Se in Italia il terremoto di Zafferana Etnea fortunatamente non è stato forte abbastanza per causare vittime umane, lo tsunami che poco prima ha colpito lo Stretto della Sonda fra Giava e Sumatra ha fatto centinaia di morti. Il vulcano colpevole del disastro ha un nome sinistro: Anak Krakatoa, cioè „Figlio del Krakatoa“, perché suo padre non esiste più: si è autodistrutto nel mostruoso parossismo vulcanico del 1883. Fino a quel momento il Krakatoa non era che una pittoresca isoletta grossa poco meno di Ischia, ma più allungata, con tre coni vulcanici di altezza decrescente che si susseguivano come una scaletta: 820m (chiamato Rakata), 450 m (Danan), 120m (Perboewatan) rispettivamente. L’eruzione comincia il 20 maggio e rigurda solo il Perboewetan. Niente di speciale in Indonesia, il paese più vulcanico del mondo, e la vita prosegue normalmente fra le due sponde dello stretto, tanto più che dopo un mese la furia del vulcano decresce e l’eruzione sembra prossima a spegnersi. Ma ecco, il 24 giugno si sveglia il cono mediano, il Danan, ma neanche questo basta a mettere in allarme la popolazione indigena né le autorità olandesi.

Nel frattempo anche il terzo cono vulcanico, il Rakata, entra in eruzione, e tutti e tre assieme fiammeggiano come in un Avvento dell’Apocalisse. Questa sopraggiunge inesorabile il 26 agosto e dura due giorni d’incubo. A mezzogiorno è notte fonda; il Krakatoa è ravvolto in nubi nerissime da cui salgono e scendono colonne di fuoco alte fino al cielo; sfere di fuoco bianco vagolano qua e là sopra le acque inquiete dello stretto, dovunque si avvertono scariche elettriche, l’aria satura di vapori sulfurei è diventata irrespirabile e dal cielo piovono pietre pomici grosse come zucche. Si susseguono scariche di violenti scoppi che a 2.880 km di distanza, nel porto di Manila nelle Filippine, vengono interpretati come cannonate a salve di una nave in pericolo. Finalmente la gente che abita sulle rive della Sonda si spaventa e incomincia a fuggire sulle montagne dell’entroterra. Un telegrafista del luogo fa in tempo a trasmettere l’allarme alla capitale delle Indie Olandesi: „Il Krakatoa esplode“; poi la linea s’interrompe.

Alle ore 13 inizia il parossismo finale: una nube alta 27 km s’innalza sopra il vulcano, mentre dai crateri fuoriescono nubi ardenti in tutte le direzioni. Il mattino seguente, 27 agosto alle 5:43 un’esplosione terrificante scuote Batavia (l’odierna Giakarta), tutti gli edifici tremano per lo spostamento d’aria. Proviene dal Perboewetan, a 160 km di distanza.

Uno tsunami alto 11 metri, come una casa di tre piani, s’avventa sulle coste spazzando via tutti i centri abitati. Alle 6:44 una seconda esplosione, ancora più violenta -stavolta proviene dal Danan- scatena uno tsunami più alto di 42 metri, perché sommerge interamente un faro di quell’altezza, di cui non rimane che la base in cemento. L’esplosione successiva, alle 10:02 è la più violenta mai registrata nella storia umana; viene udita distintamente all’altra estremità dell’Oceano Indiano, a quasi 6.000 km di distanza. È come se in Italia si sentisse un botto avvenuto a Kabul. Sfonda i timpani dei marinai su una nave che incrocia a 64 km di distanza. Dallo sbalzo di pressione registrato dai barometri di Giakarta è possibile valutarne la potenza ad oltre 200 Megaton, pari a circa 700 bombe di Hiroshima. Non è possibile valutare l’altezza del terzo Tsunami, che deve aver raggiunto proporzioni hollywoodiane. Manda a pezzi la barriera corallina spargendone nell’entroterra i blocchi pesanti fino a 600 tonnellate. La nave a vapore Berouw all’ancora nel porto viene scaraventata a 3,5 km di distanza nell’interno. Zero sopravvissuti.

Nello stesso tempo il Krakatoa incomincia a sprofondare, risucchiato in una voragine apertasi nella crosta terrestre. Un’ultima orrenda esplosione, poi un silenzio di tomba si stende sul mare: l’eruzione è finita, il Krakatoa si è inabissato, solo un lembo del Rakata emerge ancora. Lo stretto è interamente intasato da uno strato di pomice galleggiante così spesso, che ci si può camminare sopra. Assieme alla pomice galleggiano innumerevoli cadaveri umani, qusi tutti nudi, oltre che di cani, capre, cavalli, bufali, elefanti, tigri. Le vittime accertate superano le 36 mila. Pochi anni dopo, dalla voragine sottomarina emerge un nuovo cono vulcanico, degno figlio di cotanto padre come abbiamo appunto constatato. Qualche lettore potrà obiettare: che ce n’importa a noi di ‘sti fatti avvenuti quasi agli antipodi, più d’un secolo fa? Per due motivi: primo perché si trattò di un evento planetario. 20 km³ di cenere furono sparati nella stratosfera e vi rimasero per almeno tre anni causando dovunque tramonti d’incredibile intensità cromatica; il pittore norvegese Munch sembra averli fissati nel cielo rosso-sangue che fa da sfondo al suo celeberrimo quadro „il grido“.

L’onda d’urto dell’esplosione fece il giro del mondo e dopo 19 ore le sue esteremità si scontrarono agli antipodi riflettendosi all’indietro. La temperatura media del pianeta calò di 0,5 °C, e solo nel 1888 ritornò ai valori normali. Ed il secondo motivo: perché se il Krakatoa è così lontano sulla superficie del globo, sulla classifica dei vulcani esplosivi è molto vicino al nostro caro Vesuvio.

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