Nella foto: Kisu. Foto di ©Elisa Cutullè

È la seconda volta che KISU partecipa al Kpop Revolution, un evento che ormai rappresenta un punto fermo nel dialogo tra artisti coreani e pubblico europeo. Ex membro dei 24K e oggi artista solista indipendente, KISU ha un legame particolare con l’Europa, in particolare con la Germania e l’Italia.

È stato più volte sia in Germania che in Italia  tra cui a Milano, dove ha trascorso alcuni giorni anche al di fuori degli impegni ufficiali. “Il cibo è fantastico, tutto è bellissimo,” racconta sorridendo. Una volta ha persino festeggiato il compleanno in Italia, cenando da solo in un ristorante cinese – un momento semplice, ma significativo. Un ricordo che dimostra il suo carattere: indipendente, autoironico, grato.

Ecco cosa ci ha raccontato

Durante gli anni da idol nei 24K hai sentito dei limiti nel modo di usare la voce. Cosa è cambiato oggi?

Quando ero un idol, la mia voce era lo strumento di un gruppo: doveva incastrarsi in un ingranaggio preciso, risultando spesso più giovane e ‚rifinita‘, ma forse meno vissuta. Non avevo ancora attraversato certe tempeste personali, e questo si rifletteva in un’interpretazione più tecnica che emotiva.

Oggi, il mio approccio è totalmente cambiato: canto con una consapevolezza nuova. La mia voce è maturata di pari passo con l’uomo che sono diventato. Quando compongo, non cerco più la perfezione estetica o il suono ‚patinato‘ a tutti i costi; cerco la sincerità. In Face&Pace questa metamorfosi è evidente: è un brano che non avrei potuto cantare dieci anni fa, perché nasce da una stratificazione di esperienze reali. Ora, se la mia voce trema o si sporca per l’emozione, la lascio fare. È quella verità che voglio regalare a chi mi ascolta.

Sei autore, compositore e anche regista dei tuoi progetti. Come gestisci questo doppio ruolo?

In realtà, non percepisco una linea di demarcazione netta tra queste attività. Non mi sento un artista che ‚cambia cappello‘ a seconda del compito, ma piuttosto un narratore che usa linguaggi diversi per raccontare la stessa storia.

Quando sono dietro la macchina da presa, la mia mente lavora sulla visione d’insieme, sull’estetica e sul ritmo visivo; quando sono davanti al microfono, mi concentro sulla vibrazione del sentimento. Tuttavia, la radice è identica. Gestire tutto in prima persona mi permette di garantire che il messaggio non venga diluito: il video che vedete è esattamente ciò che sentivo mentre scrivevo quelle note. È un processo naturale, quasi simbiotico, perché tutto – dal primo accordo all’ultimo taglio di montaggio – fluisce direttamente dal mio vissuto.

Hai suonato diverse volte in Italia e in Germania. Che rapporto hai con il pubblico europeo?

Il pubblico europeo occupa un posto speciale nel mio cuore. Ogni volta che torno, la sensazione non è quella di una ‚trasferta di lavoro‘, ma di un ritorno in famiglia.

In Italia, vengo travolto da un calore umano incredibile; c’è una passione viscerale che mi carica di energia e mi spinge a dare tutto sul palco. In Germania, invece, avverto un profondo senso di rispetto e un’attenzione quasi sacrale per la struttura della musica; è un ascolto attento che mi commuove. Queste due diverse sfumature d’affetto si completano perfettamente. Sentirmi così accolto a chilometri di distanza da casa è il regalo più grande che la musica potesse farmi.