Si è spento ieri sera, 19 maggio padre Giovanni, come lo chiamavano tutti nella comunità di Herrenberg e Leonberg (diocesi di Rottenburg/Stuttgart), dove aveva preso servizio nel 2012.
Pubblichiamo l’omelia, tenuta dal delegato delle missioni e comunità cattoliche italiane, don Gregorio Milone, che ci restituiscono il profilo umano e sacerdotale di padre Giovanni e fanno risuonare l’affetto che la comunità e in confratelli avevano per lui.
Omelia di don Gregorio Milone:
Carissimi fratelli e sorelle,
il Vangelo che abbiamo ascoltato è uno dei più solenni e più luminosi del Vangelo: il giudizio finale. Gesù ci porta alla fine della storia, al momento in cui il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, circondato dagli angeli, e siederà sul trono della sua gloria e che separa, come un pastore, le pecore dai capri.
È un’immagine grandiosa, ma non è un’immagine che vuole spaventarci. È un’immagine che vuole rivelarci il cuore di Dio e ci rivela il criterio ultimo, quello decisivo: l’amore concreto, l’amore che si fa gesto, cura, vicinanza, accoglienza.
Perché il giudizio che Gesù descrive non è un tribunale freddo. È il giudizio dell’Amore. È il giudizio di un Dio che guarda la nostra vita non per contare i nostri errori, ma per riconoscere ogni gesto di bene, anche il più piccolo, anche quello che noi stessi abbiamo dimenticato.
«Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
Questo Vangelo non ci giudica: ci consola e queste parole ci parlano di padre Giovanni. Ci parlano della sua vita, del suo stile, del suo modo di essere sacerdote. Perché nella sua vita, questo criterio dell’amore è stato vissuto con una fedeltà semplice, quotidiana, mai ostentata. E noi lo abbiamo visto, lo abbiamo toccato con mano, soprattutto qui, nella nostra comunità italiana.
Padre Giovanni nasce nel 1959, in una famiglia credente, dove la fede non era un’idea astratta, ma un respiro quotidiano. Un padre direttore di scuola e organista in chiesa, una madre casalinga, custode della casa e del cuore: è in questo clima che il Signore ha seminato la sua chiamata.
Il seminario minore, guidato dai missionari belgi, è stato il primo terreno dove questa chiamata ha messo radici. Poi il seminario maggiore, e infine Kinshasa, dove ha ottenuto la licenza in patrologia. I Padri della Chiesa sono diventati per lui non solo materia di studio, ma compagni di cammino. Sant’Agostino scriveva: «Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo». E padre Giovanni, come Agostino, ha vissuto il ministero così: mai sopra gli altri, sempre accanto.
I primi anni come formatore nel seminario maggiore hanno mostrato la sua passione per la Chiesa e per i giovani. Poi la Svizzera, a Friburgo, per la tesi in patristica: anni di studio, di ricerca, di profondità. E ancora Agrigento, come parroco e insegnante nel seminario interdiocesano: anni di servizio, di incontro, di dedizione.
Nel 2012 arriva in Germania, dove rimarrà fino alla notte della sua morte, tra martedì e mercoledì. Qui, in mezzo agli italiani, ha trovato una nuova famiglia. E gli italiani hanno trovato in lui un padre, un fratello, un amico.
Padre Giovanni era un sacerdote di grandi relazioni, ma non perché parlasse molto: era grande perché ascoltava molto. Era accogliente, umile, delicato. Mai una parola fuori posto, mai una critica, mai un giudizio. Aveva quella bontà che non fa rumore, quella gentilezza che non si impone, quella presenza che non pesa ma sostiene.
Molti di voi potrebbero dire: «Mi ha ascoltato come nessuno», «Mi ha accolto senza chiedere nulla», «Mi ha fatto sentire a casa, anche quando la casa era lontana».
E questo è il Vangelo vissuto. È Matteo 25 incarnato nella vita quotidiana.
Padre Giovanni, venuto da lontano, ha saputo capire chi arrivava da lontano.
Ha saputo parlare al cuore degli italiani che vivono qui, spesso tra nostalgia, lavoro, sacrifici, solitudine. Ha dato da bere a chi aveva sete di ascolto, ha dato da mangiare a chi aveva fame di una parola buona, ha visitato chi era malato nel corpo o nel cuore.
Il Signore oggi gli dice: «Vieni, benedetto del Padre mio… perché l’hai fatto a me».
E noi possiamo dirlo con certezza: padre Giovanni ha riconosciuto Cristo nei piccoli, nei poveri, nei migranti, nelle famiglie ferite, negli anziani soli, nei giovani smarriti. E Cristo oggi lo riconosce come suo.
Padre Giovanni aveva una spiritualità profonda, ma mai complicata. Era un uomo di preghiera, ma non di parole difficili. Era un uomo di studio, ma non di orgoglio intellettuale.
Aveva quella fede che nasce dall’incontro con Cristo e che si traduce in gesti semplici. Aveva quella fede che non si mette in mostra, ma che illumina. Aveva quella fede che non pretende, ma che dona.
San Gregorio Magno diceva: «Il vero pastore è colui che porta sulle spalle la debolezza degli altri». E padre Giovanni ha portato sulle sue spalle tante debolezze, tante storie, tante lacrime, tante speranze.
La notte in cui il Signore lo ha chiamato è stata una notte silenziosa, come silenziosa è stata la sua vita. Ma la morte non ha l’ultima parola. San Giovanni Crisostomo diceva: «Il sepolcro non è una prigione, ma un passaggio». E noi oggi crediamo che padre Giovanni ha attraversato questo passaggio per entrare nella luce.
La sua vita è stata un dono. E i doni di Dio non si perdono: si trasformano. Ora lui continua ad amarci da un’altra riva, dove non c’è più fatica, né solitudine, né notte.
Fratelli e sorelle, mentre affidiamo padre Giovanni al Signore, chiediamo anche un dono per noi: che la sua eredità spirituale non vada perduta. Che il suo stile di umiltà, di ascolto, di accoglienza diventi anche il nostro stile. Che la sua capacità di amare senza rumore diventi la nostra strada.
E oggi, davanti al mistero della sua morte, non possiamo non pensare al suo cuore. Un cuore che per tutta la vita ha battuto per gli altri. Un cuore che si è consumato nell’ascolto, nella pazienza, nella dolcezza. Un cuore che ha portato i pesi degli altri, spesso senza farlo vedere. Un cuore che ha amato fino alla fine.
E alla fine, proprio quel cuore non ha retto. Ma, fratelli e sorelle, non è un fallimento. È un compimento. Perché il cuore di padre Giovanni si è fermato mentre era già immerso nel Cuore di Gesù. Quel Cuore trafitto che continua ad amare, continua a donare, continua a salvare. Quel Cuore che non si spezza mai, che non si stanca mai, che non si chiude mai.
Sant’Agostino diceva: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». E oggi possiamo dire: il cuore di padre Giovanni ha finalmente trovato riposo. Ha trovato casa. Ha trovato il Cuore che non muore.
Per questo, mentre lo consegniamo al Signore, possiamo immaginare Gesù che lo accoglie così: con le braccia aperte, con il Cuore spalancato, dicendogli: «Vieni, benedetto del Padre mio… hai amato con il mio stesso cuore».
E allora, un giorno, anche per noi il Signore potrà dire: «Venite, benedetti del Padre mio». Perché l’amore non muore. L’amore salva. L’amore è già il Regno. E il cuore che ama, come il cuore di padre Giovanni, non smette mai di battere: continua a vivere nel Cuore di Cristo. Amen.
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Qui sotto i messaggi giunti nel momento in cui è stata appresa la notizia del decesso:
Con queste parole don Jean Bonane, lui missionario di Herrenberg e Leonberg, nonché delegato diocesano, ha annunciato la scomparsa di padre Giovanni:
Con profonda tristezza, porto alla vostra conoscenza che Padre Giovanni che era a guida delle Comunità di Herrenberg e di Leonberg e deceduto ieri sera alle ore 20:50 nelle cliniche universitarie di Tübingen. Vi chiedo di ricordarlo nella preghiera e quando celebrerete la messa. L’eterno riposo, donagli Signore e splenda ad esso la Luce perpetua. Riposi in Pace. Amen.
Don Gregorio Milone, delegato nazionale, lo ricorda così:
Padre Giovanni è stato un sacerdote buono e docile, ha vissuto il suo ministero con umiltà, fedeltà e amore sincero verso tutti. La sua presenza discreta ma luminosa è stata per molti conforto, guida e testimonianza autentica di fede.
Amato dalla sua comunità e da tanti fedeli italiani, padre Giovanni ha saputo donare ascolto, speranza e vicinanza a chiunque incontrasse sul suo cammino. La sua vita sacerdotale è stata segnata dalla dedizione al Vangelo e dal servizio instancabile alla Chiesa.
Nel dolore della sua scomparsa, conserviamo con gratitudine il ricordo del suo sorriso mite, della sua parola gentile e della sua fede salda. Affidiamo la sua anima misericordiosa all’abbraccio eterno del Signore, certi che il bene seminato continuerà a vivere nel cuore di quanti lo hanno conosciuto e amato. Riposi in pace.
Il ricordo di Sr. Nancy Tomasini della Fraternità Francescana di Betania di Aschaffenburg:
Ricordo con molta commozione don Giovanni. Ho avuto la grazia di incontrarlo a febbraio e le sue parole e la sua testimonianza di docilità e accoglienza della malattia mi hanno edificato molto. Grazie don Giovanni! Preghiamo per te e contiamo sulla tua preghiera per noi.
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Padre Jean Anatole Sabw Kanyang nasce a Wikong nella Repubblica Democratica del Congo il 27 ottobre 1959 da una famiglia credente, il padre era direttore di scuola e organista in chiesa, la madre casalinga. Viene ordinato il 5 maggio 1985. Entra nel seminario minore guidato da missionari belgi, poi in quello maggiore e poi a Kinshasa dove ottiene la licenza in patrologia. In Svizzera prosegue gli studi, in seguito diventa parroco in Sicilia, ad Agrigento, dove insegna al seminario interdiocesano. Nel 2012 viene in Germania.
Giovedì 21 maggio alle 18:30 è stata celebrata una messa in suffragio nella chiesa St. Maria Königin des Friedens di Sindelfingen.
Don Desiré Matand, missionario della comunità cattolica italiana di Sindelfingen, ha presieduto la messa, padre Jean Bonane della comunità di Leonberg, ha letto il vangelo.
Presenti don Lowrence e altri due sacerdoti del Congo e suo Milva Caro, referente diocesana per le comunità di altre lingue e riti della diocesi di Rottenburg/Stuttgart.



























