Particolare della locandina dell'evento
Nella foto: Lisa Mazzi. ©privat

Traduzione dall’originale DIE FRAUENMIGRATION AUS DEM NORDOSTEN ITALIENS NACH MÜNCHEN UND IHRE ARBEIT IN DEN DORTIGEN ZIEGELEIEN di Lisa Mazzi, relazione che Lisa Mazzi, scrittrice interculturale, ed em. docente di Scienza delle traduzioni nel Saarland, ha tenuto lo scorso 16 novembre a Monaco presso il nuovo centro culturale Neue Ziegelei. L’evento era stato organizzato da rinascita e.V. in collaborazione con Neue Ziegelei – Zentrum für Soziales und Kultur e dal Freundeskreis Alte Ziegelei Oberföhring.
La traduzione in italiano è stata curata da Anna Tikhomirov e Paola Colombo.

Per molto tempo la migrazione delle donne non è stata sufficientemente presa in considerazione. Questa invisibilità è dovuta al fatto che, per la maggior parte degli studiosi uomini, la figura principale è sempre stata l’uomo (decision maker e breadwinner, colui che prende le decisioni e porta a casa il pane). Se però si osserva più da vicino, il mondo della migrazione non rispecchia sempre la ripartizione dei ruoli della società patriarcale. La marginalizzazione economica e sociale delle donne migranti è chiaramente collegata al loro ruolo subordinato nella famiglia e, fuori di casa, al diverso trattamento e alla diversa retribuzione.

Il Friuli-Venezia Giulia è una regione del Nord-Est d’Italia che confina con l’Austria, la Slovenia e il mare Adriatico. La sua parte più settentrionale si chiama Carnia. Il nome Carnia deriva dall’antico popolo celtico dei Carni, che stabilì in quella zona intorno al 400 a.C. e che in seguito fu sconfitto da Roma. Mentre oggi la regione, con i suoi famosi vini, le sue splendide montagne e l’Adriatico, è un’attrazione turistica, alla fine del XIX secolo era una zona molto povera. Proprio questa povertà, già presente nei secoli precedenti, spinse la popolazione a mettersi in cammino verso Nord a piedi, lungo sentieri impervi di montagna.
La prova di questa mobilità della popolazione friulana si trova in scritti molto antichi, uno addirittura in latino, il De antiquitatibus Carneae di Fabius Quintilius Ermacora, della città carnica di Tolmezzo. Tra il 1500 e il 1600 egli descrisse le condizioni di vita della regione delle Alpi Carniche dall’inizio fino alla fine della loro indipendenza nel 1420, quando furono sconfitte da Venezia. L’autore morì nel 1610 e il suo libro non fu pubblicato subito; uscì solo molto più tardi sia in latino sia in una traduzione italiana. Ermacora scrive che gli abitanti delle Alpi Carniche e Giulie (il termine “giulio” risale all’epoca romana: la città oggi chiamata Cividale si chiamava Forum Julii in onore di Giulio Cesare) da sempre lasciavano per un periodo limitato la loro terra con donne e bambini per andare a vendere le loro merci al di là delle Alpi. Erano conosciuti come Kramars, termine che indicava il cesto che portavano sulle spalle, nel quale trasportavano varie merci, tra cui spezie e rimedi naturali. Inizialmente il commercio dei Kramars consisteva soprattutto nella vendita di tessuti, molti di loro erano tessitori; più tardi, con l’industrializzazione, gli abitanti della regione si spostarono ancora più a nord per offrirsi come servi o braccianti giornalieri.

Dopo l’Unità d’Italia nel 1860 e la confisca di beni da parte dello Stato e dei comuni, ai contadini furono sottratte risorse importanti, come il diritto di falciare l’erba e raccogliere legna su terreni e boschi comuni. Inoltre, il nuovo Regno impose nuove tasse. A ciò si aggiunsero i prezzi imbattibili delle importazioni di grano dalla Russia e dall’America. La nascita del Regno d’Italia, con l’introduzione dei passaporti, portò anche alla registrazione dei movimenti dei migranti italiani attraverso l’indicazione del luogo di origine e alla loro inclusione nelle statistiche.

Si può supporre che in Europa la Germania fosse la meta preferita sia per gli uomini che per le donne. In particolare le donne del Nord-Est, per ragioni storiche e geografiche, si recavano già da tempo nell’Impero asburgico, inizialmente accompagnate da mariti e figli. Verso la fine del XIX secolo alcune donne attraversavano da sole le Alpi per andare nei mercati della Baviera come venditrici ambulanti. Di questa tradizione troviamo una descrizione del 1910 della studiosa Gisela Meichels-Lindner, moglie del sociologo italiano Roberto Lindner: “Dalle valli montane del Friuli provengono le povere venditrici di utensili di legno che vediamo in tutti i mercati. Le si incontra ovunque, a gruppi di due o tre, con i figli sul carretto o nel cesto, mentre, come animali da soma, ansimano sotto il peso delle loro misere merci”. Esse seguivano una tradizione trasmessa oralmente da generazioni. Già l’inchiesta Jacini, dal 1881 al 1886, aveva mostrato che donne e bambini erano i primi a doversi guadagnare da vivere fuori casa. L’emigrazione di fine Ottocento dal Friuli-Venezia Giulia aveva dunque una lunga tradizione.

Con l’aggravarsi della crisi agricola a metà degli anni Ottanta dell’Ottocento aumentò anche l’emigrazione all’estero. Secondo sociologi e storici sociali, essa fu una risposta a un mercato del lavoro segmentato in base al genere. La domanda di manodopera femminile non era quindi solo dovuta all’apprezzamento di abilità specifiche, ma il risultato di leggi del mercato. Lo sfruttamento di chi si trovava al gradino più basso della scala sociale, donne e ragazze, produceva profitto.

La novità di fine Ottocento fu l’industrializzazione, sviluppatasi in quel periodo soprattutto nel sud della Germania. Anche in Italia cambiarono le condizioni della mobilità. Il nuovo Stato italiano, fondato nel 1860, aveva un’ambasciata a Berlino e consolati in altre città tedesche; la Baviera godeva di uno status speciale. Dal 1876 ogni emigrante doveva pagare al comune di nascita una tassa per il visto; solo a partire dal 31 gennaio 1903 i passaporti e i visti divennero gratuiti. Con il possesso del passaporto tutti i migranti vennero registrati e le statistiche divennero sempre più affidabili. Dalle statistiche della sociologa Ina Britschgi-Schimmer risulta un forte aumento della presenza femminile tra il 1900 e il 1910. La contessa Maria Lisa Danieli Camozzi (inizio ‘900) visitò la Germania per studiare le condizioni delle italiane e visitò anche le fornaci bavaresi, dove lavoravano 4.000 donne provenienti dal Friuli e dalla provincia di Belluno. Rimase sconvolta dallo sfruttamento dei bambini, perché molti di loro erano analfabeti e secondo lei lo sarebbero rimasti per tutta la vita, perché non avevano tempo o forza per imparare e studiare. La contessa Danieli-Camozzi incontrò a Monaco il rappresentante del governo italiano, che le assicurò il suo sostegno. Inoltre le comunicò che a Monaco era stato fondato un comitato di donne caritatevoli, che si proponeva di occuparsi della situazione delle operaie delle fornaci e dei bambini.

All’inizio del Novecento si parlava già di una forte presenza femminile e del loro sfruttamento. Alla marginalizzazione socioeconomica si aggiungeva in Italia la stigmatizzazione morale. Le migranti venivano diffamate dalla stampa come fattore di destabilizzazione del comportamento femminile. A conferma di ciò si faceva riferimento ai procedimenti penali in corso contro donne accusate di comportamento indecoroso, attribuito alla promiscuità delle migranti, alla quale erano esposte giorno e notte. Era altrettanto diffusa l’opinione che la migrazione favorisse tendenze adulterine e fosse causa di gravidanze indesiderate e dei conseguenti infanticidi. Di tutto ciò riferì lo storico e politologo Pasquale Villari sul Giornale di Udine del 9 febbraio 1907. Sia Villari che il giornalista Giovanni Cosattini, anch’egli di Udine, riferirono che la maggior parte delle operaie nelle fornaci di Monaco aveva un’età compresa tra i 17 e i 30 anni e che esse lavoravano più degli uomini, poiché durante le pause erano al servizio degli operai più anziani. Probabilmente con ciò si alludeva anche a prestazioni di natura sessuale.

Ancora peggiore era la condizione delle bambine e dei ragazzi più piccoli e adolescenti, reclutati da loschi mediatori. Venivano ingaggiati in patria e seguivano gli uomini che li collocavano nelle fabbriche. Il lavoro sottopagato delle donne e dei minorenni italiani era il risultato della massiccia di forza lavoro di tale manodopera sul mercato del lavoro. In questo modo i datori di lavoro tedeschi potevano ampliare la produzione delle loro aziende con costi aggiuntivi minimi. Dal lato italiano, solo i mediatori, spesso personaggi ambigui, traevano profitto da questa situazione. Per il lavoro nelle fornaci i mediatori arrivavano dalle montagne del Friuli con un gruppo di donne e bambini e portavano con sé perfino le provviste per i dieci mesi di lavoro successivi: polenta e formaggio di qualità scadente, talvolta addirittura già avariati. Ciò fu sottolineato anche dallo storico tedesco Wennemann, il quale scrisse che il tipo di nutrimento più frequente tra gli emigranti consisteva in farina di mais di qualità così cattiva che persino il bestiame non voleva mangiarla (p. 40). Anche l’alimentazione dei lavoratori stagionali era stagionale perché nelle fornaci d’inverno non si lavorava.
Il salario di un bambino ammontava a un terzo di quello di un uomo; le donne ricevevano la metà, talvolta anche meno.

A causa del lavoro duro e della cattiva alimentazione molte operaie e anche molti bambini subivano danni fisici e talvolta anche psicologici. Dalle descrizioni di testimoni dell’epoca, come per esempio la già citata sociologa Ina Britschgi-Schimmer, apprendiamo quanto il lavoro dei minorenni nelle fornaci fosse estremamente faticoso. Inizialmente dovevano preparare l’argilla, poi trasportare i mattoni. Il lavoro iniziava alle tre di notte e proseguiva fino alle 21, talvolta persino fino alle 22. Le donne e le ragazze svolgevano i lavori peggiori e li accettavano perché, per quanto riguardava la fatica, quel lavoro non era molto peggiore di quello che svolgevano nel loro Paese.

Infatti in Friuli le donne venivano sfruttate come muli. Spesso venivano definite animali da soma. Trasportavano ceste con enormi quantità di fieno o materiale da costruzione lungo sentieri di montagna. E così il trasporto di mattoni nelle fornaci in Baviera era qualcosa che, purtroppo, conoscevano già molto bene. Diventa quindi comprensibile che proprio per le donne friulane questo modello, interiorizzato da secoli, le portasse, non a caso sia in patria sia nella migrazione, ad accettare tali umiliazioni e sforzi praticamente insostenibili. Non dobbiamo inoltre dimenticare che anche le donne incinte dovevano lavorare e che molti bambini erano più giovani dell’età indicata nei passaporti. Spesso i passaporti venivano falsificati sia dai mediatori, talvolta persino dai genitori, che erano così poveri da preferire affidare i propri figli a un destino ignoto piuttosto che vederli morire di fame a casa. Si ritiene che l’età dei bambini fosse spesso compresa tra i 9 e i 12 anni.

Anche il rapporto di Giuseppina Scanni, inviata dell’associazione benefica “Protezione della giovane”, descrive la miseria delle operaie delle fornaci. Proprio le più giovani talvolta non avevano un posto dove dormire e dovevano riposare in un angolo della fornace, su un giaciglio di paglia, e non bisogna dimenticare che tre volte al giorno mangiavano soltanto polenta e formaggio.

Nel1890 esisteva nel quartiere Haidhausen di Monaco una grande fornace nella quale lavoravano molti stagionali provenienti dall’Italia, in parte anche intere famiglie. Per questo motivo l’autorità scolastica bavarese fece istituire nella scuola di Woerthstraße classi speciali bilingui per i bambini italiani. Materie come storia e geografia venivano insegnate in italiano per mantenere il legame con la patria. Le altre materie di base venivano insegnate in tedesco al fine di favorire l’integrazione dei bambini. Era un tentativo molto progressista di integrazione. Anche il Regno d’Italia riconobbe la scuola e la Società Dante Alighieri, già esistente a Monaco, finanziò l’acquisto dei libri scolastici. Purtroppo, l’offerta poté essere sfruttata solo da pochissimi bambini, perché per la maggior parte dei bambini che lavoravano nelle fornaci non era possibile frequentare la scuola. Così il numero degli alunni rimase inferiore alle aspettative e le classi furono chiuse nel 1904. I bambini che lavoravano ed erano la maggioranz, non avevano né il tempo né le forze per studiare!

Uno studio del 2001 del Centro Studi Emigrazione dedicato alla migrazione femminile verso la Germania descrive l’aspetto sociale con queste tristi osservazioni che abbiamo appena illustrato, ma menziona anche un altro aspetto. Da un lato viene messa in evidenza l’importanza della tradizione. Poiché il Nord-Est in passato apparteneva anch’esso all’Impero asburgico, le persone non erano così restie a orientarsi verso la “vecchia patria”, anche grazie alle narrazioni orali tramandate di generazione in generazione. Dall’altro lato, l’emigrazione stagionale offriva soprattutto alle donne adulte la possibilità di guadagnare denaro e tornare a casa dopo dieci mesi, senza dover abbandonare definitivamente il proprio centro di vita, come invece avveniva nella migrazione transatlantica verso il Nord o il Sud America. L’immigrazione friulana in Baviera, nonostante le difficili condizioni e lo sfruttamento della manodopera, si sviluppò come un fenomeno economico di enorme e duratura importanza che si ripeteva con assoluta precisione anno dopo anno. La miseria e l’insoddisfazione per le condizioni di vita nel luogo d’origine giocarono naturalmente un ruolo fondamentale. Le donne vedevano, anche nel lavoro durissimo nelle fornaci, oggi inaccettabile, non solo un mezzo di sostentamento, ma l’unica possibilità di risparmiare un po’ di denaro e migliorare così la propria condizione economica.

Intorno al 1900 apprendiamo dal rapporto del ministro/console incaricato a Monaco, il conte De Foresta, che la migrazione verso la Baviera aveva prevalentemente carattere stagionale; egli menziona in particolare la forza lavoro delle fornaci: le donne arrivavano a Monaco in primavera e rientravano solo nel tardo autunno, con l’eccezione dei venditori di castagne, uomini e donne, anch’essi provenienti dal Nord-Est del Friuli, che trascorrevano tutto l’inverno a Monaco. La città e la provincia italiane che fornivano il più alto numero di migranti era Udine, seguita da Treviso e Belluno, appartenenti all’“Alto Veneto”.

Il rapporto del ministro è soprattutto un’analisi socioeconomica dei migranti presenti in Baviera. Il suo vice, il viceconsole italiano Pezzani, riferì in modo più dettagliato sulle diverse professioni degli italiani e affermò quanto segue: “La condizione delle lavoratrici nelle fornaci è molto deplorevole. Si tratta di un’attività estremamente pesante e faticosa, dalle 16 alle 20 ore al giorno, con brevi pause per i pasti, che non sono né sani né sufficienti. Ricevono un pezzo di formaggio che spesso non è fresco anzi piuttosto rancido, e un piatto di polenta non abbondante, poiché la farina è razionata con grande parsimonia. Per questo motivo le persone si ammalano continuamente. Ciò è particolarmente dannoso per i bambini e i giovani adulti, che a quell’età avrebbero bisogno di un’alimentazione sana e sufficiente. La maggior parte dorme in baracche di legno su paglia, che spesso viene utilizzata per tutta la stagione. A causa della pioggia si formano così alloggi insalubri e malsani, infestati da insetti e parassiti di ogni genere. Ragazzi e ragazze tra i 12 e i 15 anni faticano per più di 12 ore al giorno”.

Il rapporto del viceconsole Pezzani fu pubblicato a Monaco nello Zentralblatt für Sozialpolitik dalla contessa italiana Maria Lisa Danieli Camozzi, incaricata dal neonato Segretariato per le donne e le ragazze nella migrazione di riferire sulla situazione in diverse regioni della Germania. Anche altri testimoni dell’epoca, come la tedesca Luise Zietz, descrissero in modo analogo le condizioni di vita nelle fornaci: i dormitori erano pieni di parassiti e privi di adeguate possibilità di ventilazione, quindi da considerarsi pericolosi per la salute. L. Zietz fu citata da una delle testimoni più importanti, impegnate e colte, Gisela Meichels-Lindner, nel 1910 sulla rivista Der Arbeitsmarkt. Non solo donne colte e caritatevoli hanno riferito di queste condizioni, ma, come abbiamo già citato, anche rappresentanti dello Stato, giornalisti e altri, come ad esempio lo studioso delle migrazioni Del Fabbro, che nella sua ricerca su quell’epoca scrive: “Le carenze riscontrate ovunque, elencate anche dall’ispezione delle fabbriche, erano sempre le stesse: mancanza di protezione contro gli agenti climatici, insufficienza di spazio, infestazioni di parassiti, pericoli dovuti a gas penetranti, assenza di alloggi separati per sesso e le conseguenti molestie sessuali alle donne. Tutto ciò era all’ordine del giorno. In alcune case i giacigli venivano utilizzati due volte a seconda dei turni di lavoro”. Inoltre egli sottolinea che la situazione nelle fornaci era particolarmente dura a causa della dipendenza dai capisquadra.

Del resto, il primo in assoluto a parlarne già nel 1871 fu Leone Carpi, deputato e studioso italiano, il quale descrisse questi alloggi come segue (p. 39): “Buchi umidi e nocivi per la salute, pieni di ripugnanti insetti e focolai di malattie disgustose”. Dopo tutte queste testimonianze di contemporanei, politici e studiosi, è diventato chiaro a tutti noi che il lavoro nelle fornaci non era affatto una passeggiata. Tanto più allora è importante mantenere vivo il ricordo di queste persone, donne, bambini e uomini, che per pochi soldi hanno spesso sacrificato la propria salute. Spero che attraverso il mio resoconto possiate tutti comprendere quanto sia importante oggi, qui, ricordare il lavoro e la vita di queste persone.

Naturalmente esiste ancora un altro aspetto di grande importanza nella storia della migrazione femminile che merita la nostra attenzione: si tratta dell’aspetto emancipatorio della migrazione delle donne. Già nel 1911 Francesco Coletti, economista e statistico della scuola liberale, pubblicò una propria teoria della migrazione che non si basava soltanto sui dati statistici ed economici, ma attribuiva grande valore anche agli aspetti psicosociali. Le parole di Coletti, che citerò ora, valgono naturalmente solo in misura molto limitata per i bambini e le ragazze adolescenti del Nord-Est d’Italia, perché, se pensiamo a come hanno faticato e a quanto hanno sofferto per il cattivo vitto e le terribili condizioni di alloggio, il termine “resilienza” o semplicemente “sacrificio”, descrivono meglio le loro qualità principali.

Nondimeno è possibile che per alcune donne adulte, che ogni anno trascorrevano lunghi periodi nelle fornaci, nonostante le condizioni quasi insopportabili, la vita lontano da casa le abbia rese più autonome. Non bisogna naturalmente dimenticare che la volontarietà in questa scelta era pressoché assente, se non per un numero molto ristretto di casi. Ma vale la pena ascoltare le parole di Coletti, che per l’epoca, il 1911, suonano davvero molto moderne: “Non si può negare che la donna diventi sempre più indipendente… Depone gli abiti e i grembiuli domestici e avverte il bisogno di uscire di casa per dedicarsi a professioni oggi richieste dal mercato, che le permettano di ottenere un salario proprio. Quanto più la donna diventa indipendente, tanto più prende coscienza del disagio della propria condizione e tanto più forte diventa il suo desiderio di emanciparsi. L’emigrazione si presenta come un mezzo adatto, poiché equivale a un atto di indipendenza”.
Per il 1911 si trattava di pensieri estremamente progressisti. Con il passare del tempo, anche le condizioni nelle fornaci migliorarono. Oggi, fortunatamente, riguardo alla migrazione, la situazione è diversa e si usa il termine mobilità. Ma l’esempio delle donne del Nord-Est, come espressione di una volontà straordinariamente forte nonostante una situazione quasi senza speranza, ha certamente segnato le generazioni successive. E quando oggi qui ricordiamo i loro sacrifici, proviamo per loro e per il loro lavoro grande rispetto e profonda gratitudine.