Responsabilità della politica e rischio di disgregazione della società

Nonostante se ne parli continuamente, pochi altri fenomeni sono caratterizzati da tanta disinformazione e pregiudizi come la migrazione. E nonostante nel 2018 i flussi migratori siano drasticamente diminuiti, la migrazione non è mai stata  al centro dell’attenzione della politica come negli ultimi mesi. Dalla politica, dove il tema è usato in modo spudoratamente ipocrita e strumentale, lo scontro si è scompostamente riverberato nella società. Questo è successo, sia pur in modi assai diversi, in molti paesi europei e in particolare in Germania e in Italia, dove i governi in carica hanno avuto una lunga e difficile gestazione e dove le campagne elettorali sembrano non essere mai finite.

In Germania Alternative für Deutschland (AfD), partito nazionalista di estrema destra che alle elezioni di settembre 2017 aveva ottenuto il 12,6%, secondo gli ultimi sondaggi è ulteriormente cresciuto raggiungendo e superando, col 17,5%, la SPD, storica roccaforte della socialdemocrazia tedesca (sondaggio dell’istituto INSA del 9 luglio scorso). Tra i motivi del successo di AfD c’è la sua politica anti migrazione. Nel sito internet del partito si legge che l’Africa non può essere salvata in Europa, che attualmente 350 milioni di africani sono desiderosi di raggiungere l’Europa e che questo numero nel 2050 salirà a 950 milioni. Da dove vengano questi numeri non è dato sapere, tuttavia non è difficile riconoscerne la finalità, quella di creare paura. Nel lettore oggi, nell’elettore domani.
Il prossimo 14 ottobre ci saranno le elezioni del Land della Baviera. Per contrastarne l’ascesa, Horst Seehofer, capo della CSU e attuale ministro dell’Interno, ha deciso di combattere AfD sullo stesso terreno pretendendo di approvare una serie di misure riguardanti i respingimenti. Ma i numeri dei migranti interessati sono risibili: meno di cinque al giorno sarebbero quelli che, provenendo dall’Italia, tentano di attraversare il confine tra Austria e Germania. Dunque tutt’altro che una vera emergenza, semmai la preoccupazione di perdere altri voti: per meri interessi personali Seehofer non solo ha messo a rischio la tenuta del governo centrale in Germania, ma quella dell’intera Europa. I risultati li vedremo tra due mesi.
In Italia il 1 giugno è entrato in carica il cosiddetto governo del cambiamento nato dalla coalizione tra il Movimento 5 Stelle e la Lega. Il 2 giugno il neo ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto che per i migranti è finita la “pacchia”. Alcuni giorni dopo ha chiuso i porti italiani e ha dichiarato guerra alle ong (organizzazioni non governative) impegnate nei salvataggi al largo della Libia. Le navi Aquarius (SOS Mediterranée, ong tedesca, francese, italiana e svizzera), Open Arms (Proactiva Open Arms, spagnola) e Lifeline (Mission Lifeline, tedesca) e il loro carico umano dopo giorni di estenuanti trattative hanno dovuto cercare altrove un attracco (rispettivamente Valencia, Barcellona e Malta). A seguito di questi episodi l’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) ha preso subito posizione contro il governo. Nei mesi di giugno e luglio nel mediterraneo ha avuto luogo un vero braccio di ferro tra vari attori, visibili e meno visibili: governi europei, ong, guardia costiera libica. Purtroppo nello stesso periodo il numero di morti è drasticamente aumentato. L’8 agosto Amnesty International ha pubblicato un rapporto dal titolo Tra il diavolo e il mare blu profondo. I fallimenti dell’Europa su rifugiati e migranti nel Mediterraneo centrale in cui critica senza mezzi termini la nuova politica del governo italiano basata sul rifiuto degli sbarchi. Il rapporto dice che nei mesi di giugno e luglio nel mediterraneo centrale sono morte 721 persone. Complessivamente nei due mesi in questione nel mediterraneo sono state perse oltre 850 vite (dato UNHCR, Agenzia ONU per i profughi) e la proporzione conferma che la rotta centrale rimane la più pericolosa nel mediterraneo e nel mondo.
Sempre secondo l’UNHCR nei primi sette mesi del 2018, circa 60.000 persone hanno attraversato il mediterraneo. Di queste 18.500 sono arrivate in Italia. Sono numeri molto inferiori a quelli dei passati anni. Filippo Grandi, Alto Commissario UNHCR, ha recentemente affermato che la minore pressione migratoria dovrebbe consentire alle nazioni europee di migliorare la gestione dei flussi. Quello che accade è esattamente il contrario. Uno dei nodi cui l’Europa dovrebbe metter mano è il famigerato trattato di Dublino. Di esso si è parlato durante il consiglio europeo del 28 giugno a Bruxelles. L’Italia si è presentata con una proposta, enunciata dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, basata sul superamento di Dublino e su una più equa distribuzione dei migranti tra i paesi europei. Nonostante le manifestazioni di solidarietà, alla fine è stato deciso di non modificare il trattato, lasciando ai singoli paesi la libertà di stabilire su base volontaria accordi binazionali o trinazionali in merito a ricollocamenti. Il testo con le conclusioni del consiglio è disponibile in rete ed è in sé una dichiarazione di resa, espressione dell’incapacità dell’Europa di venire a capo del problema. Non solo: il documento racchiude una visione cinica del problema che appare ridotto alla guerra ai trafficanti, al rafforzamento di Frontex e al respingimento in Libia dei migranti. Poco importa se la mattanza non avverrà più nelle acque del mediterraneo.
C’è l’Europa delle istituzioni e della politica e c’è quella dei cittadini. Persone che sono inevitabilmente interessate dal fenomeno e che con i loro comportamenti possono contribuire a facilitarne la comprensione oppure ad esasperarne i toni, mettendo in atto atteggiamenti di rifiuto e di esclusione. In Italia negli ultimi due mesi il numero di attacchi violenti a sfondo razziale contro persone di colore è aumentato drasticamente. E‘ presto per dire se ciò sia da mettere in relazione alle dichiarazioni del ministro Salvini, tuttavia il sospetto balena. Ma episodi del genere non sono una prerogativa italiana. La FRA, Agenzia europea per i diritti fondamentali, organismo Ue con sede a Vienna, ha rilevato che il razzismo in Europa è diffuso e ha forme che vanno “dalla discriminazione quotidiana alla violenza a tutti gli effetti”. Mal comune mezzo gaudio, verrebbe da dire, se non ci fosse da piangere. Perché l’amara realtà è che la migrazione sta cambiando l’Europa in senso involutivo e sta causando una disgregazione nella società che potrebbe farla precipitare indietro di mezzo secolo. Gran parte della responsabilità è della politica.
A maggio 2019 si terranno le elezioni europee e a Bruxelles sarà eletto un nuovo parlamento. Vincerà l’antieuropeismo o prevarrà una ritrovata fiducia nel sogno europeo? Questioni importanti come e più della migrazione (sicurezza, difesa comune, terrorismo, cambiamenti climatici, sviluppo economico, fisco, etc.) imporrebbero di rafforzare l’Unione e di contrastare il rischio di una disgregazione. Se la politica non è in grado di cogliere la gravità di questo rischio, dovrebbero farlo i cittadini e la società civile, ma è l’esatto contrario di quello che sta accadendo.

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