale confermativo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione. I cittadini non sono chiamati a cancellare una legge, ma a dire se una riforma costituzionale già approvata dal Parlamento debba entrare in vigore oppure no.
Il passaggio referendario è scattato perché il testo non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. In questi casi, la Costituzione affida la decisione finale agli elettori.
C’è un elemento da tenere bene a mente: non esiste quorum. Qualunque sia l’affluenza, il risultato sarà valido. Vince semplicemente chi ottiene più voti.
La scheda elettorale chiederà:
«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?»
Votare SÌ significa confermare la riforma e permetterne l’entrata in vigore.
Votare NO significa respingerla e mantenere l’attuale assetto costituzionale.
Non è possibile scegliere singole parti del testo: il voto riguarda l’intero impianto della riforma.
Il cuore della riforma è la separazione costituzionale delle carriere. Giudici e pubblici ministeri resterebbero parte di un ordine autonomo e indipendente, ma seguirebbero percorsi distinti, con due Consigli superiori della magistratura: uno per i giudici e uno per i PM. Il Presidente della Repubblica continuerebbe a presiederli entrambi, mantenendo un ruolo di garanzia.
La riforma, però, non cambia le regole dei processi, non modifica i codici e non promette di rendere la giustizia più veloce. Non tocca nemmeno l’equilibrio tra accusa e difesa nel processo penale.
Va inoltre ricordato che il passaggio da una funzione all’altra è già oggi quasi inesistente: riguarda meno dello 0,5 per cento dei magistrati. Il dibattito, quindi, è soprattutto di principio e di assetto istituzionale.
Il punto che divide di più è il nuovo sistema di composizione dei Csm, basato in larga parte sul sorteggio
Una quota dei membri “laici” verrebbe estratta da elenchi di professori e avvocati predisposti dal Parlamento; la maggioranza dei membri togati sarebbe invece sorteggiata tra i magistrati, secondo criteri di anzianità e professionalità. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti e delle logiche associative.
Per i sostenitori, è un modo per scardinare equilibri consolidati. Per i critici, il rischio è introdurre casualità, ridurre la rappresentanza interna e aumentare indirettamente l’influenza della politica.
Infine, la riforma istituisce anche una Alta Corte disciplinare, che sottrarrebbe ai Csm il potere di giudicare i magistrati sotto il profilo disciplinare. L’organo avrebbe rango costituzionale e sarebbe composto da magistrati e giuristi esterni.
Anche in questo caso, molti dettagli sono rinviati a leggi ordinarie future. Un aspetto che per alcuni è un punto di forza, per altri una fonte di incertezza.
Uno degli aspetti più rilevanti del referendum costituzionale sulla giustizia è che il confronto non si sviluppa solo lungo linee politiche tradizionali, ma attraversa il mondo giuridico, accademico e istituzionale. Le ragioni del SÌ e del NO riflettono due diverse visioni del ruolo della magistratura, del suo autogoverno e dell’equilibrio tra poteri dello Stato. Approfondirle aiuta a comprendere perché questo referendum non sia né scontato né riducibile a uno scontro ideologico.
Le ragioni del SÌ: chiarezza dei ruoli e riforma dell’autogoverno
Chi sostiene il SÌ parte da un presupposto centrale: giudicare e accusare sono funzioni diverse, che richiedono ruoli, responsabilità e percorsi distinti. Secondo questa impostazione, mantenere giudici e pubblici ministeri all’interno della stessa carriera e dello stesso sistema di autogoverno rischia di offuscare la percezione di imparzialità del giudice, soprattutto nel processo penale.
1. Rafforzare la terzietà del giudice
Il primo argomento a favore della riforma riguarda la terzietà del giudice. Pur essendo già garantita sul piano giuridico, i sostenitori del SÌ ritengono che essa debba essere rafforzata anche sul piano simbolico e ordinamentale. La separazione delle carriere renderebbe più evidente che il giudice non appartiene allo stesso percorso professionale di chi esercita l’azione penale, rafforzando la fiducia dei cittadini nel processo.
2. Chiarezza organizzativa senza toccare l’autonomia
Un punto spesso sottolineato è che la riforma non mette in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che restano sancite dalla Costituzione. La separazione riguarda l’organizzazione interna, non il rapporto con gli altri poteri dello Stato. I due nuovi Consigli superiori sarebbero visti come strumenti di maggiore coerenza funzionale: ciascuna carriera gestirebbe se stessa, evitando interferenze e sovrapposizioni.
3. Superare il correntismo con il sorteggio
Un’altra ragione forte del SÌ è la critica al funzionamento attuale del Csm. Secondo i favorevoli alla riforma, il sistema elettivo ha favorito nel tempo un correntismo strutturato, con effetti negativi sulla gestione delle nomine e delle carriere. Il sorteggio viene presentato come un rimedio per spezzare equilibri consolidati, ridurre il peso delle appartenenze associative e favorire decisioni più neutrali.
4. Separare governo delle carriere e disciplina
L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare è vista come un passo avanti in termini di garanzia e imparzialità. Affidare il giudizio disciplinare a un organo distinto rispetto ai Consigli superiori eviterebbe commistioni tra valutazioni di carriera e responsabilità disciplinari. Per i sostenitori del SÌ, questa separazione rafforza la credibilità complessiva del sistema.
In sintesi, il SÌ esprime la convinzione che la riforma renda la giustizia più chiara nei ruoli e più trasparente nei meccanismi di autogoverno, senza compromettere l’indipendenza della magistratura.
Le ragioni del NO: unità della magistratura e timori sistemici
Chi si oppone alla riforma muove da una lettura diversa della Costituzione e del ruolo della magistratura. Il NO non nega l’esistenza di criticità, ma ritiene che la soluzione proposta rischi di produrre effetti collaterali rilevanti.
1. Difendere l’unità dell’ordine giudiziario
Il primo argomento del NO riguarda l’unità della magistratura. Secondo i contrari, giudici e pubblici ministeri fanno parte di un unico ordine proprio per garantire una cultura comune della giurisdizione e dell’indipendenza. La separazione delle carriere, pur mantenendo formalmente l’autonomia, potrebbe introdurre una frammentazione interna che indebolisce il sistema nel suo complesso.
2. Il ruolo del Pubblico Ministero
Un punto particolarmente sensibile riguarda la posizione del Pubblico Ministero. I critici temono che una carriera requirente completamente separata possa, nel tempo, risultare più esposta a pressioni esterne, soprattutto se venisse meno il legame ordinamentale con la funzione giudicante. In questa prospettiva, l’assetto attuale è visto come una garanzia aggiuntiva per l’indipendenza di chi esercita l’azione penale.
3. Critiche al sorteggio
Il sorteggio è forse l’elemento più contestato. Secondo i sostenitori del NO, ridurre la componente elettiva significa limitare la rappresentanza democratica interna della magistratura. Il rischio non sarebbe solo quello di selezionare componenti meno preparati, ma anche di introdurre un sistema in cui la responsabilità delle decisioni risulta più difficile da attribuire. Per i critici, il correntismo andrebbe contrastato con correttivi mirati, non con un cambiamento così radicale.
4. Troppe deleghe alle leggi ordinarie
Un’ulteriore preoccupazione riguarda i numerosi rinvii a future leggi ordinarie. Secondo il fronte del NO, questo aspetto rende la riforma incompleta e potenzialmente rischiosa, perché lascia al legislatore ordinario ampi margini di intervento su nodi delicati, come la composizione degli organi e le procedure disciplinari. Il timore è che, nel tempo, possano essere introdotte modifiche lesive dell’equilibrio costituzionale.
In sintesi, il NO esprime la preferenza per il modello attuale, ritenuto ancora capace di garantire autonomia e indipendenza, pur riconoscendo la necessità di miglioramenti.
In pratica, se vince il SÌ, la riforma entrerà in vigore, ma serviranno tempo e leggi specifiche per far funzionare le nuove strutture, come i due Consigli separati e l’Alta Corte disciplinare. Se invece prevarrà il NO, tutto resterà com’è: il Parlamento potrà solo fare piccoli aggiustamenti, ma non potrà modificare l’assetto costituzionale della magistratura.
Questo referendum non riguarda partiti o governi, né è una risposta ai problemi quotidiani dei tribunali. È una scelta sul modello di autogoverno della magistratura e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Capire le ragioni del SÌ e del NO è il primo passo per un voto consapevole. Perché, questa volta, a decidere non saranno i numeri del quorum, ma solo la volontà espressa nelle urne.




























