Nella foto: Roberto Giardina. Foto ©privat

Il suo libro più conosciuto, soprattutto tra gli italiani in Germania, è Guida per amare i tedeschi (Rusconi 1994), un ironico ritratto del popolo tedesco che a uno sguardo attento e ironico si rivelava essere non troppo diverso da quello italiano, ben lontano dai classici stereotipi che rappresentano la Germania come una specie di caserma tutta ordine e disciplina.

Quel libro, tradotto anche in tedesco con Anleitung, die Deutschen zu lieben (Argon Verlag 1996), ha segnato una piccola rivoluzione nel modo di guardare alla realtà tedesca da parte italiana scalfendo durevoli pregiudizi e consolidati cliché, e a distanza di tre decenni si conferma un calzante strumento d’analisi valido ancora oggi. Ma Roberto Giardina, classe 1940, palermitano di nascita e berlinese d’adozione, ha fatto molto altro nella sua vita. È stato ed è innanzi tutto un giornalista, un cronista che si è avviato giovanissimo al mestiere e l’ha esercitato in varie sedi, per gran parte della vita come inviato e corrispondente dall’estero (Amburgo, Parigi, Bonn e Berlino). E non ha mai smesso di esserlo, tant’è che ancora oggi, raggiunta da tempo la pensione, decano dei corrispondenti in Germania, continua a pubblicare un pezzo al giorno sul quotidiano ItaliaOggi, una rubrica che rappresenta una finestra aperta su quanto accade nel mondo tedesco. È stato ed è un autore, capace di firmare saggi e romanzi in gran numero, sempre scritti con arguzia e con uno stile ironico e comprensibile. Molti dei suoi libri offrono uno sguardo incrociato tra Italia e Germania. Basti pensare a Stampa e mezzi d’informazione nella Germania Occidentale (Guanda, 1976), Biografia del marco tedesco (Giunti, 1996), Pizza con crauti (Colorado noir, 2006), Berlin liegt am Mittelmeer (Avinus, 2014), Lebst du bei den Bösen? Deutschland – meiner Enkelin erklärt (Launenweber Verlag, 2017), Il muro di Berlino, 1961-1989. Il racconto di un’epoca attraverso le storie dei grandi e piccoli protagonisti (Diarkos 2019). Ed è stato ed è un infaticabile viaggiatore, in giro per il mondo per lavoro o per piacere: a lui si devono anche godibilissimi libri di viaggio come L’altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici di ieri e di oggi (Bompiani, 2002) e L’Europa e le vie del Mediterraneo: da Venezia a Istanbul, da Ulisse all’Orient express (Bompiani, 2006).

Copertina libro di Giardina

L’ultima fatica s’intitola Ho sempre chiesto perché con sottotitolo Vita da giornalista -scrivere tra due secoli» (Torri del Vento, 2025), un libro che si presenta come un’autobiografia, ma che in verità è molto più di un’autobiografia. Partiamo dal titolo: quella frase, che Giardina vorrebbe un giorno incisa come epigrafie esistenziale accanto al suo nome, è una formula che riassume il senso di una vita dedicata a capire quello che succede, è il filo rosso della narrazione. Chiedersi il perché dovrebbe essere la base del mestiere di giornalista, almeno quello di una volta, ma non è sempre così. Per Giardina la ricerca dei perché è sempre stato un imperativo etico imprescindibile, la chiave di un’intera esistenza trascorsa a interrogare la realtà senza accontentarsi delle apparenze.

Il libro si configura come un mosaico volutamente disordinato, in cui ricordi privati, episodi professionali e riflessioni sul mestiere si alternano senza una rigida scansione cronologica. Non è un saggio sul giornalismo, né un’operazione nostalgica su un mondo perduto; è piuttosto un diario involontario, in cui memoria privata e storia collettiva si intrecciano. Dall’infanzia palermitana, trascorsa tra case piene di libri e l’enciclopedia tedesca del nonno, fino ai grandi snodi del secondo Novecento europeo, Giardina costruisce il ritratto di una vocazione precoce e tenace: fare il giornalista, ancor prima che lo scrittore. Dalla Palermo dell’infanzia alle redazioni torinesi (Gazzetta del Popolo e La stampa), da Roma a Berlino passando per Amburgo, Parigi e Bonn, emerge un percorso coerente nella sua irrequietezza: quello di un cronista che ha fatto del movimento – geografico e intellettuale – la propria condizione naturale. Le città attraversate non sono semplici sfondi, ma luoghi vissuti fino in fondo, osservati con attenzione quasi antropologica, tra politica, costume e vita quotidiana. Non solo dunque un’autobiografia personale, scandita da ricordi che l’autore conserva nella mente, ma anche un racconto avvincente di storia del giornalismo. Giardina restituisce con concretezza il senso del lavoro giornalistico tra gli anni Sessanta del secolo scorso e i Venti dell’attuale. Racconta la gavetta, le redazioni, le scadenze, le notti passate a rifinire un articolo, ma anche quell’universo fatto di viaggi continui e camere d’albergo che diventano una seconda casa. È un mondo “intriso di odore d’inchiostro”, regolato da un’etica severa e da un’idea artigianale del mestiere, oggi in larga parte scomparsa . In questo senso, il libro assume anche il valore di una testimonianza storica: un vero e proprio atlante del giornalismo italiano ed europeo dal dopoguerra a oggi. Al centro resta sempre la figura del cronista, intesa non tanto come opinionista o protagonista, bensì come testimone. Giardina insiste su un principio semplice e radicale: scrivere ciò che si pensa, senza piegarsi alle mode o alle convenienze. Non significa dire tutto, ma non dire mai il falso. È una posizione che oggi suona quasi controcorrente, soprattutto in un’epoca in cui il confine tra informazione e opinione appare sempre più sfumato.

Le pagine dedicate alla formazione sono tra le più vive. C’è il ragazzo che a otto anni tenta di scrivere un romanzo western; c’è lo studente rimproverato per lo «stile squallido da giornalista», troppo asciutto per i gusti di una professoressa amante degli aggettivi; c’è il giovane che rivendica il diritto di scegliere “il proprio secolo” come tempo migliore in cui vivere. Episodi minimi, che rivelano però un tratto costante: l’ostinazione a pensare con la propria testa, anche a costo di pagare un prezzo.

Ma il libro è anche un libro di storia in cui le vicende tedesche si intersecano con quelle italiane. Il racconto della carriera è scandito da incontri e momenti cruciali. Giardina ha intervistato Albert Speer, Willy Brandt, Helmut Kohl, Günter Grass, Heinrich Böll, Markus Wolf, Egon Krenz e la rievocazione di questi (e tanti altri) personaggi riflette il privilegio – ma anche la responsabilità – di chi ha osservato la storia da vicino. E tuttavia, ciò che colpisce è l’assenza di ogni compiacimento: anche gli scoop, quando ci sono, vengono ridimensionati, perché destinati a svanire rapidamente o a rivelarsi ambigui. Particolarmente efficaci sono le pagine dedicate alla Germania, paese che Giardina conosce in profondità come pochi altri. Qui il memoir si fa anche racconto europeo: un’analisi dei mutamenti politici e sociali, ma soprattutto un tentativo di cogliere l’anima di una nazione attraverso dettagli minimi, conversazioni quotidiane, impressioni dirette. È il contrario del giornalismo “da scrivania” che l’autore critica apertamente: quello che pretende di capire il mondo senza muoversi, affidandosi esclusivamente alla rete. Un altro nodo centrale del libro è il rapporto tra giornalismo e letteratura. Giardina riflette con lucidità sulla differenza tra i due linguaggi: il cronista deve essere chiaro, essenziale, quasi invisibile; lo scrittore può permettersi ambiguità e deviazioni. Eppure, nella sua esperienza, i due registri si contaminano continuamente. La sua prosa, asciutta e priva di ornamenti superflui, nasce proprio da quella disciplina appresa in redazione, dove ogni parola ha un peso preciso.

Sullo sfondo, emerge anche una dimensione più intima e malinconica: il rapporto con la famiglia, a partire da quello con il padre professore e senatore della Repubblica, con la madre che lo protegge mentre le bombe dei liberatori americano cadono sulla Sicilia, l’orgoglio silenzioso, i rimpianti per le parole non dette; la consapevolezza che un’autobiografia è anche un atto di vanità, ma forse necessario per lasciare una traccia. Scrivere è «un gioco contro la morte», confessa l’autore: un modo per fermare il tempo, per ripetere – come nel gioco infantile con la madre – parole e gesti già vissuti. Ho sempre chiesto perché è dunque un libro duplice: da un lato il racconto di una vita e una carriera, dall’altro una riflessione sul senso stesso del raccontare. Ma soprattutto è un invito al dubbio. In un panorama mediatico dominato da certezze immediate e spiegazioni semplificate, Giardina ricorda che il compito del giornalista – e forse di ogni lettore – non è trovare risposte definitive, ma continuare a porsi le domande giuste. Anche quando sono scomode. Anche quando non hanno una risposta.