Nella foto: Hugo von Hofmannsthal. Foto ©Wikipedia

Hugo von Hofmannsthal (Vienna, 1874 – 1929), un aristocratico nostalgico della Vienna di fine secolo. Un cuore classico con varianti

La recentissima pubblicazione di Marina Valensise, Un cuore greco, il ritorno ai classici del Novecento (edito da Neri Pozza, Vicenza, 2025), ci consente ancora una volta di delimitare due concetti troppo spesso sovrapposti nel qualificare una poetica di tanti letterati contemporanei. Identificazione spesso attribuita sull’onda di un comune sentimento intimista rivolto a molti lettori spesso spaesati nel materialismo sempre più diffuso.

In altra sede (vd. il nostro Ironia e nostalgia nella Germania moderna, dalla caduta del mito alla melanconia dell’Io, ed. Morrone, Siracusa, 2022) avevamo individuato la compresenza di nostalgia e melanconia nell’opera di tre grandi della letteratura tedesca: Dei, eroi e Wieland, di Goethe, 1773; Edipo romantico, di Platen, nel 1829; e poi nel racconto Sulla strada che portava al cimitero, di Thomas Mann, 1901.

Ebbene, a guardare il poema lirico di Rainer Maria Rilke, La ballata sull’amore e sulla morte dell’alfiere Cristoforo Rilke (1906), un libretto che si vendette a migliaia di copie al primo apparire, il fenomeno filointimista asociale appare fortemente presente. Scritto in una notte di disperazione del poeta praghese nel 1899, la concisione del tema e la sua limpidezza — un giovane ufficiale, prima della battaglia di Jena del 1806, dopo aver incontrato l’amore, muore in prima linea, dopo aver avuto due esperienze uniche che costituiscono espressione dello stato d’animo di ogni essere umano: l’amore come un desiderio non spento, anzi una speranza di ripresa; la morte come una realtà fredda di tristezza ineluttabile e un destino ineludibile — mostrano un parallelismo magari esterno, ma nel profondo ben diverso.

Personalizzando, Rilke non uscirà mai, dopo quel poema lirico, dal circolo vizioso solipsista che lo consumerà fino alla giovane morte per leucemia, forse mai curata. Hofmannsthal invece riuscirà a recuperare la melanconia in virtù di un doppio passaggio: pur guardando indietro ai tempi d’oro dell’Austria felix di Maria Teresa — per esempio la commedia musicale dell’amico Richard Strauss, Il cavaliere della rosa, di cui scrisse il libretto nel 1909 e poi andata in scena nel 1911 — idealizza quell’epoca che, negli anni neri di inizio secolo, ormai stava sfuggendo di mano all’intellighenzia viennese e non cesserà di convertire il dolore per la perdita del tempo che fu in una rilettura positiva del tempo attuale e di un futuro che va accettato pur con qualche senso di rassegnazione.

Un sentimento più coinvolgente, privo di rimpianto ma gravido di azioni, per risvegliare nella società più disperata e materialista una rilettura della memoria e dell’identità da recuperare. La nostalgia dunque ci dà speranza di rivedere e forse di riacchiappare quel treno che si è perduto; la malinconia invece preclude definitivamente l’esistenza e attizza uno stato di depressione senza ritorno.

Conscio di tale considerazione e deciso a interrompere questa simbiosi dello spirito a vantaggio della speranza di riprendere un percorso meno buio e singolare, Hofmannsthal — dopo il peculiare scritto ancora malinconico esposto nella sua Lettera di Lord Chandos (1902), dove insisteva sullo scetticismo sul linguaggio parlato in Germania nell’età del positivismo novecentesco sul modello di Goethe — va a Roma e a Venezia per superare l’inevitabile rassegnazione depressiva in cui era già caduto Rilke, ormai precipitato in un delirio panestetico fuori dal mondo, come nel caso delle Lettere a un giovane artista, dove il praghese segnalava che la stragrande maggioranza degli eventi sono inesprimibili, vissuti in un tempo mai attraversato dal linguaggio… mentre le espressioni artistiche rappresentano misteriose realtà di vita, diversamente presenti nella nostra vita quotidiana (1903).

Hugo, tornato a Vienna, non solo rivede il poeta George, allora impegnato in una revisione critica dell’opera di Nietzsche, ma finalmente fa un passo avanti: superare il limite implicito della chiusura mentale che l’afflato malinconico e straziante portava con sé, ma che nel contempo occorreva respingere perché senza alcuna via d’uscita nel reale decadente che osservava ormai sull’orlo del precipizio.

Vari incontri, ormai quasi trentenne, lo rianimano a rivivere nel mondo, con uno sguardo al passato e una singolare visione del futuro. È ora lo spirito classico che lo ha rinvigorito, al pari di Goethe e Schiller nella Weimar scossa dalla Rivoluzione francese. Evita però di cadere nel buio dell’estetismo puro e semplice.

Perfino Thomas Mann vi era precipitato nei primi romanzi e racconti, come nel personaggio dell’artista-non artista Christian dei Buddenbrook, amante del teatro, inetto nell’iniziare una carriera di imprenditore, magari istrione, debole e attento ai tanti sé stessi, un uomo tormentato, assente nelle angustie degli altri a lui estranei.

Progetto artistico che l’ultimo Hofmannsthal, seguace critico della corrente della Rivoluzione Conservatrice fondata dal poeta George in quegli anni, dove la domanda politica a favore della nazione tedesca era stata disattesa dal superficiale Trattato di pace di Versailles del 1919, porterà avanti con convinzione.

Invero, nel 1926, dando spazio alla sua vena di conferenziere e saggista, predisponendo un elogio positivo ai principi epici analoghi dell’età classica del giovane Brecht, all’epoca autore di un dramma, Baal, intriso di richiami a Eschilo e Seneca, Hofmannsthal discuterà nel 1927 una relazione tenuta a Monaco, La letteratura come spazio spirituale, dove rigetta con chiarezza la spiritualità intesa come spazio ideale, aprendosi definitivamente al mondo nella ricerca del valore interiore come elemento di integrazione con l’altro: un passo rivoluzionario dell’Io che poteva riportare l’arte verso il dominio del presente materialista.

Di più: ci sarà, nello stesso anno, la discesa di Hugo in Sicilia. Qui, nella cavea del Teatro Greco, ascoltando i versi di Romagnoli all’ombra delle pietre dove Eschilo aveva raccontato la sua Elettra, in un febbraio di luci che gli risvegliò il suo profondo rispetto per Novalis, il poeta naturalista più profondo del Romanticismo.

Hugo, nelle massime raccolte nel suo Libro degli amici, tentò di ritessere un filo logico dell’esistere nelle bozze dell‘Andreas, pensa a un romanzo dell’anima, che solo nel 1946, grazie alla pazienza del suo traduttore italiano più vicino, Leone Traverso, riuscì a vedere le stampe.

Tali bozze rimasero tali perché il suicidio del figlio Franz lo avvilì tanto che, il giorno stesso del funerale, Hugo non resse allo sconforto e venne colpito da un ictus che lo portò alla morte il 15 luglio del 1929.

È singolare la coincidenza di un analogo episodio che capitò al ministro degli Esteri Stresemann, stressato da una vita agitata di realpolitik, diretta a sanare non poche mende della sua Repubblica tedesca, oggetto di critiche da parte politica cui il nostro intellettuale si era spesso ispirato.

Certo è che nell’ultima fatica incompiuta, il misterioso giovane Andreas, nel suo viaggio di formazione spirituale da Vienna a Venezia, fra luoghi oscuri e nebbiosi, vive esperienze d’amore e di tradimento, o di dubbia conoscenza di strani amici, compiendo un singolare viaggio dell’anima che lo risveglia al mondo reale e che non gli reca più alcuna malinconia della società asburgica.

A Venezia incontra persone umane comuni, come il cavaliere di Malta, la prostituta Mariquita e la dama Maria, una serie di destini che si intrecciano come avviene in ogni storia terrena. La conferma finale che, in quel minimo frammento di azione che forse sarebbe andato in scena, era racchiusa la poetica di questo straordinario autore.

Essa va ristudiata a fondo proprio per aver superato coscientemente il bivio Io/Mondo, senza avere nel contempo rinunciato alle naturali istanze interiori, come era avvenuto per altri artisti coevi.

Inoltre, Hugo percepisce la via del riaprire al Classico, con un linguaggio nuovo, dove la crisi dello scrittore moderno è generata dalla perdita della morale interiore e dall’ambiguità delle parole. Perfino lo scarto fra parole e mondo è cosa che lo preoccupa.

Ebbene, il pericolo che segnalò nella Lettera di Lord Chandos — il silenzio e il ritiro dalla realtà dell’artista — trova però soluzione nella rilettura del Mito tramandato dagli antichi, aperto alla conoscenza moderna allo stesso modo di come avevano fatto gli Umanisti.

La rinascita cioè del dramma classico, rileggendolo nelle loro tragedie. Ecco la variazione reale dell‘Elettra di Sofocle e l’affidamento esecutivo al regista progressista Max Reinhardt per una nuova messa in scena. Senza contare la grande attrice Gertrud Eysoldt, calata fisicamente nel mondo contemporaneo del disagio mentale.

Con tali compagni di viaggio confermava la sua scelta di resuscitare ciò che Nietzsche aveva profetato senza ascolto: un ritorno al rito antico, al senso di meraviglia che i classici antichi ebbero e che i moderni non possono non mantenere, offrendo al dramma borghese una via redentiva al materialismo dilagante.

Era lo stesso fine che da quel momento volerà nel Continente per mezzo degli altri autori che proprio la Valensise cita e commenta nello storico percorso di intellettuali studiati nel volume succitato: Djagilev, Picasso, Cocteau, Stravinskij, de Montherlant, Alvaro, Bespaloff, Camus, Heiner Müller, Sarah Kane e tanti altri artisti che, da Berlino a Parigi, da San Pietroburgo a New York, perfino alla Siracusa di Gargallo e di Romagnoli, erano tutti protagonisti e luoghi dove brillava la proposta nostalgica e ottimista di Hofmannsthal, molto più fiduciosa di molti malinconici del vecchio impero, come Roth e Stefan Zweig, disillusi e pessimisti in nome di quel Mondo di ieri in via di collasso.

Ecco perché dal 30 ottobre 1903, sera della prima della citata Elektra a Berlino, fino all‘Elena egiziana (1928) — passando dall‘Arianna a Nasso (1912) — Hugo inaugura un cammino nuovo, un rompighiaccio interiore che vede un ritorno all’ordine classico, necessario per rompere a teatro, specie se musicale.

Dopo la Grande Guerra, la storia del teatro classico con varianti moderne continua a governare la cultura mondiale, figlia di un messaggio sempre valido anche per chi soffre non poco delle difficoltà attuali.