A Braunschweig e a Stoccarda i due primi processi dieselgate. Amburgo, Francoforte, Stoccarda, Colonia e Monaco tutte città con un alto livello di emissione di NO2 (ossido di azoto) saranno le prime città a essere colpite dai divieti di circolazione per le vecchie diesel. In Germania vi sono 13,23 milioni di auto diesel in circolazione, di cui solo 3,8 milioni dell’euroclasse 6. Gli altri 11,4 milioni dovranno essere messi in grado di rispettare le vigenti norme ambientali con interventi tecnici con un costo d’intervento per singola vettura oscillante tra 1400 e 3300 euro a secondo dell’euroclasse di appartenenza. L’industria automobilistica tedesca non intende farsi carico di questi costi, per cui la DIHK – Camera tedesca di Industria e Commercio – suggerisce che i necessari mezzi finanziari siano prelevati dai fondi fiscali del Bund. Morale: alla fine, come sempre, pagherà “Pantalon”

Scorrendo le cronache dello scandalo “dieselgate” degli ultimi tre anni il lettore si è più volte chiesto come mai i manager dell’industria automobilistica tedesca abbiano potuto ledere in modo così grave, anche con la complicità dei politici nazionali e di quelli di Bruxelles, i diritti dei cittadini europei autorizzando la circolazione di auto diesel taroccate che soltanto sulla carta simulavano il rispetto delle leggi ambientali. Si è chiesto, inoltre, quale sarebbe oggi la situazione in Europa se gli ambientalisti americani fossero stati così superficiali come i loro colleghi europei: continueremmo ancor oggi a credere di respirare nelle nostre città aria pulita come i manager di “VW & Co.”volevano farci credere? Com’è stato possibile che con il beneplacito di Bruxelles si siano arrecati per decenni danni così gravi alla salute delle popolazioni europee con il dieselgate? Per fortuna, grazie a chi oltre atlantico ha ritenuto doveroso andare a fondo sugli aspetti nocivi del diesel, anche gli europei si sono resi conto, pur con un grave ritardo, dei danni che ai cittadini possono derivare qualora nella mente dei supermanager riesca a farsi strada la sensazione di un quasi illimitato potere.

Effettivi negativi dei sostegni politici

Il caso dell’ex amministratore delegato (ad) Martin Winterkorn, rimasto troppo a lungo al vertice del grande gruppo automobilistico Volkswagen, è esemplare per capire come un manager possa arrivare a non essere più in grado di distinguere tra il bene e il male della sua politica imprenditoriale. Dimessosi di “sua iniziativa”dopo la scoperta del dieselgate, Winterkorn ha ancor oggi la sfacciataggine di continuare a sostenere di non essere mai stato informato della colossale truffa del gruppo Volkswagen e di cui nessuno saprà mai dire quante morti premature abbia effettivamente provocato. Abbiamo tutti i motivi per dubitare che durante la sua attività al gruppo di Wolfsburg l’ex-ad Winterkorn si sia mai chiesto seriamente quanto le sue decisioni siano costate in termini di salute ai cittadini delle grandi metropoli mondiali. Possiamo anche immaginare un cinico e arrogante Winterkorn che non esiterebbe a rispondere che”tanto la gente non mai vissuto così a lungo come nelle nostre attuali società occidentali”. Il vero problema è stato il venir meno del senso di enorme responsabilità di cui i supermanager al vertice dei grandi gruppi sono investiti e il fatto che, indipendentemente dalla validità e dalla correttezza della gestione, alla fine la liquidazione e la pensione hanno un significato chiaramente sociale. Ancora non è chiaro come finirà nel caso di Winterkorn, ma sappiamo che il suo successore Matthias Müller dopo un’attività di soltanto qualche mese come presidente del consiglio di direzione (Ceo) del gruppo VW si sta godendo una pensione di 3000 euro, bada bene al giorno, vale dire oltre un milione di euro all’anno!

Gravi i danni all’immagine VW

Per aver violato le severe leggi ambientali americane con la vendita di soltanto 600mila automobili diesel, la Volkswagen è stata costretta a pagare negli Usa ammende per circa 27 miliardi di dollari. In Europa dove le sue vendite di auto diesel si aggirano attorno ai dieci milioni di unità, il gruppo VW ha pagato sinora soltanto l’ammenda di un miliardo di euro in Germania e il resto è ancora tutto da vedere, anche in Italia. Sono trascorsi ormai tre anni da quando l’imbroglio del dieselgate è stato scoperto; i processi sono in ancora in fase d’istruttoria ed è chiaro sin d’ora che saranno seguiti dai processi di appello. La truffa è gravissima non solo per i danni causati alla salute pubblica europea ma anche perché essa è stata architettata sin dall’inizio insieme con la Bosch di Stoccarda, grande e prestigioso gruppo tedesco di tecnologia e servizi con 403mila dipendenti e 78 miliardi di euro di fatturato a livello mondiale nel 2017. È della Bosch il brevetto del famigerato software installato su tutti i motori diesel del gruppo VW. Un congegno elettronico che in occasione delle omologazioni dei vari motori diesel attestava un perfetto rispetto dei limiti di emissione dei gas di scarico (in particolare del velenoso ossido di azoto NO2) e per poi dar loro via libera quando l’auto correva liberamente su strada senza più controlli. Ora accade che la Bosch si trovi di fronte a una richiesta del tribunale di Stoccarda (Landgericht) il quale, in seguito alla richiesta danni avanzata dagli azionisti VW, le ha chiesto di poter prendere visione degli scambi epistolari con vari uffici Volkswagen relativi allo scandalo dei gas di emissione diesel. La Bosch si rifiuta, però, di accogliere la legittima richiesta del tribunale ed è subito ricorsa in appello. Un episodio difficile da comprendere perché è ormai ufficialmente assodato che soltanto grazie al prestigio della Bosch e della sua tecnologia il gruppo Volkswagen, insieme con altri produttori di auto diesel, ha potuto trarre in inganno le autorità addette a livello mondiale alla sorveglianza del rispetto dell’ambiente.

Decenni di falsità

La specie imprenditoriale tedesca sotto certi aspetti ha dell’incredibile. Supportati da un’incessante campagna propagandistica, molti dipendenti VW non hanno avuto difficoltà in passato nel sostenere che il diesel era il motore più pulito al mondo. All’interno dei gruppi Volkswagen e Bosch i manager erano pronti a giurarlo tanto che i loro esperti pubblicitari avevano già cominciato a trasmettere alla televisione americana uno spot di una distinta attempata signora la quale aveva appena acquistato un’auto diesel Volkswagen e mostrava alla sua amica con evidente orgoglio come la sua sciarpa di lana bianca restasse tale e quale anche dopo essere stata esposta alle emissioni dei gas di carico della nuova vettura. Chi come me ha avuto modo di vedere questo impudente spot fece fatica allora a credere ai propri occhi e alle proprie orecchie anche perché nel frattempo erano trapelati i primi particolari della notizia secondo cui gli americani avevano in tasca la sicura prova che i motori diesel tedeschi non erano affatto puliti come la Volkswagen andava asserendo e che anzi al contrario erano pericolosamente sporchi. La Bosch, già condannata negli Usa, come riportato nell’ultimo numero del nostro mensile prima della pausa estiva sostiene di aver già pronta una nuova e efficiente versione del software in piena regola con le severe norme ambientali europee. Motori, stando alla recente pubblicità della Bosch e della Volkswagen, in grado di rispettare in qualsiasi situazione le norme ambientali e non soltanto sui banchi di prova delle officine autorizzate a eseguire i test di omologazione delle vetture. A questo punto un’altra domanda sorge spontanea: come mai gli specialisti americani se ne sono accorti del trucco tre anni fa, mentre in Europa è passato più di un decennio senza che nessuno notasse mai nulla? Questo e altri interrogativi dovranno trovare una risposta al più tardi nel corso del processo che in settembre inizierà a Braunschweig. Martin Winterkorn, quale massimo esponente del gruppo Volkswagen sostiene che evidentemente qualcuno in passato – nota bene a sua totale insaputa – aveva fatto installare in milioni di motori diesel un software in grado di falsificare i dati di emissione dei gas di scarico. Molti dipendenti al processo che si svolgerà a Braunschweig sono pronti a testimoniare che in diversi ambienti del gruppo la voce correva ma che nessuno si azzardò a farne denuncia. La loro deposizione sarà decisiva e metterà la Volkswagen con le spalle al muro costringendo il pagare miliardo di euro agli azionisti Volkswagen i cui titoli da un momento all’altro subirono un pauroso crollo. Resterà poi da chiarire il capitolo del risarcimento che il gruppo Volkswagen dovrà pagare agli acquirenti di una vettura del gruppo di Wolfsburg. Per quanto riguarda le auto immatricolate in Italia, “Altroconsumo” a nome dei 90mila aderenti alla class action avviata nei confronti del gruppo Volkswagen ha precisato che la prossima udienza si svolgerà a fine 2018. La richiesta è di un risarcimento del 15% sul prezzo a suo tempo pagato per una vettura con diesel taroccato di una delle diverse marche del gruppo Volkswagen coinvolte nello scandalo del dieselgate.

 

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