„il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto“.
Così comincia il messaggio del card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, per la Festa del Lavoro nella memoria liturgica di San Giuseppe Artigiano, che riportiamo qui sotto integralmente. Parole che lui rivolge alla sua chiesa locale ma che possiamo far nostre affinché il tam tam su riarmo, difesa non ci renda sordi e ciechi, „quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze?“ (pc)
Ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie
Carissimi,
il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto.
Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione.

Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro?
Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme.
Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena.
Però dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi.
So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?
Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo diplomatico: non basta parlare di pace, «occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte». La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia.
Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?
La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento.
Fonte: https://www.diocesi.torino.it/s-e-r-mons-roberto-repole/

























