Rilettura delle tre virtù teologali in chiave antropologica ed esistenziale. È appena uscito in libreria Fede, speranza e carità. Virtù per la libertà (ed. Paoline, pp. 135) del filosofo-teologo Michele Illiceto, docente di Filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano “S. Michele Arcangelo” di Foggia.
La domanda da cui parte l’autore è una delle tante domande che Gesù, scompigliando un po’ tutti, rivolge ai suoi discepoli: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?“ (Lc 18,8). In un tempo come il nostro, afferma Illiceto, la fede sembra essere molto marginale, a causa del fatto che Dio non costituisce più un problema, una domanda, perché è diventato insignificante, addirittura inutile. Dio non è insignificante perché non esiste, ma, al contrario, non esiste perché non è necessario che ci sia, è un di più, di cui si può fare a meno. E questa è la grande lezione, sotto forma di provocazione, di Nietzsche, e dopo di lui di E. Cioran.

Ma anche in coloro che si professano cristiani, spesso la fede è intesa in modo distorto e vissuta male (e Illiceto spiega che cosa intende con questa affermazione), si viene a creare una sorta di circolo vizioso, per cui credere è diventato sempre più difficile e raro. A questo punto l’autore si pone una domanda che ha il sapore più di una sfida che di una sconfitta, di provocazione più che di resa: “se coloro che credono, hanno una fede sbagliata, come possono coloro che non credono cominciare a credere?”. Ecco che allora si rende necessario porre di nuovo la domanda, a cui bisogna dare una risposta: “Che cosa è (veramente) la fede e che cosa comporta sul piano delle scelte personali e comunitarie?”. Rispondere a tali domande è quello che cerca di fare l’autore nella prima parte di questo breve testo, presentando i “cinque tempi della fede”.
Il primo tempo della fede (pag. 41) – scrive Illiceto – analizza la condizione esistenziale di chi ancora non crede. Prima di parlare della fede, è bene capire che cosa accade in noi prima della fede. Dove ci troviamo? E, soprattutto, che cosa ne è di Dio e dove è Dio prima che noi cominciamo a credere? Analizzare questa fase della vita ci serve per capire meglio che cosa vuol dire “cominciare a credere” e che cosa la fede ci dona rispetto al periodo in cui non avevamo fede. Questo è il periodo del vuoto interiore, nel quale ciò che pensavi ti potesse riempire e saziare si rivela essere non all’altezza di quel tuo anelito che ti porti dentro. In questo primo tempo Dio è dentro di te ma tu non sai di averlo, perché sei preso da altro. Dio è in te come domanda muta che tace, in attesa di intercettarti e anche di sconvolgerti.
Poi c’è il secondo tempo (pag. 47), quello che si realizza prima che la fede vera e propria venga suscitata. È un momento di rottura e di apertura. Rompi con te e ti sporgi su questa presenza che comincia a parlarti a modo suo. Sperimenti in te la presenza di Qualcuno che è più grande di te. Qualcuno di immensamente e infintamente oltre. Di infinitamente Altro. Tu lo senti, ma non sai ancora dargli un nome. Sei come Giona: Lui ti insegue e tu scappi, non solo da Lui, ma anche da te. Tu lotti con Lui come Giacobbe. “La fede – scrive nell’Introduzione Illiceto – nasce da una ferita. Scopri che dentro di te non ci sei solo tu. Scopri che non sei solo un io, ma che sei abitato da un Altro. Questo Altro è Lui. Scopri che non eri tu a cercare Lui, ma era Lui a cercare te. Da cercante scopri di essere cercato. Ora, hai davanti a te due possibilità: o continui a fare finta di niente e continui a scappare, oppure di arrendi. La fede è pronta a nascere, perché la fede è resa”.
E qui inizia il terzo momento (pag. 56): la resa e la consegna. Ti fidi più di Lui che di te. E così, inizia l’avventura: si comincia a credere. Ti fidi e ti affidi. La ragione non capisce il cuore intuisce che a questo punto la posta in gioco è molto alta. Tuttavia, mentre credi, ti rendi conto che Colui nel quale stai cominciando a credere è Uno che ti ama più di quanto tu ami te stesso. E questa sorpresa comincia a saziare alcune parti del tuo cuore (non tutto).
Ma ecco subito il quarto tempo della fede (pag. 63). Tu credi perché ti sei emozionato, ti è anche piaciuto. La fede ti chiede di cambiare vita e di seguire Gesù fino in fondo: è il tempo della sequela. Da semplice credente diventi discepolo. Con tutte le conseguenze che ciò comporta.
Infine, il quinto momento (pag. 69) è quello della prova: la notte oscura. “È il momento della resistenza – scrive Illiceto. Devi provare la tentazione di smettere di credere per crescere nella fede. Se è troppo facile credere, allora non si crede in senso autentico. Qui Dio ti toglie tutto. La fede è spoliazione. Dio ti spoglia perché vuole farti capire se lo ami per quello che ti ha dato o ami Lui per Lui. La fede è distacco, è credere come diceva Bonhoeffer, cedere in Dio anche se Dio non ti dà una mano”.
Ma per resistere alla tentazione di non credere quando tutto rema contro ciò che credi, la fede da sola non basta. Ci vuole un supplemento di fede. Ci vuole la speranza (pag. 73). E qui, la seconda parte del testo è tutta dedicata alla speranza analizzata in un doppio registro: umano e teologico. Fino a sperare, come dice Paolo, contro ogni speranza: “Spes contra spem” (Rm 4,18).
Da un punto di vista umano la speranza è legata a una serie di dimensioni come il tempo, il desiderio, il sogno, l’attesa, i momenti negativi, la pazienza, l’impegno, la lotta, il coraggio. Se con la fede ti fidi e ti affidi, con la speranza confidi. Speri che sia Dio a darti ciò che nessuno – neanche tu – può darti. E così, speri perché credi, ma per continuare a credere, devi sperare. Se la fede fonda la speranza, è la speranza che salva la fede.
Eppure, queste due da sole non bastano. Nei momenti difficili tornano le domande: “Perché continuare a credere?” “Perché posso ancora sperare? Puoi rispondere a queste due domande solo se ti poni una domanda ancora più originaria e cruciale: “In quale Dio credi?” Tutto dipende dal tipo di risposta che dai a questa domanda.
“Se smetti di credere – e non arrivi ad avere neanche la speranza – è perché hai una fede sbagliata, scrive Illiceto. E hai una fede sbagliata, solo perché credi in un Dio sbagliato. E chi può dirti chi è il vero Dio se non Dio stesso, con la sua Parola? E quale delle parole è cruciale è decisiva per capire davvero chi è Dio? Dove trovo la risposta? La risposta la trovo nella Parola fatta carne: Gesù di Nazareth. L’unico che ci ha rivelato che, come dice Giovanni nella sua prima Lettera, “Dio è amore (1Gv 4,8.16)“.
Ecco, allora, che qui la fede e la speranza incontrano la carità, l’agape, l’amore. ”E così – afferma Illiceto – scopri che quell’amore che cercavi altrove, quell’amore è Lui. E scopri che nessuno mai ti ha amato e ti ama come ti ama Lui”.
A questo punto la fede ha trovato il suo fondamento che è l’amore, per cui tu non credi per paura, ma per amore. Tu credi perché ti sei arreso all’amore che è Dio, che ti ha amato per primo. Ma la fede ha anche il suo nutrimento, che è la speranza, la quale crede in un Dio che è fedele e che, pertanto, non solo è credibile, ma è anche affidabile.
E così, tra tanti che oggi, in nome della loro libertà, non credono o hanno smesso di credere, tu hai scelto di credere. Non hai perso la tua libertà, ma essa ti è stata restituita. Ora, finalmente sei libero di essere libero, perché sei libero di credere, di sperare e di amare.
In definitiva, l’autore presenta fede, speranza e carità come tre virtù che, anche se oggi sembrano superate in una società dominata dal vuoto e dal non senso, appaiono invece come tre vie per la libertà, per ritrovare Dio, sé stessi e gli altri. La fede non nasce dalla paura, ma in risposta all’amore di un Dio che mi ama più di quanto io ami me stesso. Ma la fede da sola non basta: nei momenti difficili può aprirsi alla speranza, che è aspettarsi da Dio ciò che non ci si può aspettare da nessun altro, perché solo lui è affidabile. E, allora, si può smettere di avere paura e si comincia ad amare; questa è la carità: amare sé stessi e gli altri come si è amati da Colui che è Amore. (pc)

























