Nella Lettera Enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” (scritta in occasione del XX anniversario dell’Enciclica “Populorum Progressio”), il Papa San Giovanni Paolo II afferma che “tutti siamo veramente responsabili di tutti”, e aggiunge che “le cause che frenano il pieno sviluppo siano la brama del profitto e la sete del potere”.

Pertanto, l’“economia”, ovvero la produzione e la distribuzione di quanto serve alla vita del genere umano, non può prescindere dalla socialità e dalla collettività nel suo esplicarsi, come già lascia intendere il termine greco (οἴκος = “casa” inteso anche come “beni di famiglia” e νόμος = “norma” o “legge”) con cui si intende sia l’organizzazione dell’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) al fine di soddisfare al meglio i bisogni individuali o collettivi, sia un sistema di interazioni che garantisce un tale tipo di organizzazione, sistema detto anche sistema economico. Ancor più la “finanza”, cioè lo strumento atto a destinare nel miglior modo possibile il denaro, ha in sé, come componente sua essenziale, la relazionalità interpersonale.

Tuttavia, lo strumento finanziario, oggi più che mai sofisticato, può anche veicolare un uso distorto delle risorse: può infatti trasferire rapidamente ricchezza e garantire a chi ne possiede le chiavi di accesso più recondite, una rendita di posizione non solo improduttiva, ma addirittura capace di sottrarre in modo anomalo risorse dalla stessa economia reale. È in quest’ottica che si inserisce il sentire comune che, man mano, ha portato ad accostare al termine finanza l’aggettivo etica. Etica deriva dal greco “ethikos” (comportamento) e nasce come un concetto filosofico, per l’assegnazione di uno status deontologico a ciascun comportamento umano (es. atto buono o cattivo, atto costruttivo o distruttivo, atto positivo o negativo e così via). La crisi economica, i cambiamenti climatici, le problematiche ambientali e sociali insieme hanno, col tempo, spinto il mondo cattolico a riaffermare l’urgenza di restituire quella funzione sociale naturale all’economia e ancor più alla finanza, sia pubblica che privata. Una finanza, quindi, non più intesa come strumento esclusivamente atto a garantire la massimizzazione personale dei profitti, ma volta principalmente ad un uso sociale, così come insegna la Chiesa Cattolica attraverso un magistero più che secolare.

D’altra parte, è lo sviluppo indispensabile e corale di tutto il genere umano a richiedere che si evitino sprechi, che le risorse siano utilizzate in modo equo, che si riutilizzi il superfluo che le aree più ricche distruggono per proteggere il prezzo del prodotto (attraverso quella che viene oggi definita “economia circolare”), in modo tale da creare le giuste condizioni per una economia più a misura d’uomo, che riavvicini lo scandaloso e sempre più largo divario tra ricchi e poveri. Da qui nasce il concetto “finanza etica”, intesa come un insieme di principi e di valori che possano ispirare gli operatori economici, sia i risparmiatori che gli investitori, a non protendersi esclusivamente verso il tornaconto individuale, ma a porsi anche obiettivi più ampi, finalizzati al bene comune e alla salvaguardia dei diritti naturali dei più deboli e dei più disagiati.

Già San Tommaso d’Aquino ammonì in modo deciso a non considerare il denaro come strumento di creazione della ricchezza. Questa tesi, tradotta nel principio “pecunia pecuniam non parit”, (il denaro non si genera col denaro) era d’altra parte la riproposizione dell’insegnamento evangelico di dare senza chiedere nulla in cambio (Lc. 6, 13), in altre parole donare gratuitamente a chi necessita cosicché il denaro, ossia la finanza, serva all’economia reale, quella comunitaria, e non essere considerato fine a se stesso. Oggi è più che mai necessario che la finanza sia etica, pur non rifiutando i suoi meccanismi di base anche sofisticati: occorre rivisitare questi meccanismi e riformularne i principi tenendo come riferimento le singole persone umane e non i patrimoni, i valori delle comunità civili e non le aride speculazioni. In tal senso, il magistero pontificio ci insegna che l’uomo, il lavoro e lo Stato non possono prescindere dalla dimensione sociale. In tempi più recenti, attraverso l’Enciclica “Laudato Sì”, Papa Francesco ha lanciato un appello analogo, invitando ad una vera ecologia economica: “La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare”.

Urge modificare la concezione di progresso e allontanarsi dai modelli consumistici, gestire l’economia più responsabilmente, per proteggere “la nostra casa comune” e le future generazioni: questi sono i concetti basilari di una finanza etica cristianamente ispirata. La centralità dell’uomo, poi, impone anche che l’etica debba essere garantita non solo negli investimenti ma anche nella catena di produzione dei fornitori utilizzati, affinché sia libera da qualsiasi forma di sfruttamento del lavoro. Papa Francesco ha più volte denunciato il lavoro nero che sfrutta la mano d’opera di operai senza coperture assicurative e ha condannato l’utilizzo di bambini con l’intento di far aumentare il proprio guadagno. Va detto, pertanto, che il profitto è una parte fondamentale del mondo finanziario ed è una componente necessaria al funzionamento dei mercati, ma ciò non toglie che sia basilare che venga posto al servizio dei poveri, dei bisognosi e dell’Evangelizzazione. Un versetto della Lettera agli Ebrei riassume in modo perfetto tutto ciò: “La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Eb. 13:5).

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