Una serie del Corriere d’Italia in collaborazione con il Consolato Generale a Francoforte sul Meno a cura di Nicola Coronato

Nino Pezzella è docente al Museo Städel di Francoforte e autore di documentari premiati dalla critica internazionale. Una vita artistica in equilibrio tra arti e culture. Vi proponiamo un breve ritratto del Maestro tracciato alla Mezz’Ora Italiana, il programma radiofonico della Saarländische Rundfunk realizzato in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia a Francoforte sul Meno. In un’intervista rilasciata a Pasquale Marino, in occasione del Festival cinematografico “Verso Sud” a Francoforte, il Maestro Pezzella racconta anche del suo documentario “I femminielli” che ha vinto nel 2014 il primo premio della Critica Cinematografica Tedesca.

Maestro, chi sono i femminielli?

I femminielli sono un fenomeno diciamo non solo “folkloristico”, direi anzi antropologico. Sono, a mio avviso, residui viventi di un’antichità pagana che praticamente è sopravvissuta solamente in questo “humus”, uno strato sociale, che è quello dei quartieri spagnoli di Napoli. Sono travestiti, che però sono molto integrati nel tessuto sociale proprio dei quartieri spagnoli a Napoli, dove sono considerati dei portafortuna.

E questo ha contribuito anche a evitare la loro emarginazione, come purtroppo nel corso dei secoli è capitato agli omossessuali in generale che erano puniti dalla legge, condannati, emarginati e in alcuni casi anche perseguitati brutalmente. Ecco, i femminielli si sono salvati grazie a questo valore antropologico, culturale o subculturale che Napoli ha loro attribuito?

Penso di sì. Dunque loro manifestano, diciamo così, il “congiungimento” dei due sessi. Incorporano tutti e due i sessi e per gli strati subalterni di Napoli questo significa un approccio al divino. Loro veramente rappresentano il divino, ma solo nel substrato di Napoli. Infatti, come ho già detto, vengono considerati dei portafortuna, vengono spesso invitati a degli eventi speciali, a battesimi, a matrimoni come di buon auspicio. Loro hanno anche dei rituali che forse nell’antichità erano normali come per esempio la numerologia, le tombole e poi dei riti che esistono solamente a Napoli come lo sposalizio dei femminielli o “a figliata”.

Quanto tempo sei stato a Napoli per filmare il mondo dei femminielli?

All’inizio, sono stato a Napoli per mesi e poi ancora dopo aver avuto la fortuna di conoscere dei napoletani a Francoforte. Io avevo già girato dei cortometraggi su Cucullo, sulla festa dei serpari a Cucullo, dove praticamente in una festa cristiana di San Domenico vengono venerati delle serpi in una sorta di residuo pagano di antichi culti. In quella occasione, un mio amico mi disse: guarda, se vuoi girare un film, dove ci sono ancora dei culti pagani, vieni a Napoli e ti faccio conoscere i femminiell

Ci racconti un po’ chi era Nino Pezzella, prima di diventare artista, maestro di cinematografia?

Sono cresciuto a Pescara, in Abruzzo, da padre pescarese e madre tedesca. Poi venni negli anni 70 in Germania, feci le scuole qui fino alla maturità. Poi decisi di studiare. Prima arte grafica, feci un anno nel politecnico Fachhochschule a Wiesbaden, arte comunicativa, dove venni a contatto anche con il disegno ma soprattutto con la fotografia. Dopo un anno, andai a studiare a Francoforte pittura e cinematografia, c’era questa combinazione, e da lì feci i primi passi verso la cinematografia a 16mm. Dopo aver completato gli studi, feci molti cortometraggi e vinsi una borsa di studio per studiare cinematografia a Chicago, all’Arte Institute of Chicago.

Tra l’altro, la tua biografia cita lo studio alla Städelschule, prestigiosissima scuola di grafica, disegno e film a Francoforte. Spiegaci la tua arte e il tuo cinema. Il nesso con il sonoro. Esiste un nesso stretto fra tono e immagine?

Assolutamente sì. Voglio precisare che mio padre fu musicista e mi diede un certo addestramento musicale. Lui m’insegnò la musica e, infatti, il mio film ha molto a che fare con il sonoro, con la musica. Quando si fa il montaggio, quando si mette il sottofondo musicale, quando si usano tutti i tipi di arte sonora o si fanno registrazioni di voci, registrazioni di elementi come il traffico di Napoli, il film diventa tale. A volte andavo con il mio microfono per Napoli a registrare solo voci, ambienti che poi montavo come sottofondo alle immagini. Il sonoro è molto importante e sottolinea le immagini. Il sonoro è molto importante per il film quanto, naturalmente, l’immagine stessa.

E il film sperimentale?

Il film sperimentale è un po’ difficile da descrivere anche se è un’arte visiva che forse avrete già visto. Se guardate tutti questi video clip che oggi esistono nell’ambiente musicale, notate che lo stile dell’immagine, come le immagini sfocate, immagini con un montaggio velocissimo e poi di colpo immagini a rallentatore e poi ancora veloci, ebbene questo è tutto un linguaggio cinematografico nato e sviluppato nel film sperimentale.

Per sperimentale s’intende qualcosa di odierno, moderno, cioè nato l’altro ieri. Ma a quanto pare l’arte cinematografica sperimentale ha quasi un secolo di vita alle spalle.

Di più. Infatti, a Roma la scuola di film si chiama Centro dei film sperimentali. Dunque, il film sperimentale nasce con il film e mi tornano in mente diversi nomi specialmente dall’Unione Sovietica. All’inizio dell’Unione Sovietica ci furono degli artisti che veramente fecero degli esperimenti talmente incredibili da essere poi applicati successivamente anche nei film convenzionali di Hollywood. E si può dire che è sempre il film sperimentale che porta le innovazioni visive ed estetiche nei film convenzionali, nel film d’intrattenimento e anche nei documentari. Questo linguaggio dell’esperimento diventa a volte una sorta di canone del filmato in tutte le sue forme.

Tu mi parlavi dei moderni video clip che attingono a quella scuola di cinema sperimentale. Però tu lavoravi e lavori con un mezzo molto classico, quasi antico e cioè la pellicola 16 mm. Come si fa a combinare questo tipo di esperimento con un mezzo, visto dal punto di vista d’oggi, così arcaico e che offre scarse possibilità di lavoro rispetto a un computer che ti fa fare tutto?

Ecco, qua si bisogna fare una precisazione. La pellicola è il film originale inventato nel 1900 anzi nel 1800 che fino al 2000 non ci fu, tecnicamente parlando, una grande differenza tra i film girati nel 1800 con quelli del 2000. Poi ci fu la rivoluzione digitale, che praticamente cambiò tutto e che si può considerare come una rivoluzione copernicana. Ma, lavorando con il celluloide, si poteva fare tantissimo, soprattutto con il montaggio, con l’esposizione del film, con le immagini sfocate, sovrapposizioni, cioè c’erano mille e una possibilità di elaborare le immagini. Prima si doveva applicare tutto manualmente adesso invece con il computer basta premere un pulsante e si ha tutto sul computer.

Tu però conosci l’arte di elaborare anche le singole immagini poiché fa anche parte proprio del tuo lavoro, o meglio dire della tua arte, in quanto anche grafico

Sì, sì. Ho iniziato con il disegno, la pittura e la fotografia e da lì nasce una connessione naturale con il film e con l’artigianato. Devo dire che ormai è diventato molto difficile fare dei film con la celluloide poiché non ci sono più laboratori che sviluppano questi film. È diventato praticamente impossibile.

Girando per mesi nei quartieri spagnoli, nei bassi fondi napoletani, a stretto contatto con i femminielli, si sono creati anche dei rapporti personali? Cioè, una volta finito il film, che rappresenta delle persone, persone vive che hanno dei loro sentimenti, hai rotto anche con loro, una volta finite le riprese o ti è rimasto qualche sentimento?

No, è rimasto tantissimo. Devo dire che purtroppo due dei protagonisti sono morti. Uno è morto durante le riprese del film. Aveva già una certa età ed è morto per cause naturali. L’altro invece è morto l’anno dopo, anche lui per cause naturali. Tutti avevano una certa età. Con gli altri ho mantenuto un rapporto molto bello e cordiale. Dunque, aver avuto a che fare con i quartieri spagnoli, con i femminielli, è stata un’ esperienza che mi ha trasformato la vita. Però devo dire che i quartieri spagnoli sono veramente una macchina del tempo. Nel senso che lì si vedono delle cose che sono rimaste genuine e che nell’Italia d’oggi sono sparite. Solo quell’ humus speciale poteva mantenere intatta una certa cultura dall’antichità.

Vorrei da te una sola frase, un giudizio su questo aspetto umano della città di Napoli. Di questo aspetto, che poi è così difficile da fotografare poiché soffocato da altre immagini con cui ci hanno già bombardato e continuano a bombardarci. Queste immagini sono fatte di violenza e cose aberranti ma in mezzo a tutte queste cose così scure esiste ancora una umanità in questa città che è stata amata in tutto il mondo e da gente che veniva da tutto il mondo. Come l’hai vista Napoli?

C’è un detto tedesco “Neapel sehen und dann sterben”. Napoli è il non plus ultra del Gran Tour. Allora i turisti tedeschi andavano a Napoli come nell’epicentro di una certa umanità. Ho cercato di separare questi stereotipi negativi. Con il mio stile “cinéma vérité”, significa andare nel centro con la cinepresa e inquadrare tutto quello che viene, senza usare filtri. Penso di aver fatto un ritratto abbastanza veristico e autentico. Non ho filtrato e ho centrato tanti elementi realistici e penso di aver fatto qualcosa contro questi stereotipi che, in fondo, a un certo punto non hanno niente a che fare con la realtà.

In Germania sei docente, insegni arte grafica e sei autore di altri importanti documentari. Ci parli un po’ delle tue attività.

Insegno all’Accademia di disegno a Francoforte. Poi insegno anche presso una scuola privata d’arte e perciò, in questo periodo, ho poco tempo libero per fare altri progetti, anche se ne ho tanti che vorrei realizzare. Durante il mio periodo a Napoli, ho girato altro materiale stupendo, che vorrei montare e per fare un nuovo film sulla città di Napoli. Però io mi ritengo anche pittore, grafico, disegnatore, insomma diciamo che sono un artista interdisciplinare e devo amministrare le mie energie.

 

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