La Berlinale scalda i motori ed è quasi pronta per iniziare. Il 76ª Festival Internazionale del Cinema di Berlino si svolgerà dal 12 al 22 febbraio, ospitata nel suo tradizionale quartier generale a Potsdamer Platz, nel cuore freddo e poco amato della capitale tedesca, oltre che in tante altre sale cinematografiche sparse per la città
La nuova edizione si presenta come ambiziosa, con grandi registi, star internazionali e la consueta forte esposizione a favore del cinema indipendente. Nel corso della conferenza stampa di presentazione del programma, la direttrice del festival Tricia Tuttle, affiancata dai co-direttori della programmazione Jacqueline Lyanga e Michael Stütz, ha individuato alcune linee guida che stanno alla base della concezione del festival: la centralità dell’esperienza in sala, la scoperta di nuovi talenti e la difesa di una cultura cinematografica plurale in un momento storico complesso. «Sembra davvero che siamo in una battaglia per questa forma d’arte che amiamo così profondamente», ha dichiarato la giornalista americana che dall’anno scorso dirige il festival berlinese. «È una battaglia per tenere aperti i cinema indipendenti, per permettere a distributori ed esercenti che li sostengono di prosperare e continuare a correre dei rischi. È una battaglia per garantire che la cultura cinematografica possa mantenere la sua ampiezza».
Belle parole e belli anche i numeri dell’imminente Berlinale: 340mila ingressi di pubblico, oltre 115 mila presenze dell’industria e quasi 20 mila tra stampa e operatori accreditati, per un totale di 455 mila spettatori in dieci giorni. «La Berlinale mette in contatto i cineasti con il pubblico, ma con il pubblico vero, non solo professionale», ha sottolineato la direttrice aggiungendo che «oggi abbiamo bisogno di più esperienze collettive, non di meno». Tra i film più attesi citiamo Queen at Sea di Lance Hammer, con Juliette Binoche protagonista di un intenso dramma sulla memoria e sulla cura, affiancato dal ritorno di Kornél Mundruczó con At the Sea, interpretato da Amy Adams. Come film d’apertura è stato scelto No Good Men della regista afghana Shahrbanoo Sadat, al suo terzo lungometraggio dopo due film presentati a Cannes. Quest’anno il 40% dei film selezionati è diretto o co-diretto da donne: un record che fa della Berlinale il festival al mondo più attento alla parità di genere. Inoltre il 4% è firmato da autori che si identificano come non binari, dati che confermano l’attenzione del festival ai temi della diversità all’interno della programmazione.
Tutto bene e tutto bello, dunque? Niente affatto. Le fanfare trionfali non suonano per chi guarda al Festival berlinese con lo sguardo del cinefilo italiano, dell’italiano che ama la sua cultura e la sua arte e che si pone una domanda inesorabile: perché quest’anno l’Italia è del tutto assente? Come spiegare questa penalizzazione? Non un solo film di registi italiani nella sezione “Concorso”, ma neppure in quelle storiche denominate “Panorama” e “Forum”. Possibile che la commissione selezionatrice non abbiano individuato un solo titolo made in Italy degno di essere presentato quest’anno? Il nostro non è bieco nazionalismo o nostalgico patriottismo, per carità. Amiamo il cinema francese, tedesco, americano e iraniano, non abbiamo preclusioni sulla nazionalità di provenienza per nessuno. Ma ci pare che la scuola cinematografica italiana abbia una certa importanza internazionale, sia ricca e variegata, oltre che apprezzata in tutto il mondo. E che continui a sfornare se non i capolavori di Fellini e Visconti, certamente pregevoli opere. Pensiamo al successo strepitoso del recentissimo La grazia di Sorrentino, al sorprendete Le città di pianura del Francesco Sossai, allo spassoso FolleMente di Paolo Genovese, o anche allo strampalato Buen camino di Checco Zalome, maestro di risate e di incassi. Ho citato quattro dei film più importanti usciti nel 2025, segno di una vitalità e continuità meritevoli di apprezzamento.
E invece niente: non una commedia, non un film impegnato, nulla di nulla. Neppure la presenza di qualche attore italiano celebre. A memoria del cronista, che da ormai 25 anni segue fedelmente le proiezioni della Berlinale per il Corriere d’Italia, mai si era vista un’assenza dell’Italia così assoluta.
Se poi vogliamo andare a cercare nelle pieghe recondite del vasto programma del festival, beh qualcosina di presenza italiana si può anche trovare. Ma davvero poco, troppo poco per dichiararsi soddisfatti. L’Italia si accontenta di essere presente in tre coproduzioni internazionali. Il film Rosebush Pruning di Karim Aïnouz, che sarà presentato nella sezione “Concorso”, è una coproduzione tra Italia, Germania, Spagna e Regno Unito: uno dei titoli più ricchi dal punto di vista produttivo e interpretativo, con un cast niente male che riunisce Elle Fanning, Riley Keough, Callum Turner, Jamie Bell e Pamela Anderson. Racconta di una famiglia afflitta da malattie ereditarie, isolata in una tenuta rurale: Alessandro, giovane epilettico e paranoico, sviluppa un’ossessione che sfocia in efferati omicidi, in seguito a una serie di tragici eventi. Sempre in “Concorso” è presente Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles, realizzato in coproduzione tra Canada, Italia, Bulgaria e Belgio. Protagonista del film è Mihail, un esperto d’arte che torna in Bulgaria per valutare se una bambina prodigio sia una vera artista o una truffatrice, in un viaggio che si trasforma in una dolorosa indagine sul suo passato e sul senso di “ritorno a casa”. Infine, nella sezione Perspectives compare la pellicola The Red Hangar (Hangar rojo) di Juan Pablo Sallato, coproduzione tra Cile, Argentina e Italia, ambientata durante il golpe cileno del 1973: vi si racconta del capitano dell’Aeronautica Jorge Silva il quale vede la propria accademia trasformarsi in un centro di detenzione e tortura, costringendolo a un lacerante conflitto interiore tra l’obbedienza al regime e la ribellione alla sua crescente brutalità. Per l’Italia davvero pochino, praticamente niente. Un vero peccato.

























