Copertina del libro

In un’epoca segnata dall’accelerazione digitale e dallo spaesamento sociale, Simone Cislaghi propone un ritorno alle radici della nostra cultura. Nel suo nuovo saggio edito da Mursia, „Partire“, l’autore milanese intreccia i grandi miti classici con la filosofia contemporanea per offrire una „grammatica dell’interiorità“. Attraverso 136 pagine dense di riflessioni, Cislaghi esplora come la letteratura archetipica possa ancora aiutarci a orientare la nostra direzione nel mare agitato dell’attualità.

Il libro intreccia mito, Bibbia e grande letteratura. Perché oggi è ancora necessario tornare a testi archetipici come l’Odissea?

Perché in quei libri il lettore di ogni tempo continua a riconoscere sé stesso e i propri interrogativi. I classici dicono verità eterne: percorrerli significa esplorare l’identità umana. È un percorso pedagogico necessario oggi, in un’epoca dove mancano le basi dell’interiorità e dell’alterità, portando a isolamento e ansia.

Richiamando Umberto Eco, lei distingue fra intentio auctoris, lectoris e operis. Come cambia la lettura del viaggio nel rapporto con il lettore contemporaneo?

Il lettore ha il dovere di accostarsi al testo con l’umiltà di capirne il contesto originale. Una volta fatto questo, ha però il diritto di applicare quei modelli alla propria vita. In fondo leggiamo per questo: per rendere le nostre scelte più ponderate e migliorare la nostra visione della realtà. Leggiamo per vivere meglio.

La sua rilettura dell’Ulisse dantesco mette in guardia contro la superbia della conoscenza senza limite. È un messaggio per l’Europa di oggi?

L’uomo rischia sempre di perdere la misura e costruire la propria distruzione. I miti di Fetonte o Babele ci ammoniscono sulla „ubrys“, la tracotanza. È una lezione attualissima se pensiamo ai conflitti bellici o al cambiamento climatico. La conoscenza non è un male, lo è il suo uso distorto per fini biechi. Come diceva Bergson, serve un „supplemento d’anima“.

La letteratura può ancora essere una “scuola di umanità” nel XXI secolo?

Certamente, è una delle sue funzioni più nobili. Come diceva Calvino, scrivere serve a „ordinare la vita“. Raccontiamo storie per ricordare ciò che è utile o per mettere in guardia dai pericoli, mantenendo viva la memoria di un popolo.

Che responsabilità sente come autore nel proporre un libro così riflessivo in un mercato dominato dalla velocità?

Spero di spingere alla riflessione, che oggi scarseggia a causa della velocità e della performance. Byung-Chul Han nota giustamente che l’eccesso di prestazione impoverisce l’essere. Diventiamo ciò che pensiamo, quindi dobbiamo „prenderci il lusso“ di vivere con consapevolezza e scegliere la nostra vita.