
Interprete intenso e personalità in costante evoluzione, Oreste Cosimo si afferma come una delle voci italiane più interessanti della sua generazione. Dopo una formazione solida, un percorso costruito attraverso il repertorio lirico e una progressiva apertura verso ruoli di maggiore spessore drammatico, il tenore ha consolidato la propria presenza nei teatri europei grazie a un timbro luminoso, a un fraseggio appassionato e a una spiccata sensibilità teatrale.
Nella stagione 2025/26 del Saarländisches Staatstheater, Cosimo affronta per la prima volta Mario Cavaradossi in Tosca di Giacomo Puccini: un debutto che segna una tappa significativa nel suo percorso artistico. Il pittore rivoluzionario, figura sospesa tra arte, passione amorosa e ideali politici, diventa per lui terreno di scoperta e di piena libertà espressiva.
In questa intervista per Corriere d’Italia, Oreste Cosimo riflette sulla lettura registica della produzione di Saarbrücken, sul rapporto tra spazio scenico e costruzione del personaggio, sull’evoluzione della propria vocalità verso territori più drammatici e sulla scrittura “cinematografica” di Puccini, che richiede al cantante non solo solidità tecnica ma un coinvolgimento emotivo totale. Sullo sfondo emerge una riflessione più ampia: il valore della libertà – in scena e nella vita – che Cavaradossi incarna con forza ancora attuale.
Tosca è un titolo molto frequentato: in cosa senti che questa produzione di Saarbrücken ti ha portato a leggere Cavaradossi in modo diverso?
Cavaradossi era un debutto per me e la produzione a Saarbrücken il mio primo approccio al personaggio. Il regista è stato bravissimo a rispettare quello che Puccini voleva dei personaggi. Valori di libertà, e giustizia e lealtà molto chiari. Un uomo che separa benissimo il suo essere artista e il suo essere politico e il suo essere innamorato.
Quanto il dialogo con la regia e con lo spazio scenico influenza il tuo modo di costruire Cavaradossi, soprattutto nei momenti più intimi dell’opera?
Lo influenza molto. Perché ha dato il senso della disperazione. Le grida di Cavaradossi fatti da tutti i prigionieri, per esempio, drammaturgicamente da tantissima energia.
Guardando alla tua evoluzione vocale, senti che Cavaradossi oggi risponde in modo diverso alla tua voce rispetto a interpretazioni passate di ruoli lirici più puri?
Sì, perché è stato originalmente scritto per lirico amoroso. È stato dato quasi esclusivamente a tenori puramente drammatici che però Cavaradossi non è solo quello. Le arie sono in realtà molto liriche.
La mia voce e la mia personalità rispondono molto bene alle parti drammatiche, arrabbiate, disperate e non ho necessità di trattenermi come quando canto Rigoletto per esempio. Cavaradossi mi ha permesso di poter usare la mia voce e la mia anima al 100%. Questo ruolo per me mi dà un senso di libertà molto bella!
Puccini viene spesso definito “cinematografico”: dal punto di vista del cantante, cosa richiede in più rispetto ad altri compositori del tuo repertorio?
Puccini richiede tutta la tua anima. Con lui non è soltanto importante di cantare bene come per esempio nel Belcanto e di conseguenza entrare bene anche nel personaggio. No, Puccini richiede tutto di te. Alla fin delle recite sono esausto, non vocalmente, ma emotivamente. Perché cerco di dare veramente tutta la mia anima. Anche perché la sua musica ti tira fuori tutte le emozioni più drammatiche che hai dentro di te. Vocalmente Puccini richiede uno spessore e una proiezione vocale più importante rispetto ad altri ruoli più lirici. Per dirlo in modo più semplice: devi aprire la tua gola al massimo e dare tutta la tua voce che hai, soprattutto nei momenti più drammatici, perché l’orchestra è molto grande e suona molto forte.
Quando il sipario si chiude su Tosca, qual è la domanda che – idealmente – vorresti lasciare aperta nel pubblico? Più che una domanda è una riflessione quanto siamo fortunati oggi di vivere in Europa in un mondo in cui non si rischia di morire per ideali politici.




























