Rooms By The Sea, 1951. By Edward Hopper - https://artgallery.yale.edu/collections/objects/52939, Fair use, https://en.wikipedia.org
  • A che cosa servono le religioni e le chiese nell’epoca della secolarizzazione e post secolare?
  • Perché le chiese e le religioni entrano nello spazio e dibattito pubblico?
  • E come vi entrano?  Come va pensato il posizionamento delle religioni nello spazio pubblico.
  • Come le chiese possono dare un contributo alle questioni di interesse comune.
  • Ecumenismo in uscita o terzo ecumenismo.

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento L’emergenza ambientale interroga le fedi di mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, in chiusura del Convegno FISC (Federazione italiana settimanali cattolici) “Pianeta in prima pagina. Cronisti del clima” che si è svolto dal 16 al 18 aprile a Trento in collaborazione con il settimanale diocesano Vita Trentina. La trascrizione, adattata alla lettura, è a cura di Paola Colombo.


L’emergenza ambientale interroga le fedi
di Derio Olivero

Inizierei con il dipinto di Edward Hopper del 1951, si intitola ‚Rooms by the Sea‘, stanze in riva al mare. Hopper, pittore nordamericano del secolo scorso, dipinge l’isolamento, la solitudine, lo straniamento dell’uomo e della donna nelle grandi metropoli americane. Che cosa dice questo dipinto? Guardandolo si vedono stanze vuote, mare senza barche, non c’è una spiaggia con un ombrellone, non c’è nessuno. Solitudine. Siamo persi nel mondo, siamo su questa terra, persi isolati gli uni dagli altri. Ma se ci si sofferma questo dipinto è molto istruttivo per il tema che andiamo a trattare. Perché a guardarlo c’è qualcosa di sbagliato, ha due particolarità che saltano all’occhio. La prima è a destra: quella non è una finestra, è una porta. Si vede il pomello della porta. Allora, se quella è una porta, il dipinto non funziona, perché non siamo in pianterreno, siamo al primo piano. Se siamo al primo piano e quella è una porta, ci dovrebbe essere un pianerottolo e una scaletta per andare al mare e non c’è. Questa è la casa di Hopper e nella sua casa c’era ovviamente una scaletta perché come fai altrimenti a uscire di casa? Lui nel dipinto ha tolto il pianerottolo e ha tolto la scala. Perché?
Seconda particolarità: la luce dipinta sulla parete. La luce è dipinta come un perfetto trapezio bianco sulla parete, oltre che un trapezio giallo sul pavimento. È un perfetto trapezio con la linea precisa. Voi sapete che la luce e l’ombra non si dipingono così, si dipingono con sfumature, non è mai una linea netta, la luce si dipinge con sfumature. Lui invece l’ha dipinta precisa così.

Rooms By The Sea, 1951. By Edward Hopper – https://artgallery.yale.edu/collections/objects/52939, Fair use, https://en.wikipedia.org

Come mai questi due “errori”?

Il mare dà l’idea di enormità, di infinito, da sempre è simbolo di infinito e la casa da sempre è simbolo di quotidianità. Ora il pittore ci dice: guarda che l’infinito è molto più vicino di quanto ti immagini. Non c’è più la scaletta, è lì. Se volessimo dirlo con parole nostre, Dio è più vicino di quanto non ti immagini, soltanto che non c’è più nessuna scaletta per arrivarci.
E poi la luce che arriva da destra, dal mare, dall’infinito. Non solo l’infinito è più vicino di quanto non ti immagini, è più dentro casa tua di quanto non ti immagini, sta dentro le cose. L’infinito è bello. Questo ci aiuta a capire una cosa. Com’erano i dipinti delle annunciazioni del ‘500, del ‘600? C’era un angioletto, i fiori, il giglio e con dietro una striscia di luce che arrivava dall’alto. A volte c’era anche il viso del Padre e dall’altra parte c’era una donna, la Madonna, con vicino un letto a baldacchino o con dietro una stanza da letto.
Nel dipinto di Hopper è uguale, dietro c’è un’altra stanza. Non è proprio una stanza da letto, ma c’è un divano e potrebbe essere una stanza da letto. E nella stanza davanti c’è una striscia di luce, soltanto che non ci sono più le due figure, sono scomparsi l’angelo e la Madonna, ma la struttura, noi diremmo la composizione, è la stessa.
Che cos’è questo? È un’annunciazione moderna, ha le stesse caratteristiche dell’annunciazione: una presenza divina, un’accoglienza umana, ma non ci sono più le figure e soprattutto non c’è più la scaletta per arrivarci. È interessante. Noi viviamo nella cosiddetta epoca della secolarizzazione, del post secolare, dell’umanesimo esclusivo: oltre l’umano non c’è che l’umano.
La Madonna, l’angelo, abitavano l’epoca di mia nonna, era l’epoca dell’incanto, nella quale gli angeli, i santi, la presenza di Dio, la Madonna, erano di casa, erano domestici. Ci potevi credere o non credere ma era normale, erano una presenza.

Il mondo era abitato dal divino. Quel mondo è finito. Ma è davvero cambiata la realtà? O è cambiato il modo di guardarla?

In un mondo che è post secolare, che cosa vuol dire che le indagini ci dicono è in crescita una ricerca spirituale? Uno sguardo spirituale anche proprio del creato, della natura. Ma pensate a quanta ricerca spirituale di tantissime persone che però non si rivolge alle né chiese né alle religioni. Noi siamo in un’epoca post secolare, in un’epoca secolarizzata, e questo dipinto fotografa la realtà.

Le religioni a cosa servono oggi? Che ci stanno a fare le chiese? Che cos’è oggi la scaletta?

In quest’epoca le religioni e le chiese non devono più essere alla ricerca di un proprio spazio e dunque poi cercare di discutere o accordarsi sullo spazio a te, lo spazio a me, lo spazio all’altro, ma nello spazio comune, dove c’è il problema della pace, il problema dell’ambiente, essere capaci di fare da scaletta.

Una delle grandi tentazioni delle religioni e delle chiese, compresa la nostra Chiesa cattolica, è quella di essere autocentrata, autoreferenziale. Papa Francesco su questo ha parlato a lungo. Se sei autocentrato, finisci con l’essere uno spazio a parte. Un bravo pastoralista, Luca Bressan, anni fa disse: Che cosa sono ormai le nostre parrocchie se non una riserva indiana? È interessante questa affermazione. Le riserve indiane sono quegli spazi riservati ai nativi americani che si vestono come nei modi loro, coi cappelli a modo loro, le piume a modo loro, usano la lingua loro, fanno i rituali loro. Gli americani ogni tanto la domenica o sabato vanno a fare un giro perché è caruccio vedere questi nativi americani. Però poi la vita seria sta da un’altra parte. Gli italiani ogni tanto fanno un giro in parrocchia a vedere i vescovi coi cappelli strani e con le casule colorate ma la vita seria sta da un’altra parte. Questa cosa è tremenda.
Vogliamo allora continuare a mettere insieme delle isole della società, discutendo cosa tocca a te, a me, e a come vogliamo star vicini?
È questo l’ecumenismo? È questa la Chiesa? O la Chiesa è un’altra cosa?
Questo vale anche per il discorso della laicità, perché al pensiero della laicità fa comodo che le chiese non diano fastidio e stiano nel loro spazio.

Derio Olivero durante il convegno FISC. Foto: Gianni Zotta

La questione dello spazio è una questione molto seria, perché alla fin fine tutti giochiamo a difendere gli spazi.
Diceva papa Francesco che il tempo è superiore allo spazio, invitava a lavorare insieme su comuni processi più che a difendere i propri spazi.
Pensate le critiche dell’ambito dell’area conservatrice alla Laudato si’. Erano proprio di questo tenore: perché il Papa si occupa di cose del clima, pensi piuttosto a dire le preghiere. Qui sta proprio la difficoltà di cambiamento che incide anche sul rapporto ecumenico e delle religioni. Anche le critiche di Trump dicono: lo spazio è mio e tu, Papa, pensa alle cose teologiche, cioè pensa alla riserva indiana che la vita e il mondo li gestisco io. Visto da un punto o visto dall’altro la questione grossa su cui dobbiamo giocarci è non gestire spazi nostri, ma nello spazio comune essere capaci di fare da scaletta, di indicare una presenza e dunque di indicare da credenti una lettura particolare del mondo, ciascuno secondo le proprie letture credenti, avere cioè un approccio culturale: stare insieme nello spazio pubblico, capaci di dire la propria visione del mondo.

Oggi è in gioco questa cosa, riposizionare le religioni nello spazio pubblico ed è difficile anche per noi cattolici riposizionarsi sullo spazio pubblico. Noi veniamo da un’epoca in cui eravamo padroni dello spazio pubblico, ora siamo dentro uno spazio culturale. Come riposizionarci? Non più da padroni, né, come dire, da arrabbiati perché ci han rubato lo spazio, ma neanche da ritirati nel proprio spazio, dimentichi dello spazio pubblico. Questo vale per tutte le religioni e per tutte le chiese sapendo che lo spazio pubblico non è confessionale e non è neppure neutro ma è plurale. La pace sociale non si costruisce eliminando il religioso ma regolandone la presenza. La pace sociale non si sparisce tirando via il religioso, questa è la posizione nostra in Occidente, nata nel ‘600 durante le guerre di religione, dove si riteneva che col tenere le religioni nel pubblico, si finisce male e bisogna relegarle da un’altra parte. Oggi il mondo è cambiato e bisogna avere anche il coraggio di dire che possiamo riposizionarci, cioè rivedere dopo quattro secoli questo discorso.
Lo so che questo è un tema difficilissimo, ma se le religioni si occupano di ambiente, di clima, di giustizia sociale, di immigrazione, stanno occupando lo spazio pubblico.

E com’è che lo stiamo riposizionando? Con quali diritti e con quale forma? Tutto questo è molto serio perché sull’ambiente si fila via liscio. C’è stato un po‘ di rumore all’inizio della Laudato si’ ma appena si toccano altri temi, come l’immigrazione, allora non si fila via più liscio e il tono è: voi non immischiatevi, appena tocchi la giustizia sociale – non immischiatevi.

Le religioni hanno a che fare col tema della verità senza coercizione

In Dignitatis humanae, nel proemio, si legge: la verità non si impone che per la forza della verità stessa. Cosa vuol dire? Vuol dire che nel mondo plurale e nel dialogo plurale, le cose che diciamo noi sull’ambiente, sul creato, sono uno sguardo di fronte ad altri che hanno altre visioni.
È difficile per un credente dire questo, non diventare integralista?
Laudato si’ è stato un esempio bellissimo e dovrebbe essere studiata come metodo innanzitutto, oltre che per il contenuto.
Richard Sennett (sociologo statunitense, n.d.r.) dice una cosa bellissima: “Vivere come uno tra i molti, coinvolto in un mondo che non rispecchia solo se stessi”.

Per noi cattolici questo atteggiamento è difficilissimo perché vivere come uno tra i molti, uno tra i molti, cioè stare al tavolo alla pari con tutti, con i non credenti non è facile. Ma soprattutto stare coinvolti in un mondo che non rispecchia solo noi stessi, non è facile. Come restare allora coinvolti in questo mondo che non dice proprio le cose che diciamo noi, questa società non le dice proprio come le diciamo noi, a volte le dice all’opposto di come le diciamo noi?

Com’è stare nel mondo in modo appassionato?
Come riposizionarci sia come religioni che come mondo laico per sapere davvero abitare la pluralità e come aiutarci tra religioni e tra chiese a riposizionarci ed essere generativi nello spazio laico? Questa è una grande questione su cui a livello nazionale stiamo lavorando e io credo che questa è la strada da battere per il futuro, per uscire da un secolarismo escludente. Il secolarismo escludente è quella tentazione che dice: le religioni si occupino dello spazio privato, il pubblico delle questioni pubbliche.

I tre paradigmi: il secolarismo escludente, il secolarismo inclusivo e il pluralismo post secolare.

Il secolarismo escludente dice: al privato le religioni e al pubblico, il pubblico. Il secolarismo inclusivo dice che lo Stato, ovviamente, non è confessionale ma riconosce alle religioni una possibilità di azione.
Il pluralismo post secolare è lo spazio pubblico è abitato da visioni religiose e non religiose. È appunto tutto ciò che avete fatto in questi giorni in questo convegno, avete abitato lo spazio pubblico. Ma con che diritto? Come stare in questo spazio pubblico nel pluralismo post secolare? Ci sono tante teorie, per esempio Jürgen Habermas aveva la teoria dialogica, cioè si sta nello spazio pubblico imparando a tradurre, le religioni stanno nello spazio pubblico imparando a tradurre. Quando stai nello spazio pubblico ci puoi stare come credente imparando a tradurre le tue formule, i tuoi dogmi, perché siano sensate, comprensibili e possano entrare in dialogo. Oppure secondo Charles Taylor ci si deve stare come fonte morale, come suscitatore di questioni etiche morali. Anche questo è interessante. Sono tutti tentativi per dire come ci dobbiamo stare come religione e chiesa. Io amo chiamarlo l’ecumenismo in uscita.

L’ecumenismo in uscita si fa queste domande: come possiamo imparare davvero a dare un contributo culturale alle questioni pubbliche? Olivier Roy, uno che parla della crisi culturale dell’Occidente, nel suo libro L’appiattimento del mondo, dice che in nome della normatività si è appiattita la cultura e si chiede per quale motivo la natura sia ritornata in maniera così prepotente nel nostro immaginario? Per il fatto che non esistono più evidenze culturali. Il pensiero occidentale ha sempre concepito la cultura in opposizione alla natura, nella filosofia greca come nel cristianesimo, ragion per cui il dibattito attuale sulla natura non può che essere una conseguenza della crisi della cultura. Cito questo perché uno dei grandi rischi dal punto di vista culturale è trattare la natura come feticcio e in certe ricerche spirituali sta diventando così. La natura diventa il nuovo idolo. Dall’altro abbiamo una cultura neoliberale, una cultura capitalista che tratta la natura come una cava di pietre da cui prendere e depredare. Quale apporto culturale riesce a dare ogni singola religione per rileggere proprio la natura, ovviamente in modo culturale? Non esiste una cosa al mondo che sia naturale, noi al mondo stiamo solo in modo culturale.
Questo ci dice sicuramente una grossa revisione di temi fondamentali quali il tema della verità.

Che cosa sono verità e identità?

Vi cito solo una frase sull’identità che mi sembra importante: “L’identità non è un dato assoluto da conservare al sicuro, ma una ricerca, una strada, un esodo e una decisione” (Rosanna Virgili, biblista, Qual è il tuo nome?). Che cosa vuol dire questo per una chiesa? L’identità di una chiesa non è un dato assoluto da tenere ben saldo, ripetere ridicendola in modo più forte. Alcuni dicono che basti ridire in modo più netto e chiaro cos’è il cristianesimo e avremo risolto i problemi. Ma l’identità è una ricerca. Qual è il cristianesimo vero? Sei o sette anni fa, è uscito un libro che si intitola ‚Il cristianesimo non esiste ancora‘ del domenicano Dominique Collin. Il titolo è provocatorio ma ci fa chiedere qual è il vero cristianesimo? È quello dei Padri? È quello del Medioevo? È quello del Concilio di Trento, visto che siamo a Trento, è quello di oggi? Sono così diversi se mettiamo insieme il cristianesimo di oggi con il cristianesimo del Medioevo, ma è davvero così diverso? Gli elementi di fondo sono costanti. Il libro sostanzialmente dice che il Vangelo è talmente pieno di possibilità, di densità, di ricchezza che il vero cristianesimo non c’è ancora. Lo dobbiamo ancora esprimerlo, abbiamo ancora 1.000 forme da dire. La vera identità è una ricerca, una strada, un esodo, una decisione. La mia identità è anch’essa una strada, è un percorso, un esodo. È uscire da noi.

Allora capite, l’ecumenismo e il dialogo futuro sta su queste cose ed è chiaro che, ad esempio, il dialogo con l’Islam arricchirà moltissimo il cristianesimo, ma non perché dico che l’Islam sia migliore di me, ma che, interagendo con l’Islam, scoprirò delle cose che forse non abbiamo ancora scoperto del cristianesimo.
Pensate alle questioni ambientali, nel serio dialogo con la scienza riscopro una ricchezza del cristianesimo che non avevo prima. E ancora. Il cristianismo di oggi, dopo l’enciclica Laudato si’, è più ricco che prima della Laudato si’.
Questo è potente ed è ciò che il teologo, filosofo e presbitero ceco Tomáš Halík chiama terzo ecumenismo.

Il terzo ecumenismo e l’ecumenismo in uscita

Il primo ecumenismo era quello fra le chiese cristiane; il secondo ecumenismo quello tra cristiani e altre religioni. Il terzo ecumenismo è tra credenti e non credenti.
La storia dell’ecumenismo è bellissima: cercare di dialogare coi protestanti, con gli ortodossi. Si è iniziato in questi anni a dialogare con l’Islam, con i buddisti, e questo è di una ricchezza enorme. La grande questione oggi è imparare a dialogare con i non credenti, imparare insieme noi, i musulmani, a dialogare con i non credenti. Questa è la grande sfida di domani.
Che cosa vuol dire dialogare insieme nello spazio pubblico sulle questioni pubbliche? È l’ecumenismo in uscita.
Scrive Halik: “La Chiesa intende se stessa come un sacramento, cioè un simbolo e un segno efficace dell’unità a cui tutta l’umanità è chiamata. Come deve cambiare la Chiesa, sotto molti aspetti e in molti modi interamente divisa e chiusa, per servire all’unificazione dell’umanità? Spesso sentiamo dire che il primo passo è quello di unire i cristiani. Tuttavia, sono sempre più consapevole che anche nel compiere quel passo dobbiamo tenere presente l’obiettivo finale, molto più impegnativo (…). Riusciremo ad avvicinarci all’unità dei cristiani solo se la nostra unità reciproca non ne sarà il fine ultimo. Dobbiamo investire i nostri sforzi per unire i cristiani fra loro nel perseguimento di un’ecumene molto più ampia e profonda: la creazione di uno spazio vitale per l’intera famiglia umana e per la coesistenza armoniosa di tutta la creazione di Dio” (T. Halik, Il sogno di un nuovo mattino, p.89).

Fantastico. Il nostro scopo, insieme agli altri cristiani, è quello di servire la coesione sociale e la capacità di cura di questa terra. Non si tratta di parlare dell’ambiente, per buona educazione, perché ne parlano tutti. Questa è la questione seria che dobbiamo mettere bene in testa, perché non è così chiara. Spesso, e non dico solo nelle aree conservatrici, anche nelle aree “normali” si pensa che il Papa di prima era patito di questi temi e dunque chiniamo il campo, trattiamo anche noi questi temi, però cerchiamo di salvare la Chiesa, che importa il mondo?
È un problema che abbiamo tutti, noi cristiani cattolici, i protestanti, gli ortodossi.
E invece si tratta di una questione seria che significa rimetterci insieme al servizio di questo mondo, che vuol dire al servizio della giustizia, al servizio della pace, al servizio della coesione sociale e, studiando una forma che non sia solo moralismo, cioè che non sia il noi vi diciamo ciò che dovete fare.
Noi cattolici corriamo sempre il rischio di avere un approccio morale, perché noi sappiamo come bisogna fare, come bisogna risolvere le questioni, perché noi abbiamo la verità. Ma non è sempre detto che noi sappiamo subito come si risolvano i problemi, soprattutto quelli nuovi.
Noi siamo in ricerca con gli altri con una luce particolare. Non diamo mai per scontato quanto dice la Laudato si‘ al punto 12:
“Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.

Noi guardiamo le cose nella certezza di una presenza

Ritorniamo al dipinto da cui sono partite queste riflessioni. Noi partiamo dal fatto che il mondo è abitato da una presenza e ha una sua misteriosità.
A livello nazionale l’ecumenismo prova a muoversi in queste direzioni. Da tre anni abbiamo un tavolo con i capi delle chiese e con i capi delle religioni, non semplicemente per andare d’accordo, ma per trattare insieme queste tematiche. A gennaio siamo riusciti a firmare un patto coi capi delle chiese che sono in Italia e il patto dice innanzitutto che ci impegniamo a stare insieme al tavolo, qualunque cosa capiti nel mondo, il che è una questione molto seria. Se capitasse una guerra tra ortodossi russi e ortodossi ucraini, noi qui in Italia stiamo al tavolo insieme coi russi e con gli ucraini. Non è una cosa da poco di questi tempi e speriamo che a giugno si possa firmare coi capi delle religioni, dove ci sarà anche lì la stessa frase: ci impegniamo a stare insieme. L’articolo tre del patto dice che, in obbedienza al comandamento dell’amore e al mandato evangelico, ci impegniamo a operare in favore della giustizia, della pace e della solidarietà tra gli uomini e le donne del nostro tempo, in particolare in favore della tutela della dignità di ogni persona creata a immagine di Dio; della promozione della pace e del dialogo tra i popoli, cultura e religioni; in favore dell’accoglienza dei poveri, dei migranti, degli emarginati e di quanti soffrono; a operare nella custodia del creato come dono affidato alla nostra responsabilità comune; nella lotta contro l’antisemitismo. Sono temi concreti che diventano questioni difficilissime da risolvere. Eppure vale la pena andare in questa direzione. Vi faccio un esempio: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Se è vero il discorso che ho fatto, cosa vuol dire? Insegnare ai cattolici, non funziona più. Non è che si risolve domani, magari ci vogliono 10, 15 anni. Però dobbiamo imparare a questionarci, a restare insieme come uno tra i molti coinvolti in una realtà culturale che non rispecchia solo noi stessi.

Dunque, le religioni che ci stanno a fare? Possono starci nello spazio pubblico? E come devono starci?

Ve lo dico con le parole di Etty Illesum. Etty Illesum, ebrea, in un campo di concentramento scriveva:
“Se non sapremo offrire al mondo nostro impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo e non un senso nuovo delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e desolazione, allora non basterà”.

Questo approccio vale anche per il tema del creato, non è un apporto banale per noi umani che sempre dobbiamo scegliere come stare al mondo. Che sia un mondo perfetto, un mondo inquinato, un mondo che ha risolto l’inquinamento, un mondo con la CO₂, in un mondo che ha risolto la CO₂, a noi è sempre chiesto di scegliere come stare al mondo. Su questo noi dobbiamo lavorare e non è sempre detto che le religioni ci stiano lavorando, ma questo è l’apporto delle religioni per noi, come diceva Martin Heidegger, che siamo l’unico animale costretto a volere per essere. Gli altri funzionano e l’unica questione è sopravvivere. Noi non solo funzioniamo, noi dobbiamo sempre scegliere, costretti a volere, a scegliere come stare al mondo. Tutti noi scegliamo di essere qui, di andarcene, potete alzarvi e andare, di stare ancora un attimo. Avete scelto di venire, potevate scegliere di stare a casa. Noi dobbiamo sempre scegliere. Anche nel mondo di domani dovremmo continuare a scegliere, comunque sarà, un mondo cupo o più bello. Noi dovremmo continuare a scegliere e le religioni si devono attrezzare e dare un apporto di senso.