Nella Top Ten dei “Cancri” più diffusi spunta al sesto posto un tumore non sempre famoso ma altrettanto aggressivo: Donne, una lista di informazioni per non rischiare !

Amabili lettrici l’articolo del mese di Marzo è dedicato esclusivamente a voi. Tratteremo di un tema molto importante ma poco diffuso che miete ahimè numerose vittime l’anno, la maggior parte delle quali spesso è ignara della patologia che le ha colpite.

E’ il sesto tipo di cancro femminile più comune, quello che colpisce l’ovaio.

Nel 2017 in Italia si sono registrati 5.200 nuovi casi di tumore all’ovaio, la maggior parte dei quali nelle donne in menopausa, e circa 3 mila connazionali sono morte per questa malattia: a 5 anni dalla diagnosi, infatti, è vivo solo circa il 40 per cento delle pazienti.

La cosa che ci destabilizza di più è che secondo le più accreditate e recenti statistiche, circa 6 italiane su 10 non conoscono questo tumore e non sanno riconoscerne i seppur vaghi sintomi.

Il problema risiede nel fatto che questo tipo di tumore, soprattutto nelle fasi iniziali, non dà segnali chiari e quando questi compaiono la malattia ha ormai cominciato a diffondersi agli organi circostanti e le probabilità che le cure abbiano successo sono veramente poche.

L’arma segreta contro questo catastrofico evolversi resta come già precedentemente enunciato in altri articoli della nostra testata giornalistica, la “PREVENZIONE”; Sapere è sempre meglio che soccombere silenziosamente. L’informazione, resta al primo posto per accendere in noi campanelli di allarme che consentiranno agli addetti ai lavori di proseguire, orientare, dettagliare li indagini mediche, al fine di scoprire queste rovinose malattie in uno stadio magari ancora circoscrivibile dalle attuali terapie fornite dalla scienza.

“Le aspettative di vita aumentano solo se si riesce ad avere una diagnosi precoce”.

Se il carcinoma viene scoperto in fase davvero iniziale, il solo intervento chirurgico può essere risolutivo: ecco perché è fondamentale non trascurare i seppur vaghi primi indizi.

Esiste quasi un “Vademecum” per orientarsi e capire come, quando e cosa fare per questo tipo di tumore. Il persistere per una dozzina di giorni al mese per almeno sei mesi di tutti i seguenti sintomi potrebbe indicare la presenza di tumore dell’ovaio:

• dolore pelvico o addominale;

• gonfiore addominale;

• urgenza della minzione (necessità di andare in bagno immediatamente;

• frequenza della minzione (necessità di urinare spesso);

• sensazione di sazietà;

• difficoltà nell’alimentazione.

Il tumore dell’ovaio se diagnosticato nella sua prima fase di evoluzione, cioè quando è circoscritto all’interno dell’organo, può essere rimosso chirurgicamente dal ginecologo con successo: dopo 5 anni sopravvive oltre il 90 per cento delle donne.

La nota dolente però è che purtroppo l’80 per cento dei tumori viene scoperto a uno stadio avanzato, quando ha oltrepassato l’organo ed è ormai esteso ben oltre all’ovaio: in questo caso le possibilità di sopravvivenza a 5 anni di distanza dalla diagnosi scendono al di sotto del 50 per cento.

In Medicina manca la possibilità di un vero e proprio esame di screening che individui precocemente il tumore dell’ovaio. Da qui la ricerca di sintomi indicatori. Quelli elencati sono emersi da uno studio nel corso del quale è stato chiesto a donne, con e senza tumore, di descrivere il loro stato di salute nei mesi precedenti. E’ emerso che il 95 per cento delle donne con tumore ha indicato i disturbi sopra elencati.

L’American Cancer Society ha da subito raccomandato con forza di fare attenzione a questi sintomi. I medici di base sono stati informati adeguatamente per non sottovalutare attraverso spesso insignificanti racconti delle pazienti, aspecifici sintomi che permettono se non di riconoscere, almeno orientare la diagnosi.

Il “Timore” dei Ginecologi è legato al fatto che i medici di base non effettuino un’anamnesi approfondita alle pazienti che riferiscono questi disturbi dai contorni vaghi e li attribuiscano, in maniera superficiale, al ciclo mestruale, allo stress o a generici disturbi intestinali; dall’ altra parte c’è poi un 40 per cento di donne intervistate che cercherebbe i sintomi su internet nello studio del “Dr. Google”. Questo condizionerebbe non di poco il loro stato d’umore nel leggere senza criticità alcuni articoli a volte anche dettagliati ma completamente furvianti e, scritti magari non da medici che, in alcuni casi obbligano a delle diete assurde portanto le sprovvedute completamente fuori strada, sottraendo informazioni importanti al medico di base.

Puntando l’attenzione verso questi segni rivelatori si spera di poter sensibilizzare medici e donne a riconoscere i segni che potrebbero individuare una situazione a rischio in modo da procedere con approfondimenti diagnostici. La speranza è quella di anticipare la diagnosi e la terapia a un tempo utile per salvare, o allungare, la vita alle donne che si ammalano.

Questa non è sicuramente la ricetta magica per scovare il tumore. Di scientifico c’è poco ma, orientare in maniera responsabile i colleghi ad un approfondimento diagnostico per quei casi sospetti può risolvere tanti problemi. E’ con il tempo che il medico di base impara a conoscere bene i suoi pazienti ed a valutare con maggiore criticità i suoi racconti in ambulatorio.

Attenzione però: i disturbi indicati sono vaghi – aspecifici, come dicono i medici – cioè sono molto frequenti e diffusi e non conducono, di per sé, ad alcuna diagnosi certa. Per questo gli estensori del nuovo criterio diagnostico invitano alla cautela e confidano nella capacità delle donne di ascoltare il proprio corpo: sapranno loro quando qualcosa veramente non va.

“L’importante, sostengono, è instillare un dubbio e coltivarlo fino a prova contraria”

È un punto contestato da chi teme le insidie che potrebbero nascondersi in questo approccio diagnostico: come ricavare questa prova, fino a che punto perseguirla. Come far fronte alla massa dei sintomi che verranno riferiti dalle donne, quale protocollo seguire per raggiungere una diagnosi?

Non esiste un test cruciale per scoprire questo tumore ma è necessario ricorrere a una serie di esami come: quello pelvico, ecografia, esami del sangue, nessuno dei quali di per sé risulta definitivo.

Tutti sono d’accordo nell’affermare che ci vorrà molto tempo prima di sapere se questa misura sanitaria, semplice come una lista della spesa dove spuntare le cose trovate, produrrà una diminuzione della mortalità oppure un gran numero di approfondimenti diagnostici e trattamenti inutili. “E’ una questione rilevante, perché invece bisognerebbe sapere fin da subito quali sono i vantaggi attesi e come ridurre gli svantaggi prevedibili, in termini di ansia, accertamenti diagnostici e operazioni inutili”.

La medicina non è una scienza esatta e spesso quello che sembra logico può non esserlo: il motto “prima scopriamo, prima curiamo, più vite salviamo” non funziona sempre e costantemente va confermata con studi scientifici.

Tema della giornata: “Nella lotta al tumore ovarico l’informazione è un requisito fondamentale”

Le donne che pon hanno avuto figli statisticamente sarebbero più a rischio rispetto alle altre ma anche quelle che hanno sofferto di infertilità ed endometriosi.

Il rischio di sviluppare un carcinoma dell’ovaio è estremamente basso nelle donne giovani e aumenta a partire dai 50 anni e dopo la menopausa, tanto che l’80 per cento delle pazienti è ultra 50enne. È fondamentale che ogni donna impari a riconoscere per tempo i possibili “campanelli d’allarme” e parli con un medico se questi sintomi sono frequenti e persistenti: sensazione di sazietà anche a stomaco vuoto, gonfiore all’addome, fitte addominali, bisogno frequente di urinare, perdite ematiche vaginali, stitichezza o diarrea che non passano.

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