Nella foto: Manifestazione anticovid a Lipsia, novembre 2020 ©Wikipedia.

Intervista a Pia Lamberty, psicologa e autrice con Katharina Nocun del libro Fake Facts- Come le teorie complottistiche determinano il nostro pensiero

Nel libro le autrici mettono in luce quali bisogni soddisfano le teorie complottistiche e quali ne sono i fondamenti psicologici. Sarebbe sbagliato, sostengono, tacciare, per esempio, i ribelli del coronavirus come degli idioti (covidioten), occorre invece un atteggiamento chiaro nei loro confronti. Nel libro le autrici, passando in rassegna le teorie complottistiche del passato e del presente, quelle di destra e di sinistra, quelle esoteriche e quelle sul clima, ne rilevano il funzionamento, i meccanismi di manipolazione con cui attecchiscono, e quali sono le strategie da mettere in campo per neutralizzarle. Il volume contiene anche il capitolo “Corona? Un’invenzione dell’industria farmaceutica. Il complottismo in situazioni di emergenza” che è stato concepito in fase finale del libro, quando è scoppiata la pandemia. Non si poteva non parlarne. Il libro è uscito il 15 maggio 2020. Pia Lamberty attualmente sta facendo il dottorato sul ruolo delle teorie complottistiche nella radicalizzazione delle persone, all’università di Mainz.

Nella foto la copertina del libro di Katharina Nocun e Pia Lamberty. Fake Facts, Quadriga Verlag, 2020, 19,90 euro.

Fra quelli che gridano „Lügenpresse” (stampa bugiarda), i Querdenker (pensatori obliqui), i complottisti c’è un comune denominatore? Quale?

Se andiamo per esempio a guardare il sondaggio rappresentativo Cosmo-Covid-19 Snapshot Monitoring si vede che a partire dal maggio scorso la disponibilità nella popolazione a partecipare a manifestazioni contro le misure riduttive della libertà personali è fra il 10 e 14%. (Fonte: https://projekte.uni-erfurt.de/cosmo2020/web/topic/vertrauen-ablehnung-demos/20-demonstrationsbereitschaft ). Ciò non significa che questo 10-14% vada poi veramente in strada o sia andato a manifestare, ma dà la percezione della disposizione che c’è fra la popolazione. Le persone che sono disposte a partecipare a queste manifestazioni credono anche a un complotto del coronavirus e segnalano una elevata reattanza, ovvero una reazione di rifiuto di prescrizioni percepite come costrizioni ingiustificate. In generale direi che i racconti complottistici che mettono insieme queste persone sono delle parentesi ideologiche. Anche la banalizzazione dei crimini del nazionalsocialismo gioca un ruolo importante in questo fenomeno. Dall’inizio della mobilitazione si assisteva in strada o per via digitale a una reinterpretazione della terminologia o del linguaggio visivo in riferimento al nazionalsocialismo e alla shoah. (Per esempio il paragonare la legge di protezione dalle infezioni del novembre 2020 al decreto nazista dei pieni poteri del 1933 che istaurò la dittatura hitleriana, ndr.). Questa reinterpretazione della storia e lo slittamento del discorso si trovano anche nel populismo di destra e nell’estremismo di destra.

Dietro ai complottisti si nasconde anche l’atteggiamento arrogante di chi si solleva sopra la discussione democratica?

Dalla ricerca psicologica sappiamo che le persone che hanno una marcata tendenza a credere alle cospirazioni, presentano anche un forte bisogno di unicità e di narcisismo collettivo. Queste persone credono infatti di essere le uniche o l’unico gruppo di persone che conosce la verità, mentre tutti gli altri, in questa concezione del mondo, sono considerati degli ingenui individui sottoposti al sistema o parte del complotto. A un certo punto non è più possibile fare una discussione critica. Ciò dimostra anche perché il confronto democratico con ideologi e ideologhe convinti solitamente è destinato alla sconfitta. Non sussiste più il bisogno di scambio dialogico.

Lei e Katharina Nocun studiate i fondamenti psicologici del pensiero complottistico e dimostrate che questi sono presenti in ciascuno di noi. Come possiamo allora preservare un sano scetticismo, il senso critico senza cedere alle tentazioni del pensiero complottistico?

Il pensiero critico e un sano scetticismo sono incredibilmente importanti e sono anche il fondamento del pensiero scientifico. Scetticismo per me significa però non solo mettere in discussione gli altri ma anche me stesso. Questa fonte è veramente attendibile? Ci sono opinioni contrarie alla mia posizione e se sì come le integro nel mio atteggiamento? Nell’ideologia del pensiero complottistico i nemici e gli autori di tutti i mali sono definiti: quelli là sopra. Non si pensa in maniera strutturata ma i problemi del mondo vengono proiettati su singole persone. Diversamente che nella disinformazione è quasi impossibile confutare il presupposto delle teorie cospiratorie. In questo modo si sottraggono al pensiero critico.

Viviamo in una società che è inondata di informazioni. È difficile orientarsi, filtrare le informazioni, dare fiducia a fonti informative. I giovani sono particolarmente a rischio se navigano per esempio nella rete senza bussola?

Dal mio punto di vista è difficile rispondere dal momento che non conosco nessuno studio a riguardo che si occupi specificatamente dei giovani. Il sapere non è mai stato così democraticamente accessibile come ai nostri giorni ma proprio per questo siamo di fronte al compito di imparare a separare il grano dal loglio. Credo perciò che la competenza informatica è un tema che riguarda tutte le classi scolastiche. Forse i giovani sono addirittura migliori dei loro genitori nel riconoscere certe forme di disinformazione. In questo campo auspicherei una maggiore ricerca sistematica, per poter sviluppare utili strumenti per l’istruzione.


Complottismo e pigrizia mentale

Non c’è soltanto il bisogno di trovare spiegazioni a situazioni complesse e inquietanti o che ci fanno paura. C’è il naturale bisogno di comprendere il reale, che è una forma di controllo, per lo meno, razionale, mentale. Comprendere significa prendere con, prendere insieme, contenere, appunto in una spiegazione o interpretazione di eventi o fenomeni.

Il modello della narrazione complottistica non è soltanto quindi rassicurante, perché contiene un’interpretazione di ciò che altrimenti non ci spiegheremmo, ma è anche un modo per compensare la propria impotenza di fronte a questi eventi o fenomeni. Sentire la propria impotenza ad agire, la propria piccolezza o insignificanza è una sgradevole sensazione, ma è propria dell’umano, di ciascun individuo di fronte alla grandezza e alla complessità della realtà. Questo senso di disorientamento lo proviamo anche di fronte al flusso torrenziale di informazioni e notizie a cui in generale la società mediatica ci sottopone. È difficile discernere, filtrare, siamo disorientati o travolti da informazioni. Siamo bombardati, diciamo, parola che già suggerisce il senso di minaccia e di esposizione indifesa a cui siamo sottoposti. Il flusso di informazioni in generale, senza riferimento qui né al medium, né al contenuto, è difficile da gestire, da analizzare, richiede lavoro e non soltanto una reazione emotiva.

A questo molti reagiscono negando tutto, per esempio, tacciando il mondo dei media tradizionali, tutto in blocco e senza differenziazione, come stampa bugiarda, Lügen-presse. Con un colpo di spugna si mette in dubbio la veridicità delle informazioni, si butta il bambino con l’acqua sporca, per così dire. “È la notte in cui le tutte le vacche sono nere” per citare liberamente il filosofo Hegel, dove tutto è indistinto, nel nostro caso perché è spento il lume dell’intelletto.

È un atteggiamento qualunquista perché è una reazione di pigrizia mentale, o talvolta anche di ignoranza.

Questo atteggiamento qualunquista alimenta il terreno del complottismo. Il rifiuto dell’informazione può essere anche un sintomo di arroganza intellettuale di chi si pone al di sopra delle informazioni, dei fatti, degli esperti, delle testimonianze, pensando di possedere una verità altra, che sfugge ai più, agli ingenui, ma non a loro stessi. Di fronte agli ingenui, i complottisti si ergono al di sopra, di fronte alle élite che si crede manovrino e manipolino le informazioni si pongono su un altro piano perché il motto è “io non credo a tutto quello che credete voi, io non mi faccio fregare”.

Cosa fare allora? Serve il dialogo, il confronto, anche il contraddittorio, mettere in discussioni non solo le opinioni degli altri ma soprattutto le proprie, come suggerisce Pia Lamberty nell’intervista in questa pagina. È lavoro faticoso, ma è l’unico modo che ci può permettere di uscire da schemi mentali, dalle tentazioni qualunquistiche e complottistiche. Bisogna invece lavorarci sopra magari riprendendo in mano i dialoghi socratici di Platone. (PCB)

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