Dalle macerie della guerra alla conquista della democrazia: il referendum del 2 giugno 1946 cambiò per sempre il destino dell’Italia
C’erano donne che non avevano mai votato in vita loro. Ex soldati appena tornati dal fronte. Operai, contadini, impiegati, giovani e anziani che portavano ancora addosso le ferite della guerra. Il 2 giugno 1946 milioni di italiani si misero in fila davanti ai seggi con la consapevolezza di essere chiamati a compiere una scelta destinata a cambiare per sempre la storia del Paese.
L’Italia usciva da uno dei periodi più drammatici della sua esistenza. La dittatura fascista era crollata, la guerra aveva lasciato città distrutte e famiglie segnate da lutti e privazioni. Eppure, proprio in quel momento difficile, gli italiani trovarono la forza di guardare avanti. Per la prima volta furono chiamati a decidere direttamente quale forma dare allo Stato: Monarchia o Repubblica.
Alle origini di quella svolta vi era una decisione presa il 25 giugno 1944, pochi giorni dopo la liberazione di Roma, quando il governo guidato da Ivanoe Bonomi stabilì che, una volta conclusa la guerra, sarebbe stata eletta un’Assemblea Costituente incaricata di scegliere il nuovo assetto istituzionale e di scrivere una Costituzione capace di rifondare il Paese.
Il progetto venne modificato il 16 marzo 1946 dal governo di Alcide De Gasperi. La scelta tra Monarchia e Repubblica sarebbe stata affidata direttamente al popolo attraverso un referendum, mentre all’Assemblea Costituente sarebbe spettato il compito di redigere la nuova Carta fondamentale. Nello stesso giorno furono indette anche le elezioni per l’Assemblea che avrebbe accompagnato la nascita della nuova Italia.
La grande prova della democrazia
La campagna elettorale fu intensa e appassionata. Dopo vent’anni di dittatura e una guerra devastante, gli italiani riscoprivano il valore del confronto politico e della partecipazione.
La risposta dei cittadini fu straordinaria. Alle urne si presentò l’89,1% degli aventi diritto: quasi 25 milioni di persone su poco più di 28 milioni. Una mobilitazione impressionante, che ancora oggi rappresenta uno dei più alti livelli di partecipazione nella storia repubblicana.
La scheda di voto proponeva una scelta immediatamente riconoscibile. Da una parte il simbolo della Repubblica, con la figura della donna turrita circondata da fronde di quercia e alloro; dall’altra lo stemma dei Savoia sormontato dalla corona reale. Anche nelle zone caratterizzate dalla presenza di più lingue, come alcuni collegi di Trento e Udine, furono predisposte schede bilingui, segno dell’attenzione alle diverse comunità presenti nel Paese.
L’attesa per il risultato fu lunga e carica di tensione. Il 18 giugno 1946 arrivò la proclamazione ufficiale: la Repubblica ottenne 12.718.641 voti, pari al 54,3% dei consensi validi, mentre la Monarchia si fermò a 10.718.502 voti, il 45,7%.
L’Italia aveva scelto.
Si chiudeva così la stagione monarchica iniziata con l’Unità nazionale e si apriva una nuova fase della storia del Paese, fondata sulla sovranità popolare.
Le donne protagoniste della nuova Italia
Se il referendum del 2 giugno rappresentò una svolta politica, fu anche una straordinaria conquista civile. Per la prima volta nella storia italiana votarono le donne.
Il diritto di voto era stato riconosciuto soltanto l’anno precedente, il 1° febbraio 1945, dal governo Bonomi. Si trattava del risultato di una lunga battaglia iniziata già nella seconda metà dell’Ottocento, quando le donne italiane avevano cominciato a rivendicare non soltanto il diritto al voto, ma una piena partecipazione alla vita pubblica e politica.
Per milioni di cittadine quel giorno ebbe un significato profondo. Non era soltanto una consultazione elettorale: era il riconoscimento della loro dignità politica e del loro ruolo nella società.
I movimenti femminili dei principali partiti ottennero inoltre un’altra importante vittoria: il diritto non solo di votare, ma anche di essere elette. Dopo l’accesso alle amministrative, il decreto del 10 marzo 1946 aprì alle donne le porte dell’Assemblea Costituente.
Nelle fotografie dell’epoca si vedono file ordinate davanti ai seggi, donne emozionate con la tessera elettorale in mano, spesso accompagnate dai figli. Un’immagine che racconta meglio di qualsiasi statistica la portata del cambiamento in corso.
Quando il 25 giugno 1946 si riunì per la prima volta l’Assemblea Costituente, tra i 556 eletti sedevano anche 21 donne. Sarebbero passate alla storia come le Madri Costituenti. Il loro contributo fu determinante nell’affermazione dei principi di uguaglianza, tutela della famiglia, dignità del lavoro e pari diritti che ancora oggi caratterizzano la Repubblica italiana.
Costruire il futuro dalle macerie
Il 25 giugno 1946, a Palazzo Montecitorio, si aprì ufficialmente la stagione costituente. Era un momento carico di aspettative e responsabilità. L’Italia doveva ricostruire non soltanto strade, ponti e fabbriche, ma anche le proprie istituzioni democratiche.
Alla presidenza dell’Assemblea venne eletto Giuseppe Saragat. Nel suo discorso di insediamento rivolse ai deputati parole che conservano ancora oggi una straordinaria attualità:
«A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà».
Pochi giorni dopo, il 28 giugno, l’Assemblea elesse Enrico De Nicola come Capo provvisorio dello Stato.
Per elaborare il progetto costituzionale venne istituita la celebre „Commissione dei 75“, presieduta da Meuccio Ruini. Al suo interno operarono tre sottocommissioni dedicate ai diritti dei cittadini, all’organizzazione dello Stato e ai rapporti economici e sociali.
Fu un lavoro complesso e paziente. Cattolici, socialisti, comunisti, liberali e rappresentanti di altre culture politiche si confrontarono spesso duramente, ma riuscirono a trovare un terreno comune. L’esperienza della dittatura e della guerra aveva insegnato a tutti il valore della democrazia e delle libertà fondamentali.
Nel frattempo l’Assemblea affrontò anche altre questioni decisive, tra cui il difficile dibattito sull’approvazione del Trattato di pace firmato a Parigi nel febbraio del 1947.
La nascita della Costituzione
Il confronto sulla nuova Costituzione iniziò ufficialmente il 4 marzo 1947. Per mesi i deputati discussero articolo dopo articolo, cercando di costruire una Carta capace di garantire libertà, rappresentanza e diritti alle generazioni future.
Il testo venne approvato il 22 dicembre 1947. Pochi giorni dopo, il 27 dicembre, fu firmato da Enrico De Nicola e pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Nel suo intervento conclusivo, il presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini ricordò l’enorme lavoro svolto: 347 sedute complessive, di cui 170 dedicate esclusivamente alla Costituzione, oltre 1.600 emendamenti esaminati e più di mille interventi in Aula.
Dietro quei numeri non c’era soltanto un’attività legislativa. C’era la volontà di un’intera generazione di consegnare al Paese istituzioni solide e democratiche.
A ottant’anni di distanza, la Festa della Repubblica non celebra soltanto la nascita di una nuova forma di Stato. Ricorda il momento in cui gli italiani, dopo le divisioni e le sofferenze della guerra, decisero di affidare il proprio futuro alla democrazia.
Quel 2 giugno 1946 uomini e donne entrarono nei seggi con speranze, paure e aspettative diverse. Ne uscirono cittadini di una Repubblica nuova, fondata sulla partecipazione, sulla libertà e sul rispetto dei diritti.
È questa l’eredità più preziosa lasciata da quella giornata storica: la consapevolezza che la democrazia non è mai un risultato scontato, ma una conquista da custodire e rinnovare ogni giorno.
Ottant’anni dopo, il voto di quei milioni di italiani continua a raccontare una storia di coraggio, responsabilità e fiducia nel futuro. Una storia che appartiene a tutti noi.



























