Il cantautore toscano porta il suo immaginario visionario in Germania, Svizzera e Lussemburgo
Cantautore, musicista e autore tra i più riconoscibili della nuova scena italiana, Lucio Corsi (classe 1993) ha costruito negli anni un percorso unico, sospeso tra canzone d’autore, glam rock e narrazione fantastica. Originario della Maremma, Corsi ha fatto dell’immaginario – fatto di simboli, personaggi e paesaggi interiori – uno dei tratti distintivi della sua scrittura, unito a una profonda attenzione per la lingua italiana e per la dimensione live.
Il suo attuale progetto dal vivo, “La chitarra nella roccia”, mette al centro l’essenzialità del concerto come rito: la band, la relazione diretta con il pubblico, l’idea del palco come luogo di racconto e trasformazione. Uno spettacolo che valorizza il gesto musicale e teatrale, senza mediazioni superflue.
Nel 2026 Lucio Corsi si prepara a portare questo universo anche fuori dai confini italiani, con un tour dal 24 gennaio al 15 febbraio che toccherà tra l’altro Svizzera, Berlino il 7 febbraio, e Lussemburgo l’11 febbraio, segnando il suo primo vero giro europeo.
Lo abbiamo intervistato alla vigilia della partenza.
Stai per arrivare in Germania, in un contesto culturale dove esiste una lunga tradizione di cantautorato concettuale e teatrale. Come ti senti rispetto a questo confronto? Pensi di essere letto più come figura o come musicista?
Questo ancora non lo so, ed è proprio quello che mi incuriosisce di più. Sono curioso di guardare le persone in faccia durante il concerto, di vedere come reagiscono allo spettacolo e capire cosa arriva davvero. È una scoperta totale.
È anche il tuo primo tour europeo.
Sì, è la prima volta. Sono molto curioso e molto felice. Non so davvero cosa aspettarmi, e questo mi stimola tantissimo. Ho una gran voglia di arrivare a quel momento, partirei anche stasera. È un’esperienza nuova sotto tutti i punti di vista.
Il tuo lavoro dialoga molto con l’immaginario e il simbolo. Che tipo di relazione ti aspetti con un pubblico cresciuto in una cultura spesso considerata più razionale, come quella germanofona?
È una domanda interessante, ed è proprio qualcosa che voglio capire. In realtà sono anche in cerca di ispirazioni: nuovi sguardi, nuovi stimoli, cose che magari ti smuovono un po’ la testa e ti portano verso nuove canzoni. Questo giro in Europa lo vivo anche così, come un’occasione di scoperta.
Quindi il viaggio come parte del processo creativo?
Esatto. Mi serve per farmi venire nuove idee, nuovi spunti, nuove pressioni positive, nuovi luoghi. Ho molta voglia di rimettermi a scrivere, ma con cose nuove nella testa. E per quello viaggiare è fondamentale.
Pensi che il tuo modo di presentare i brani cambierà, suonando fuori dall’Italia? O credi che non esista una vera distanza culturale?
Le canzoni saranno le stesse che porto in giro da un po’ e saranno cantate in italiano, senza differenze. Anche la formazione resterà simile, siamo in sei, magari con un assetto un po’ più essenziale. Non ci saranno cambiamenti strutturali: le canzoni restano quelle.
In un’epoca in cui molti artisti scelgono di cantare in inglese per uscire dai confini nazionali, tu continui a scrivere in italiano. Ti senti controcorrente?
In realtà non l’ho mai pensata in questi termini. Semplicemente amo come suona la lingua italiana. Amo il momento della scrittura: l’italiano ha tantissimi modi per dire una sola cosa, e questo apre possibilità infinite, sia ritmiche che sonore. Le consonanti, le vocali, il ritmo delle frasi: per me è un gioco bellissimo.
Un gioco, quindi?
Sì, quando scrivo un testo diventa proprio un gioco, un rebus. Sono molto affezionato a quel momento lì, a quella relazione con la lingua italiana. Scrivere in inglese richiederebbe viverci dentro davvero, parlarlo ogni giorno, coglierne le sfumature più profonde. Solo così, secondo me, si può scrivere davvero in un’altra lingua. E io, per ora, sento che l’italiano è il mio posto.




























