Presentiamo l’intervista in quattro parti: PARTE 1: L’EBRAISMO- LA RADICE DEI MONOTEISMI – PARTE 2: FILOSOFIA – LA RELIGIONE RAZIONALE – PARTE 3: IL MISTERO CRISTIANO E LE SUE FONTI STORICHE – PARTE 4: SFIDE ANTROPOLOGICHE
In un’epoca segnata da un’eccedenza di informazioni spesso confuse o manipolate, il recupero del pensiero critico diventa non solo un esercizio intellettuale, ma un atto di resistenza civile. È da questa urgenza che nasce „Indagine sul Sacro“, l’ultima opera di Oliviero Arzuffi, pubblicata da Oltre Edizioni nella collana Eterno Presente.
Lontano dalle pretese dogmatiche della teologia e dai tecnicismi dell’esegesi, Arzuffi si accosta al tema del sacro con l’umiltà dell'“artigiano della storia“ e la precisione del ricercatore. Forte di un’esperienza quarantennale nell’insegnamento e di una solida formazione archeologica — maturata al fianco di giganti del settore come Klaus Schmidt e Paolo Matthiae — l’autore ci consegna un volume che è, al contempo, un manuale rigoroso e un invito al viaggio interiore.
Il libro, edito da Oltre Edizioni, non nasce in astratto, ma è il frutto di „anni di faticosa ricerca, di riflessione tormentata e di vita vissuta“. L’obiettivo è chiaro: offrire alle nuove generazioni e a chiunque sia „in ricerca“ gli strumenti storici e testuali per orientarsi tra le diverse credenze religiose, senza scivolare in facili banalizzazioni o in fideismi acritici.
In questa intervista, Oliviero Arzuffi ci guida dietro le quinte del suo lavoro, spiegandoci perché oggi, più che mai, sia necessario proteggere quella „eclissi della ragione“ che minaccia di travolgere la nostra civiltà, e come il sentimento — inteso come intuizione ed empatia — resti la bussola fondamentale per cogliere l’essenziale delle cose.
PARTE 1: L’EBRAISMO- LA RADICE DEI MONOTEISMI
Nel suo testo descrive l’Ebraismo come la „radice dei monoteismi“. In un’epoca di frammentazione identitaria, in che modo tornare a questa origine può aiutare l’uomo moderno a ritrovare una „ragione del vivere“?
Stante l’attuale situazione in medio oriente è doveroso distinguere l’ebraismo dal sionismo. Non per una questione politica, ma per una ragione più profonda, direi culturale, quasi antropologica. Ebraismo e sionismo non sono infatti sinonimi. L’ebraismo ha la sua radice identitaria nella Torah, più precisamente nel Decalogo sinaitico, ovvero in quelle disposizioni etiche universalmente valide e condivise da tutte le persone dotate di sufficiente razionalità per comprendere che ogni società, per consistere, sussistere e prosperare non possono che essere fondata sulla salvaguardia di quelli che, noi occidentali per primi, e successivamente fatti propri anche dall’ONU, abbiamo chiamato “diritti fondamentali dell’uomo”: vita, libertà, uguaglianza e fraternità. Senza l’attuazione di queste prescrizioni, che prima ancora di essere politiche sono norme etiche, non ci può essere società, ovvero una convivenza resa possibile da uguali diritti garantita dall’esercizio della giustizia.
Se analizziamo attentamente tutti i Comandamenti sinaitici, che più propriamente dovrebbero essere chiamati “Parole di salvezza di Yahweh” (asèret hadibrot in ebraico), troviamo che i divieti, o le interdizioni contenute nel Decalogo, che per gli ebrei sono disposizioni normative perché fondate sul Trascendente che le rende sacre e inviolabili, sono orientate a salvaguardare proprio questi diritti fondamentali. L’alternativa a queste “Parole”, o norme etiche universali, è solo la barbarie, che si fonda sulla volontà di potenza del più forte e su uno stato di inimicizia permanente.
Secondo il libro della Genesi, Israele si doveva considerare “popolo eletto” esclusivamente in quanto pedagogo per la diffusione di una concezione di convivenza fondata sulla fraternità universale in quanto tutti figli dello stesso Padre celeste, non sulla legge del più forte. Ricordiamo le parole di Dio ad Abramo nello stipulare il patto dell’Alleanza che ha fatto degli ebrei “il popolo eletto”: Farò di te un grande popolo e ti benedirò…e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,2-3). L’elezione di Israele era il tramite per la benedizione di tutta l’umanità. Un servizio per l’umanità in sostanza, in funzione educativa, non un privilegio. Quando invece, ed è sempre ciclicamente successo nella storia di Israele come mostro nel libro, gli ebrei hanno concepito questa “elezione” come privilegio, è nato quello che ora chiamiamo “sionismo”, ovvero il diritto-dovere di questa etnia di imporsi, per volontà divina, sulle altre popolazioni usando il diritto della forza, così che la guerra, anche quella per la sua stessa sopravvivenza, e più ancora, per il dominio territoriale di una terra “promessa da Dio ai loro padri”, diviene herem, ovvero guerra santa, fino a dare legittimità allo sterminio del presunto nemico. Il popolo ebraico aveva anche coniato un termine specifico per indicare la portata di questo herem, ed è shoah, sterminio fino alla completa consunzione della vittima: l’olocausto! Paradossalmente proprio quello che loro stessi hanno subito nelle camere a gas e nei forni crematori dei lager nazisti.
Questa è la prima conseguenza della dismissione della funzione pedagogica che Dio ha assegnato ad Israele come sua specifica missione. La seconda conseguenza è la perdita del significato dell’esistenza stessa dell’ebraismo in quanto religione. Non a caso, la predicazione di Gesù di Nazareth, che ribadiva questa particolare missione etica del popolo ebraico mediante la proposta di un’immagine diversa dello stesso Dio di Israele, connotandolo come Amore universale e Padre di misericordia per tutti, è stata, non solo rifiutata, ma osteggiata fino alla crocifissione del Messia disarmato e disarmante, preferendo invece l’attesa pervicace di un altro Messia, capace di imporre, anche con l’uso della violenza, un nuovo regno per il popolo di Israele liberandolo dal dominio di popolazioni straniere. Le tre guerre giudaiche del primo e secondo secolo ne sono la prova.
La terza conseguenza è il prevalere nell’ebraismo degli aspetti formali e rituali della Legge mosaica sulla stessa sostanza della Torah, identificabile nel Decalogo, certificato così bene dalle accuse dei Farisei al Cristo per le sue violazioni del sabato e dal contrasto tra il movimento cristiano degli inizi e la autorità giudaiche, che dal Tempio ricevevano autorità e ricchezza. Ricordiamo a questo proposito che nelle prescrizioni della Torah non c’era solo l’osservanza dei Dieci Comandamenti, ma anche di altri 613 precetti, con l’aggiunta di ulteriori disposizioni previste dal Talmud: una selva di interdetti sacrali che regolava, e schiavizzava di fatto, la vita quotidiana di ogni ebreo osservante.
Riscoprire oggi il senso profondo del monoteismo originario, che ha prodotto la Legge etica universale, significa recuperare i principi fondativi del nostro divenire in civiltà: uguaglianza e fratellanza di tutti gli uomini in quanto tutti “figli di Dio”; esercizio della giustizia nei rapporti umani, per rendere possibile la convivenza attraverso prescrizioni che fanno da argine alla prevaricazione dei singoli e al loro delirio di onnipotenza, insieme al richiamo della consapevolezza sulla nostra creaturalità, fragilità e mortalità. Il codice sinaitico, che l’autentico monoteismo proclama come via della vita, risulta essere così un atto di liberazione della coscienza dalle molteplici forme di schiavitù così diffuse anche oggi, un argine all’arbitrio dei singoli e all’ingiustizia nelle società, non un’ulteriore, indebita e umiliante limitazione alla nostra voglia di vivere e di sperimentarsi, come spesso invece viene vissuto e anche predicato dai diversi pulpiti, non solo cattolici ma anche di altre religioni, e persino da un certo laicismo, che pone al centro l’idolatria dell’ “ego” e del denaro, a discapito di ogni senso di responsabilità verso l’altro da sé.
PARTE 2: FILOSOFIA – LA RELIGIONE RAZIONALE
Lei analizza il passaggio dall’animismo alla filosofia come „religione razionale“. Qual è il rischio sociale di una modernità che oggi sembra voler compiere il percorso inverso, tornando a forme di pensiero magico o idolatria tecnologica?
Il rischio sociale, ma anche personale, di questo arretramento dall’uso della ragione con il ritorno al pensiero magico, almeno così come ce lo presentano le diverse espressioni della New Age, del neopaganesimo e persino del satanismo, che si sta imponendo anche alla luce del sole con il rovesciamento di ogni istanza etica e l’imposizione di un disordine organizzato, volto a distruggere ogni legame sociale costruttivo, è molto grande. Accettare stili di vita personali e costumi sociali che negano i fondamentali della civiltà: solidarietà, uguaglianza, libertà di pensiero e di religione, senso del limite, che induce empatia e compassione, rispetto delle regole condivise è ostacolare ogni cammino in umanizzazione della nostra specie. Ma è anche uno stravolgimento dell’ordine morale che ci tiene insieme, perché, quando si ritiene non esserci alcuna Verità che faccia da norma universale e da orientamento, non c’è più distinzione tra verità e menzogna, tra ciò che è bene e cioè che è male, tra il lecito e l’illecito, perché tutto diventa relativo e soggetto all’arbitrio di ciascuno, così che l’ “io” diventa il centro del mondo e gli altri sono vissuti come competitor, quando non dei nemici. Così facendo ogni convivenza pacifica diventa impossibile e la guerra di tutti contro tutti si erge a criterio del comportamento sia individuale che collettivo. Infatti se l’altro mi è da limite, da ostacolo o da minaccia al dispiegarsi della mia libertà incondizionata e alla mia volontà di potenza ho il diritto di eliminarlo in qualunque modo. E’ la stessa concezione del diritto che così viene meno. Le sette che imprigionano le menti e spengono i cuori, gli omicidi efferati commessi senza remore e senza rimorso, quasi fossero normali e convenienti soluzioni per risolvere i problemi o addirittura per sfuggire la noia o per provare nuove e più forti emozioni, trovano qui la loro spiegazione.
Per quanto riguarda lo strapotere della società tecnologica, a seguito dall’ idolatria della scienza e del profitto a qualunque costo, i pericoli di una disumanizzazione del genere umano sono ancora più grandi.
Infatti i padroni delle Big Teck hanno già dichiarato apertamente l’incompatibilità della democrazia con lo sviluppo tecnologico. Infatti, dietro la loro ideologia non c’è solo l’obiettivo di rendere più efficiente la vita delle persone ed accelerare i processi decisionali delle istituzioni, ma di creare un preciso modello di società che intende ridurre il pianeta intero con i suoi abitanti ad una sorta di macchina universale, finalizzata a produrre profitti senza limiti per coloro che governano i processi tecnologici più avanzati, senza tuttavia ridistribuire l’immensa ricchezza accumulata al resto della popolazione mondiale. Il recente manifesto di Palantir è iconico di questo progetto mostruoso, che vuole un’umanità permanentemente divisa in amici e nemici da annientare tramite un continuo stato di guerra o da mettere sotto costante minaccia di distruzione, al fine di trarre profitti sul sangue di innocenti. Ma l’obiettivo di questi nuovi padroni del mondo non finisce qui, l’intenzione dichiarata in questo manifesto è di convincere tutti della bontà e necessità di questo progetto omicida e della legittimità di esercitare questo loro potere di condizionamento universale tramite l’abolizione dello stato di diritto e della cancellazione del diritto internazionale.
A questo serve il monopolio dell’informazione, il controllo sul potere politico, il dominio finanziario, l’accaparramento monopolistico delle risorse della terra, la creazione di un orizzonte “etico” e comportamentale costruito sull’idolatria della scienza, non in quanto conoscenza dei processi naturali, ma come capacità di trasformare e manipolare la realtà, fino a farne la sola “religione” legittimata a definire ciò che è bene e ciò che è male per tutti, e quindi ad accettare nel “sistema sociale” da essi organizzato in modo capillare mediante il controllo assoluto sulla vita delle persone e su quello che pensano, solo quelli che ne condividono le logiche e ad escludere, o ad annientare, invece quelli che non vi si assoggettano. La filosofia del transumanesimo, fatta proprio dai proprietari delle Big Tech, ha infatti come obiettivo dichiarato di concentrare nelle mani di pochi “superuomini” infinitamente ricchi, che si credono dotati di intelligenza superiore al resto dell’umanità perché hanno avuto successo, un potere assoluto in grado di decidere i destini del mondo e di ridurre gli altri esseri umani, considerati inferiori, a dei replicanti decerebrati, pronti ad ogni uso. L’intento finale del progetto del transumanesimo è di “costruire” una nuova umanità come prodotto di sintesi tra la macchina e la biologia umana. La robotica di ultima generazione infatti è volta a sostituire l’uomo in tutto e per tutto, e con l’avanzare della informatica i processi decisionali che riguardano tutti saranno delegati ai supercomputer quantistici, perché capaci di processare una smisurata quantità di dati e di prefigurare quindi soluzioni adeguate e rapidissime a problemi complessi, senza dover tener conto dei vincoli etici che rendono l’uomo tale e la società libera e solidale. Al termine di questo processo c’è la possibilità, non teorica purtroppo, che questa intelligenza artificiale possa trasformarsi in una “singolarità autocosciente”, che dopo infiniti e incontrollabili calcoli sull’utilità o meno della presenza dell’uomo sulla terra, potrebbe autonomamente decidere di sterminare la razza umana perché nociva o inutile o ostile, compresi gli stessi apprendisti stregoni che hanno partorito questo incontrollabile processo. Fantascienza o fantapolitica? Tutt’altro. Le premesse ci sono tutte, gli strumenti non mancano e si stanno affinando sempre di più. La volontà di realizzare questo progetto è quanto mai determinata da parte di questo gruppo che ha in mano le leve decisionali mondiali.
C’è qualche possibile rimedio a tanto pericolo? Credo che la riscoperta del sacro e del Trascendente, che metta un argine alla cancellazione della coscienza con la sua proposta di un’etica vincolante fondata sulla sacralità e inviolabilità della persona sancita dal Decalogo sinaitico in quanto proposta etica universale, sia l’unica via di scampo a questo delirio di onnipotenza dell’uomo contemporaneo che gioca a fare Dio, purché ci sia un risveglio del pensiero critico negli abitanti di questa pianeta e un riferimento etico che impedisca il dispiegarsi dell’arbitrio dei narcisi globali. Occorre far nascere la consapevolezza del pericolo, in modo tale da suscitare un’opposizione, pacifica ma ferma, di portata mondiale per fermare questa deriva antropologica e impedire questo suicidio collettivo. Non cessiamo mai di rammentare che in questa partita non ci si gioca solo la scelta di un diverso modello di società rispetto a quella che conosciamo, ma la stessa sopravvivenza della nostra specie. Purtroppo sembra che pochi si stiano accorgendo di questa minaccia esistenziale.
Il seguito sarà pubblicato nei prossimi giorni


























