Libro a cura di Elettra de Salvo, Laura Priori e Gherardo Ugolini. Si tratta di un percorso, attraverso saggi, immagini e interviste, nel mondo della comunità italiana residente a Berlino. Pubblichiamo uno stralcio del testo in cui gli autori illustrano lo scopo della loro pubblicazione.
Una radiografia della comunità italiana residente a Berlino, ovvero una mappatura articolata del fenomeno “Italo-Berliner”, senza pretese di completezza, ma soprattutto senza indulgere in nessuna delle tante semplificazioni e mitizzazioni che si leggono a volte sui giornali e che il gossip massmediatico tende a propagare: questo è l’obiettivo che si propone il libro. Ciascuno dei vari contributi pubblicati mette a fuoco una tematica specifica, così da descrivere la fenomenologia complessiva di quella che possiamo definire la “italoberlinità”, un’identità originale che nasce dall’ibridazione di differenti culture.
Il primo luogo comune da correggere è quello secondo il quale la presenza di italiani a Berlino sarebbe un fenomeno degli ultimi anni, un prodotto della crisi economico- finanziaria che dal 2008 attanaglia i Paesi del vecchio continente. Certo, Berlino non è mai stata storicamente una meta prediletta dell’emigrazione italica. Negli anni Cinquanta e Sessanta i lavoratori italiani puntavano sulle miniere della Ruhr o sulle fabbriche della Baviera e del Baden- Württemberg, luoghi dove era più alta la possibilità di trovare occupazione. La guerra fredda e la conseguente divisione della città – durata fino al 1989 – hanno fatto sì che la parte orientale della metropoli (Berlino Est, capitale della DDR) sia rimasta estranea ad ogni tentazione migratoria.
D’altro canto la posizione geografica di Berlino Ovest, separata dal resto della Repubblica Federale e lontana dall’Italia, come anche la scarsa presenza di fabbriche e industrie, ha disincentivato l’arrivo in massa di migranti dal Sud Europa. Eppure gli italiani hanno frequentato Berlino ben prima che la generazione low cost vi approdasse in massa. Gli storici raccontano di una presenza italiana stabile, ancorché esigua, fin dall’Ottocento, con migranti dediti per lo più ad attività commerciali, artigianali (stuccatori, terrazzieri, mosaicisti) e manovali (operai edili).
Una comunità che nei decenni del Dopoguerra ha continuato ad irrobustirsi e che ha sempre contribuito attivamente alla vita sociale e culturale della città. Al momento della caduta del Muro, gli italiani di Berlino erano poche migliaia, ma già costituivano una collettività consapevole e ben integrata nel tessuto socio-economico della città, fiera della propria specificità rispetto agli italiani residenti nel territorio della Bundesrepublik.
Dagli anni Novanta del secolo scorso ad oggi l’incremento è stato rapido e costante, ed oggi il numero di italiani che vive a Berlino ha raggiunto e forse superato le 30mila unità distribuendosi per tutti i quartieri al di qua e al di là dell’ex cortina di ferro. Sostanziali sono stati pure i mutamenti generazionali e tipologici, al punto che si è progressivamente perso il senso della profondità storica. Eppure tra la comunità dei veterani e gli italo-berlinesi degli ultimi anni sussiste un filo invisibile di continuità che va valorizzato in quanto tale.
La seconda mistificazione riguarda la celebrazione di Berlino come isola felice del continente europeo, la terra promessa verso cui tendono i giovani espatriati italiani che programmano di abbandonare la madrepatria in cerca di realizzazione professionale all’estero, l’Eldorado in cui tutti possono trovare un lavoro decente, una casa per pochi soldi, e soprattutto una qualità di vita confacente alle proprie aspirazioni. Si tratta di rappresentazioni mediatiche superficiali, alle quali si ricollega la trita retorica dei “cervelli in fuga”. Ma non è questa la chiave giusta per capire il fenomeno degli italo-berlinesi di ultima generazione. È vero, non passa giorno senza che qualche decina di nuovi arrivati sbarchi all’ aeroporto di Tegel o di Schönefeld in cerca della propria fortuna.
La nuovissima “migrazione”( ma il termine non appare adeguato per indicare queste forme di mobilità) presenta un quadro estremamente frastagliato quanto a motivazioni, tipologie e aspettative. La verità è che non tutti riescono ad affermarsi e a trovare a Berlino la realizzazione del loro sogno professionale ed esistenziale. Molti si perdono rapidamente per strada perché non preparati all’impatto, senza un progetto definito alle spalle, ingenuamente fiduciosi in promesse e informazioni inesatte, quando non del tutto infondate. Molti si adattano a lavori precari e mal pagati pur di sbarcare il lunario, e non sono pochi quelli che pochi mesi dopo essere arrivati con grandi speranze se ne tornano indietro senza aver concluso nulla di concreto. Il che non toglie che Berlino davvero sia un territorio unico nel suo genere, una città che ha molto da offrire al di là del posto di lavoro. Nella ricca e felice Germania dell’epoca Merkel Berlino rappresenta un’eccezione: è uno dei Länder più poveri per reddito medio pro capite e con il più alto tasso di disoccupazione. Per molti aspetti è la meno tedesca delle città della Germania, e questo forse è un tratto che la rende particolarmente interessante.
Inoltre è nota per il suo carattere cosmopolita, per lo stile di vita tollerante e anticonformista, per gli affitti abbordabili delle abitazioni (sempre di meno) e soprattutto per la qualità e l’abbondanza dell’offerta culturale, anch’essa accessibile a prezzi modici. È questo insieme di fattori, cui vanno aggiunti i pregi di una burocrazia efficiente e un welfare tuttora abbastanza generoso, che rendono Berlino tanto appetibile per i molti italiani che vi trasferiscono il domicilio.
Gli Italo-Berliner ammirano e rispettano le opportunità che il vivere a Berlino fornisce loro. Si adattano con duttilità agli usi locali e alla mentalità diffusa. Ma non in modo passivo. La loro integrazione tende a non essere totale e non sfocia quasi mai in una vera e definitiva assimilazione. In molti di loro la questione si pone nei termini di una convivenza tra l’identità italiana e quella berlinese, una convivenza che può anche essere a tratti conflittuale. In altri la duplice appartenenza si risolve in una forma nuova che contempera e amalgama le due culture: l’identità italoberlinese, per l’appunto, col termine scritto senza o con il trattino di mezzo a seconda che si voglia sottolineare la sommatoria delle due identità o la loro sovrapposizione. Le tipologie possono essere innumerevoli in rapporto al grado e alla modalità con cui si compie l’osmosi inter- o transculturale.
Di fatto è un’identità che ciascuno vive a modo suo, col proprio dosaggio e con le proprie peculiarità. E questo è anche un motivo per cui gli italiani di Berlino – diversamente da altri gruppi etnici radicati nella capitale della Germania – non si percepiscono e non si autorappresentano come comunità compatta e organizzata, capace di agire come gruppo di pressione sulla società ospitante. Preferiscono vivere Berlino individualmente, ciascuno come crede, ciascuno italianamente berlinese. Foto: Cover del libro
Il libro ITALO-BERLINER. Gli italiani che cambiano la capitale tedesca, a cura di E. de Salvo, L. Priori, G. Ugolini, Milano, Mimesis, 2004. Prezzo Euro 25 (ISBN-13: 9788857526430) può essere acquistato presso l’editore MIMESIS EDIZIONI, Via Monfalcone, 17/19 – 20099 Sesto San Giovanni (MI). Tel. : +39 02 24861657 / 24416383; sito: www.mimesisedizioni.it. In Germania il libro può essere acquistato presso la libreria Dante Connection Buchhandlung, Oranienstr. 165, 10999 Berlin, tel. 49- 30- 61576 58. Sito: www.danteconnection.de/buchladen- shop/