La recente produzione del Don Giovanni di Mozart al New National Theatre di Tokyo si è rivelata un’esperienza immersiva totale, capace di rapire lo spettatore dal primo accordo dell’ouverture fino al drammatico epilogo.
Visivamente, lo spettacolo si distingue per una cura del dettaglio straordinaria. I costumi, rigorosamente fedeli all’epoca della composizione (fine XVIII secolo), restituiscono ai personaggi una concretezza storica che spesso si perde nelle riletture moderne. La scenografia, complessa e maestosa, si sviluppa su diversi livelli, creando spazi dinamici che riflettono magistralmente le gerarchie sociali e l’oppressione psicologica dei protagonisti. Questa profondità verticale permette transizioni fluide e azioni simultanee, proiettando il pubblico al centro del dramma.
Sotto una direzione musicale impeccabile, l’orchestra ha esplorato l’intera gamma drammatica della partitura mozartiana, mantenendo un equilibrio perfetto tra i momenti demoniaci e la leggerezza del dramma giocoso. Un elemento distintivo è stato il pubblico di Tokyo: un silenzio e una concentrazione quasi sacrali che hanno amplificato l’intensità della performance, creando un legame profondo tra palco e platea.
Al centro di questa architettura sonora e visiva svetta la figura di Vito Priante. Il baritono campano, già vincitore del prestigioso Premio Abbiati e ospite regolare dei templi della lirica — dalla Scala di Milano alla Bayerische Staatsoper, dal Metropolitan di New York al Festival di Salisburgo — si conferma oggi uno degli interpreti mozartiani più autorevoli al mondo. Proprio la sua profonda familiarità con la trilogia Mozart/Da Ponte gli permette di vestire i panni del libertino con una consapevolezza che va oltre il semplice canto.
L’8 marzo, dopo il successo della recita al New National Theatre, Priante ci ha guidato dietro le quinte di questa esperienza asiatica, riflettendo su cosa significhi oggi portare l’opera italiana nel mondo e sulla necessità di preservare l’essenza del teatro lirico dalle derive eccessivamente concettuali o politiche.
Come affronta una produzione iconica come il Don Giovanni in un contesto culturale diverso come quello giapponese? Cambia qualcosa nel suo approccio?
Assolutamente no. Che io sia in Europa o in Asia, la mia preparazione non cambia. Certamente il pubblico giapponese recepisce l’opera in modo diverso rispetto a chi mastica la lingua italiana quotidianamente, ma la musica di Mozart ha una forza che supera i confini.
A proposito di confini, la musica è davvero un linguaggio universale o la lingua resta un ostacolo?
Credo che la lingua sia una sfida enorme. Spesso si dice che la musica sia internazionale, ed è vero a un livello superficiale. Ma l’opera, specialmente la trilogia di Mozart e Da Ponte, vive di sfumature, doppi sensi e sottigliezze poetiche che si perdono inevitabilmente nella traduzione. Se non capisci l’italiano o non studi a fondo il testo, non potrai mai cogliere l’ampiezza reale di queste opere.
Cosa significa per lei essere un „artista completo“ oggi?
Significa sentirsi investiti della missione di andare oltre la superficie. In un mondo che si accontenta del bianco e nero, io voglio mostrare le sfumature. I personaggi non sono mai solo „buoni“ o „cattivi“. Essere un artista significa far riflettere il pubblico su questa complessità.
Guardando al futuro, quali cambiamenti auspica per il mondo della lirica?
Mi auguro un ritorno alla bellezza per gli occhi e per le orecchie: scenografie curate, costumi, una dimensione di spettacolo totale. E soprattutto, spero in meno impegno politico diretto sul palco. Il teatro non deve fare politica, deve dare allo spettatore i mezzi critici per formarsi un’opinione propria una volta uscito. Usare il palcoscenico per manifestazioni politiche estemporanee svilisce l’opera e confonde il pubblico.

























